nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

lunedì 29 gennaio 2024

Jannik

Jannik, le prime sensazioni dopo questo trionfo?

“Di sicuro ci vuole un po' di tempo per elaborare tutto. Sono estremamente contento di come ho gestito le cose oggi. La situazione in campo era molto, molto difficile. Penso che la parte più importante sia stato il supporto che ho avuto in queste due settimane. Sentivo che molte, molte persone guardavano anche da casa in tv, quindi ho solo fatto del mio meglio”. 

Primo italiano a vincere in Australia. Quanto significa rappresentare l'Italia?

“Significa molto. Forse la cosa più importante. Perché il supporto che ricevo dagli italiani, ormai da anni, è incredibile. Essere in grado di renderli felici oggi, perché sento che spingono anche me, che posso credere in me stesso e poi avere così tanto supporto, è fantastico”.

A che punto ora è la carriera?

“Non so dirlo. Il mio viaggio è stato abbastanza veloce. Ho vinto il Challenger quando avevo circa 17 anni, poi ho vinto il NextGen, poi è arrivato il primo torneo Atp. Quindi vivi questo tipo di movimento e poi cerchi di continuare a migliorare. Non ti rendi nemmeno conto di quanto velocemente stiano andando le cose. Seduto qui con questo trofeo ora, guardandolo, è per me che devo ancora rendermene conto, no, perché è uno dei più grandi trofei che abbiamo nel nostro sport. Quindi sono davvero felice di poterlo condividere con il mio team oggi”.

Infine la dedica ai tuoi genitori.

“Non li vedo così spesso, purtroppo, ma quando li vedo è sempre un bel momento (sorride). Sono andato via di casa quando avevo 14 anni. Quindi son dovuto crescere abbastanza in fretta, cercando di cucinare per me stesso, fare il bucato. Sai, le prime volte è diverso, ma poi dall'altro lato, quello è stato forse il modo più veloce per crescere. Penso che per me sia stata dura, ma anche per i genitori lasciare il loro figlio di 14 anni, non è facile. Mi hanno sempre dato, non mi hanno mai messo pressione, che per me è forse la chiave per cui sono qui oggi. Sono uno molto rilassato, a cui piace giocare a tennis. Sono i genitori perfetti. Ovviamente conosco solo loro…. ahahaha: ma sono fantastici. E anche mio fratello, naturalmente”.

Janik Sinner, intervista di Paolo Rossi (la Repubblica - 28/1/2024)

Canzone del giorno: All I wanted To Do (2014) - Joe Louis Walker
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sabato 27 gennaio 2024

