nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

venerdì 14 giugno 2024

Superbonus

Quanto rilevante è quantitativamente il superbonus? 200 miliardi di euro sono una bella cifra. Mettete 200 miliardi di monete da un euro una vicina all’altra e coprite 46.000 km, più della lunghezza dell’Equatore. Scherzi a parte, 200 miliardi sono il costo di quasi tre anni di pubblica istruzione (scuole elementari, medie, superiori e università) o di oltre tre anni di investimenti fissi della pubblica amministrazione. Una parte del costo ha già impattato sui conti pubblici riducendo le entrate. Da qui al 2028 si perderanno altri 30 miliardi di entrate l’anno. Senza queste entrate, il rapporto tra debito pubblico e Pil, che sarebbe altrimenti sceso seppure solo di poco, aumenterà raggiungendo un picco superiore al 140% nel 2028. Questo aumento non violerà le regole europee sui conti pubblici perché queste consentono un aumento del debito finché un Paese è sottoposto a “procedura di deficit eccessivo”, come accadrà a noi e ad altri Paesi con deficit superiore al 3% del Pil. Ma complicherà comunque la gestione del nostro debito, soprattutto in caso di shock economici inattesi. Ho già espresso in passato la mia valutazione del superbonus: un’esagerazione in termini di generosità del provvedimento, difficoltà di prevederne l’effetto, eccessiva pressione generata su un singolo settore dell’economia e implicazioni per altri settori della spesa pubblica che sono restati privi delle necessarie risorse. Non mi ripeto. Aggiungo solo una previsione: il superbonus entrerà nei libri di finanza pubblica come esempio di misura con un buon fine, la cui realizzazione è stata disastrosa.

Carlo Cottarelli, L’Espresso (24/5/2024)

Canzone del giorno: Trouble Comes Running (2010) - Spoon
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martedì 11 giugno 2024

Ridere è un mistero

Ridere è un mistero.
Ci sono circa duemila modi di ridere, secondo gli scienziati, e se penso a tutto il tempo che ci hanno messo a catalogarli mi viene da ridere.
Si ride anche di quello che non si vorrebbe.
Si può ridere con razzismo, con cinismo, con disprezzo. A tutti noi qualche volta nella vita capita di fare una di queste risate.
Ridere nasce da equilibri e squilibri molto complicati. Il tempo comico o ce l’hai o non ce l’hai. Se voi siete dei NON raccontatori di barzellette, la vostra condanna è eterna. Questo non vuole dire che non avete senso dell’umorismo, semplicemente che non avete in dono le pause, i ritmi, o la dilatazione teatrale necessaria per raccontarle. E se insistete a raccontarle, avrete in risposta da chi ascolta quel sorriso di compatimento che è peggio di uno schiaffo.
A meno che non siate molto potenti, allora i sottoposti rideranno ma è puro servilismo. La risata va guadagnata. Un attore sa che ogni sera il pubblico riderà spesso negli stessi punti, ma talvolta in punti diversi, o in ritardo, in controtempo, oppure riderà quando non c’è da ridere. O non riderà affatto. Ma il vero attore comico si vede quando, passata l’inerzia iniziale di simpatia, conquista tutti, anche quelli che non sono disposti a ridere. Le risate finte televisive sono un trucco che ogni attore comico dovrebbe rifiutare.
Peggio che simulare l’orgasmo.
Nei libri le risate finte non ci sono. Però c’è gente che legge i libri così bene che fa ridere a ogni pagina. I bambini ridono quando si stupiscono, dovrebbero esserci di lezione. Il riso dovrebbe nascere dallo stupore, non dalla serialità o dai tormentoni.
Si può raccontare e far ridere, ma adesso si preferiscono le mitragliate di brevi gag, il racconto non è importante. Ridere è terapeutico ma ridere sempre e troppo, è segno di una patologia di imbecillità. I politici non ridono, sogghignano.
Ridere è una verità penultima, la propaganda e la serietà minacciosa dicono di possedere la verità ultima, ma noi sappiamo che non è l’ultima, è l’ultima per un breve tempo. È molto difficile ridere di sé stessi. Bisognerebbe tenere una statuetta di Totò sul comodino che ogni tanto ci dica “mi faccia il piacere!” quando facciamo gli sbruffoni. (…) Dico Totò perché contiene tutto il mistero e le contraddizioni del comico e del ridere. Bellissimo e brutto, volgare e nobile, sguaiato e raffinato, allegrissimo e triste creatore di linguaggio e suo sabotatore. Sempre inafferrabile. E mi fanno ancora ridere i cartoni animati, Vilcoyote per me è il Beckett dei cartoons. Il duello di magia della Spada nella Roccia è la mia droga. Ogni tanto devo rivederlo. Non rido oggi di quel che ridevo ieri e domani chissà? Si può ridere anche della morte, e molte strane morti fanno pensare che talvolta, anche la Vecchia con la Falce abbia sense of humor. Ci sono cose su cui faccio fatica a ridere e inventare battute. Sono ad esempio la guerra e la catastrofe climatica. Divento pedante e serissimo. Ma altri dicono che si deve e si può ridere di tutto. A loro lascio questi argomenti.
I miei libri mi fanno ridere? Se li rileggo, qualche volta sì, e mi fa piacere. Mi fa piacere che ogni lettore rida di una pagina diversa, di una battuta diversa e, come in teatro, rida anche quando non c’è niente da ridere.