Strada smarrita

«La ruota della storia sembra talvolta smarrire la sua strada». Nella giornata della Memoria, il presidente Mattarella ha detto ciò che sentiamo in molti, noi italiani cresciuti in 79 anni di pace, ormai ogni volta che guardiamo un tg. Dal 7 ottobre: come una scossa elettrica il massacro, a freddo, di 1.200 israeliani in una notte, e gli stupri efferati, e i sequestri. La sensazione di un limite sacro violato, mentre dal 1945 l’Occidente giurava: mai più. E quel giorno abbiamo compreso lo sgomento e la rabbia di Israele, e considerato inevitabile il suo difendersi, e addirittura il vendicarsi. Siamo uomini: immaginate per un momento che lo scempio fosse accaduto da noi, e su una minoranza da sempre perseguitata. Immaginatevi che fossero nostri figli, gli annientati e i bruciati: non avreste sentito il sangue salire agli occhi, a accecare? «Una raccapricciante replica degli orrori della Shoah». Ha dovuto, Mattarella, ricordarci che cosa è stato davvero il 7 ottobre, perché travolti dall’orrore della guerra a Gaza ce ne siamo un po’ dimenticati. Nel vedere morire a migliaia i bambini palestinesi ci siamo detti: atroce l’attacco, ma la reazione è intollerabile. E guardando al bilancio delle vittime, è vero. Allora qualcuno ha messo in secondo piano il 7 ottobre: quasi una pagina come altre, fra tante pagine funeste della storia. No. Senza niente giustificare della ferocia scaraventata su Gaza, occorre però capire cosa è stata, quella notte per Israele. Proprio perché da 79 anni si giurava “mai più”, e noi, nati dopo, chiedevamo increduli ai genitori come un tale sovvertimento fosse stato possibile. “Mai più”. I rigurgiti antisemiti nelle cronache, pure risorgenti, ci sembravano il segno di un male endemico, ma in fondo minoritario. oi, quella notte, una premeditata apocalisse: le famiglie massacrate, le donne violate e uccise. Perfino le donne gravide, annientate con la loro creatura. (Le donne sono la stirpe, la vita che dà vita. Se non è un genocidio, distruggere con voluttà le donne, le madri). Nei primi giorni un senso di pudore ha fermato le immagini di quella notte. Poi, siccome il mondo sembra non capire, alcuni siti ne hanno diffuse sul web. Occorre coraggio per guardare i nidi d’infanzia inondati di sangue, i lattanti bruciati, le madri fucilate con un figlio in braccio; e quella schiera di cadaveri anneriti chiusi nei sacchi, in fila. Il 7 ottobre, venuta su dall’abisso, la ferocia della Shoah, di nuovo. Questo è lo choc che fatichiamo a capire fino in fondo. In Israele oltre 192mila anziani cittadini sono scampati all’Olocausto. Considerando i loro figli, nipoti e pronipoti, almeno un milione di israeliani sa di vivere perché un bisnonno è un sopravvissuto. E quanti altri sono venuti da pogrom e ghetti dimenticati. Quel Paese, sulla carta geografica, è piccolo come la Toscana, nell’oceano dei Paesi arabi. Temono di essere annientati, di nuovo. All’inizio, la reazione di Israele ci è sembrata in fondo inevitabile. Che avremmo fatto, se quei bambini fossero stati nostri? Perdonare, davanti a tanto sangue, è parola da usare con pudore: chiedendoci almeno se noi ne saremmo capaci. Ma quella notte quasi dimenticata ora, nella devastazione di Gaza. Nido di Hamas, ma casa di centinaia di migliaia di innocenti. Atterriti abbiamo visto la distruzione sistematica della città, i padri fra le macerie in cerca dei figli, le donne con in braccio bambini inerti – in quell’abbandono stremato che sempre ci ricorda il Cristo morto, nella “Pietà” di Michelangelo. Abbiamo visto gli ospedali al buio, le incubatrici in cui i neonati morivano; e i Tir carichi di cibo bloccati, e gli assalti della gente alla fame. Spaventoso, ci siamo detti, scoprendo con scandalo che anche le vittime possono diventare carnefici. Certo che possono: ce lo aveva detto anche Primo Levi. Apparteniamo tutti alla famiglia umana, tutti possiamo il male.

Marina Corradi, Avvenire (27/1/2024)

Canzone del giorno: Loss (2004) - John Frusciante
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giovedì 25 gennaio 2024

Raccontarla

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Gabriel Garcia Marquez (1927 – 2014), Vivere per raccontarla (2002)

Canzone del giorno: Nebraska (1982) - Bruce Springsteen
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martedì 23 gennaio 2024

Rombo di tuono

Per la generazione che non ha vissuto le sue imprese in un campo da calcio e la sua speciale storia personale, raccontare di Gigi Riva - scomparso oggi all’età di 79 anni, richiede una premessa. Bisogna partire da un concetto. Quello della virtù, qualità così rara e così preziosa. La virtù non suscita invidia, solo ammirazione. Gigi Riva nato Luigi - anzi Gigirrriva come lo chiamavano i tifosi del Cagliari - è stato prima di ogni altra cosa un uomo di virtù. È stato un fuoriclasse assoluto. Il grande giornalista Gianni Brera aveva coniato per lui un bellissimo soprannome, Rombo di Tuono, proprio per la potenza del tiro. Riva è stato uno dei pochi - con Gianni Rivera, Roberto Baggio, Francesco Totti - ad entrare nell’élite dei campioni eterni che hanno dato lustro al gioco del calcio italiano. È stato - soprattutto - un uomo che senza volerlo è diventato modello, un esempio di etica e virtù lungo tuttoil corso della sua carriera, che si è snodata lungo il decennio che dagli anni 60 ha scavallato nei 70. È diventato il simbolo della Sardegna, creando un legame indissolubile con il suo popolo che l’ha amato di un amore totalizzante. Certamente per le sue gesta sportive, ma non solo. Per rimanere a Cagliari, per non venire meno alla parola data, Riva rifiutò la cessione ai grandi club del Nord, primi fra tutti la Juventus e l’Inter, che in più periodi e solleticarono l’ambizione con ingaggi favolosi e la promessa di vincere scudetti in catena di montaggio. Ma il suo scudetto - Gigi Riva - l’ha vinto ugualmente, a Cagliari, nel campionato 1969-70. Uno scudetto che nella memoria collettiva ha assunto i contorni di una favola. L’impresa di una squadra di provincia, all’insegna di una piccola grande rivoluzione che all’epoca cambiò il calcio italiano. Lo ha raccontato bene Riccardo Milani nel suo documentario - Nel nostro cielo un rombo di tuono, che ha segnato l’ultima uscita pubblica di Gigi Riva. Già nella sua condizione di emigrante al contrario - dal Nord al Sud, da Leggiuno a Cagliari - c’è la cifra di un uomo che - per dirla alla De Andrè - ha sempre viaggiato in direzione ostinata e contraria. Non ha avuto una vita facile. Perse il padre a nove anni, la madre quando ne aveva sedici. Poco più che ragazzo, accettò malvolentieri il trasferimento a Cagliari: pensò che nell’isola sarebbe rimasto una sola stagione. In verità non è più andato via. Oggi si può dire che Riva ha abbattuto i muri del tifo, è stato di tutti. È stato soprattutto un idolo in maglia azzurra, basti pensare che ancora oggi detiene il record (35) delle reti segnate in Nazionale, di cui, anni dopo, è stato team manager. Riva è tra i cavalieri che sfiorarono l’impresa al Mondiale messicano del 1970 quando, dopo l’epica semifinale Italia-Germania 4-3, gli azzurri si arresero al Brasile più forte di tutti i tempi, quello di Pelé. Due anni prima - proprio grazie ad un suo gol nella finale contro la Jugoslavia a Roma - l’Italia aveva vinto il suo primo titolo Europeo. Riva alla patria - se così si può dire - ha consegnato ginocchia e menischi, perché sono stati due infortuni in Nazionale (il primo nel 1967 e l’altro nel 1970) a minarne il fisico, fino a costringerlo al ritiro precoce, a soli 31 anni e tre mesi. La contabilità della sua carriera è un inno al gol: dei 35 gol in nazionale si è detto (su 42 partite: recordman azzurro) a questi ne vanno aggiunti 156 in serie A, 10 nelle varie coppe europee disputate dal Cagliari, 33 in Coppa Italia, 8 in B. Riva ha vinto per tre volte capocannoniere della serie A (1967, 1969 e 1970), in anni in cui la concorrenza era agguerritissima. Ma nel contorno del fuoriclasse, batteva il cuore di un uomo vero, silenzioso e ombroso, serio come un capo indiano, un Hombre vertical che ha saputo diventare un simbolo. Per questo Gigi Riva è stato uno dei campioni italiani più amati di tutti i tempi.

Furio Zara, vanityfair.it (23/1/2024)

Canzone del giorno: Playin' With My Friends (2005) - B.B. King ft. Robert Cray
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domenica 21 gennaio 2024

Hard Times


Hard times
Blue and sad
Don’t you cross the line
Run, run make it fun
Freeing up the time



Tempi difficili
Malinconici e tristi
Non superare la linea
Corri, corri, rendilo divertente
Libera il tempo

AC/DC, Hard Times (2014)


Canzone del giorno: Hard Times (2014) - AC/DC
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giovedì 18 gennaio 2024