Stefano Benni, Il Fatto quotidiano (30/8/2019)

Canzone del giorno: Laughing At Life (1997) - Tony Bennett
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domenica 9 giugno 2024

Assioma di Cole

Assioma di Cole

«La somma dell’intelligenza sulla terra è costante. La popolazione è in aumento».

Arthur Bloch, La legge di Murphy


Canzone del giorno: Forty Miles From Nowhere (2017) - Rodney Crowell
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giovedì 6 giugno 2024

Europeismo dei fatti

Le tensioni geopolitiche internazionali mai così acute e la frammentazione economica che ne è causa ma anche effetto rischiano di far pensare che la situazione sia ormai troppo grave o anche solo troppo complessa per essere governabile e governata. Di qui la propaganda, il “liberi tutti”, le spinte alla chiusura, gli schemi che saltano uno dopo l’altro nella politica e nella comunicazione, che finiscono per accelerare il tracollo. In realtà ci sono segnali di resilienza che non possono essere lasciati cadere, ci sono sfide che possono ancora essere vinte: è troppo presto arrendersi a scenari inerziali. Anche in Europa, anche in Italia, protagoniste di una marginalizzazione che sta nei numeri, ma che non rappresenta ancora la condanna a un inesorabile declino. Purché le due dimensioni, quella nazionale e quella sovranazionale, stiano insieme. Le elezioni europee, destinate probabilmente più ad aprire che a chiudere una fase di profonda riflessione sui tempi e i modi del processo di integrazione, possono essere uno spartiacque. Nelle sue prime considerazioni finali, il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta si è tenuto lontano anni luce da questioni politiche o tanto più elettorali, ma l’Europa – insieme alla tecnologia – è stata elemento centrale del suo ragionamento. In un mondo in cui il Vecchio continente pesa solo più per il 5,7% della popolazione e per il 18% del Pil (contro il 26% di inizio millennio), è tutta l’Europa a rischiare di sparire, figuriamoci un Paese più vecchio e più lento della media com’è l’Italia (ma pure la Germania): di qui la necessità di un europeismo dei fatti, capace di smarcarsi da quegli eccessi di enfasi di chi è aprioristicamente pro o contro l’Europa e che sappia riconoscere come non ci siano alternative percorribili. Perché se è vero che per molti, per fortuna, il processo di integrazione è un fine, per tutti resta comunque l’unico mezzo per tenere il passo di un mondo di superpotenze globali. L’alternativa della chiusura equivale, questa volta sì, all’emarginazione. E il governatore l’ha argomentato chiaramente su più piani, a partire da quello del lavoro e della produttività, male atavico italiano. C’è anzitutto da alzare il tasso d’occupazione, ha detto, poi da lavorare sulla leva della produttività, ma anche da aprirsi a nuove risorse: da soli, è il messaggio, non possiamo andare lontano, «il calo demografico pesa sul lavoro», per questo «serve un flusso maggiore di immigrati regolari». E il discorso vale per tutte le sfide che contano, che sia il mercato unico dei capitali dove l’Italia – con i risparmi delle sue famiglie – ha più da dare che chiedere, o la rivoluzione tecnologica dell’intelligenza artificiale, che può portare opportunità oltre che minacce, ma solo se sarà regolata e finanziata a livello di continente e non di singoli Paesi. A livello istituzionale c’è un ingranaggio chiave su cui lavorare, ha ricordato Panetta, ed è l’allineamento tra politica monetaria – che è comune, grazie alla Bce – e quella di bilancio, dove prevale ancora il livello nazionale. Finché le due leve non agiranno in coerenza, alle istituzioni di Bruxelles spetterà anzitutto controllare (e bacchettare), mancando di quella forza costruttiva e propulsiva su cui possono contare gli Stati Uniti, dove la Federal Reserve difficilmente si smarca dalla Casa Bianca. Ci vuole tempo, ma anche solo l’esperienza del debito comune europeo effettuata con i programmi postpandemici suggeriscono che uno dopo l’altro possono cadere molti ostacoli, spesso culturali, su una strada che non ha alternative.