L'illusione della pace

Le guerre dimenticate hanno il vizio di tornare a condizionare la nostra vita. Anche in questa fase storica in cui in Occidente il nazionalismo trionfa sul globalismo e la fortezza Europa alza muri di cinta verso il cielo sempre più solidi, i conflitti ignorati per lungo tempo minacciano il nostro privilegiatissimo stile di vita, e spesso lo fanno con prepotenza inaspettata. E così la guerra a Gaza, la più vecchia del moderno Medio Oriente, e quella nello Yemen, tra le più recenti, hanno portato in casa nostra tragedie umane che molti reputavano inimmaginabili e tra poco svuoteranno anche i nostri portafogli. E vediamo come questo secondo fenomeno prende forma. Da novembre gli Houthi, un gruppo terrorista sciita affiliato e finanziario dall’Iran con base nello Yemen, ha iniziato a lanciare attacchi nel mar Rosso da dove transita il 30 per cento del traffico commerciale mondiale. Per debellarli gli Stati Uniti hanno creato una coalizione di forze, di cui fa parte il Regno Unito e anche l’Italia; gli Houthi, però, almeno per ora, continuano a terrorizzare il transito da e verso il canale di Suez. Soluzione del problema: molte compagnie marittime hanno optato per la circumnavigazione dell’Africa, decisione che implica costi logistici aggiuntivi e spesso significati per i prodotti che transitano da e verso l’Europa ed il Nord America. Gli Houthi non attaccano le petroliere provenienti dal golfo Persico – per non attirare le ire dei produttori arabi – e più volte hanno dichiarato di avere come obbiettivo solo navi e prodotti che hanno a che fare con Israele, ciononostante la tensione nel mar Rosso sta facendo gravitare i costi delle assicurazioni marittime, aumenti che impattano sui costi finali di trasporto. I conflitti dimenticati fanno parte della terza guerra mondiale. Nulla in questa guerra è come le precedenti, soprattutto l’illusione di pace occidentale. Costruita come un puzzle dove ogni pezzo rappresenta un conflitto, questa assume aspetti diversi a seconda di quale regione del mappamondo si prende in considerazione. E così, la guerra vera di Gaza finisce per distorcere il consumo in Europa alimentando il nemico inflazione attraverso la riattivazione del terrorismo marittimo lungo il mar Rosso. Ed ancora, la guerra civile nello Yemen che due acerrimi nemici, la sciita Iran e la sunnita Arabia Saudita, sponsorizzano, a sud del canale di Suez diventa un conflitto allargato che vede la marina militare americana, la più grande ed efficiente al mondo, ed i suoi alleati combattere contro le navi pirata degli Houthi e lo sponsor Iran.Tra i grandi burattinai di questo nuova tipologia di guerra mondiale ci sono paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita, nazioni che ai tempi della Seconda guerra mondiale o erano colonie dell’occidente o facevano parte della periferia più povera e meno sviluppata dell’Impero occidentale. È questa un dettagli che ci porta ad una riflessione importante. A causare il coinvolgimento delle colonie durante l’ultimo conflitto mondiale fu la contaminazione di quello centrale, la battaglia per il controllo dell’Europa da parte dei nazisti e fascisti, e dell’Asia per i giapponesi. Anche se mondializzata, la Seconda guerra mondiale era geograficamente circoscritta dalle mire espansioniste dell’Asse. Oggi i conflitti sono localizzati e globalizzati allo stesso tempo, tensioni locali, mire espansioniste o ostilità regionali si sovrappongono a interessi geopolitici globali. Oggi i blocchi in collisione sono più di due. E questo spiega come la guerra a Gaza non è un conflitto tra Israele e Hamas ma tra Israele e l’Iran, sponsor di Hamas, Iran e Libano attraverso gli Hezbollah, anche loro sponsorizzati dall’Iran; è anche un conflitto per procura tra l’Iran e gli Stati Uniti ed i suoi alleati in Europa e nel Golfo. La terza guerra mondiale a pezzi si sta combattendo sotto le mura di cinta della fortezza Europa, se smettiamo per un attimo di ascoltare la caciara delle notizie banali locali, dalla preparazione del festival di Sanremo alle presunte truffe degli influencer made in Italy, è possibile sentire i boati delle bombe che cadono, il pianto dei bambini senza infanzia, le grida strazianti dei sopravvissuti. L’idea che l’Occidente viva in pace è un’illusione, la guerra volutamente ignorata nel quotidiano, ci è entrata nel sangue, fa talmente parte della nostra quotidianità che quando andiamo al supermercato e tutto costa il doppio non pensiamo che la causa originaria sia la guerra a Gaza o quando leggiamo sui giornali che l’assedio dei migranti non accenna a scemare non pensiamo che questo sia dovuta all’allargarsi dei confini della terza guerra mondiale. Districarsi da questo groviglio geopolitico non sarà facile e chissà, forse non è neppure più possibile. Forse è troppo tardi, avremmo dovuto fermarci vent’anni fa. Ma lasciarsi trasportare dall’inerzia e finire per essere fagocitati dalla forza centripeta del nuovo conflitto non può e non deve essere la nostra opzione. Finché anche solo l’illusione di pace sopravvive la speranza di una pace vera esiste.