Marco Ferrando, Avvenire (1/6/24)

Canzone del giorno: Shine  On Through (1978) - Elton John
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martedì 4 giugno 2024

Nulla dies sine linea


Nulla dies sine linea
 

Nessun giorno senza una linea (Plinio, Storia Nat., XXXV, 36) 

Frase attribuita da Plinio il Vecchio (23 -79) al pittore greco Apelle, del quale si dice che non lasciasse passare giorno senza tratteggiare col pennello qualche linea. La locuzione sollecita la necessità dell’esercizio quotidiano per progredire senza permettere che passi giorno senza avere compiuto un passo, sia pur piccolo, verso la meta che ci si prefigge di raggiungere.

Canzone del giorno: Hang In Long Enough (1989) - Phil Collins
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domenica 2 giugno 2024

Urne europee

Pillinini, da google.it

















Canzone del giorno: Enemy (2012) - Nelly Furtado
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sabato 1 giugno 2024

Playlist Maggio 2024

     1.      Steely Dan, Dirty Work – (Can’t Buy a Thrill – 1972) – Sicurezza sul lavoro

2.      Pete Seeger, Where Have All the Flowers – 1955 – All’altezza dei fiori

3.      Nomadi, Salve sono la giustizia – (Liberi di volare – 2000) – Ingiustizia

4.      Rod Stewart, Passion – (Foolish Behaviour – 1980) – Inquinamento politico

5.      James Senese & Napoli Centrale, Povero munno – (‘O sanghe – 2016) – Povero munno

6.      Bruce Dickinson, Road To Hell – (Accident of Birth – 1997) – Quadrilatero maledetto

7.      The Cribs, Ignore The Ignorant – (Ignore The Ignorant – 2009) – Paese di ignoranti

8.      Ludovico Einaudi, Brothers – (In a Time Lapse – 2013) – Cultura europea

9.      Nick Cave and the Bad Seeds, O Children – (The Abattoir Blues Tour – 2007) – Fecondità

10.   Dido, Life for Rent – (Life for Rent – 2003) – Vantaggiosa

11.   John Mayall, Unanswered Questions – (Back To The Roots – 1971) – Domande a chi pensa che…

12.   Bob Dylan, A Hard Rain’s A-Gonna Fall – (The Freewheelin’ Bob Dylan – 1963) – A Hard Rain

13.   Frank Sinatra, Night and Day – (A Swingin’ Affair – 1957) – C’era una volta in America