Loretta Napoleoni, www.ilfattoquotidiano.it (14/1/2024)

Canzone del giorno: Illusion (1977) - Uriah Heep
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martedì 16 gennaio 2024

Una briciola


Una briciola di volontà pesa più di un quintale di giudizio e persuasione.

Arthur Schopenhauer (1788 - 1860)



Canzone del giorno: Briciole (2018) - Calcutta
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domenica 14 gennaio 2024

Giradischi

Nell’immediato, il desiderio più pressante era quello di possedere un giradischi e almeno qualche vinile, oggetti cari di cui si poteva godere in compagnia o in solitudine, all’infinito, fino a non poterne più, oggetti che faceva entrare di diritto nella tribù giovanile dei più evoluti, dei liceali benestanti, quelli che indossavano i Montgomery, che chiamavano i genitori “i miei vecchi“ e dicevano bye per dire arrivederci. Eravamo avidi di jazz, di spiritual, di rock’n’roll. Tutto ciò che si cantava in inglese era aureolato di una misteriosa bellezza. Dream, love, heart, parole pure, senza un utilizzo pratico, che restituivano la sensazione di un al di là. Nel segreto della propria cameretta ci si abbuffava dello stesso disco, senza stancarsene, come una droga che pigliava la testa, faceva esplodere il corpo, apriva la porta su un altro mondo fatto di violenza e di amore, un mondo che si sovrapponeva e confondeva con quello di quei parti a cui ancora non avevamo il diritto di andare. Elvis Presley, Bill Halley, Armstrong, i Platters incarnavano la modernità, l’avvenire, e cantavano soltanto per noi, per noi giovani, lasciandosi alle spalle gusti fuori moda dei genitori e l’ignoranza dei buzzurri, Il paese del sorriso, André Claveau e Line Renaud. Ci sembrava di far parte di un circolo di iniziati.

Annie Ernaux, Gli anni (Les Années), Gallimard – 2008

Canzone del giorno: Suspicious Minds (1969) - Elvis Presley
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giovedì 11 gennaio 2024

Fondo prosciugato

Senza fare molto clamore, con un tratto di penna, il governo Meloni nella manovra di bilancio ha avallato il taglio del fondo simbolo per contro bilanciare l’autonomia differenziata. Il cosiddetto Fondo di perequazione, che era pari a 4,4 miliardi di euro, è stato prosciugato. Significa che non ci sarà un euro per Regioni e Comuni delle Regioni che devono recuperare gap su servizi e infrastrutture rispetto ad altre aree del Paese. Se a questo taglio si sommano quelli dei progetti del Pnrr e della manovra di Matteo Salvini per dirottare Fondi sviluppo e coesione di Sicilia e Calabria al Ponte sullo Stretto, il risultato è che per opere già in pista e progetti pronti a partire il governo nazionale ha tolto al Mezzogiorno 15 miliardi di euro in una manciata di mesi. A fronte di questi tagli, molti hanno notato il silenzio assoluto nella conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul Sud. Per il meridione il quadro è davvero a tinte fosche. Di certo c’è che solo nei giorni scorsi, spulciando le tabelle allegate alla manovra di bilancio, è saltato fuori che il Fondo di perequazione, inizialmente di 4,4 miliardi di euro, è sceso ad appena 800 milioni. Già nella delega sull’autonomia differenziata con il governo Conte Due il Fondo era stato inserito come garanzia per il Mezzogiorno di un minimo di investimento dello Stato per recuperare i divari di cittadinanza. Adesso che l’autonomia cara alla Lega sta marciando spedita in Parlamento i fondi scompaiono. Un segnale politico chiaro, insomma. Questo taglio si somma ad alcune scelte politiche fatte recentemente dal governo. Il governo Meloni ha rimodulato 16 miliardi di euro dal Pnrr, la metà dei quali destinati ai Comuni del Sud per i piani urbani e l’efficientamento energetico. Saltati quindi alcuni grandi progetti di riqualificazione urbana, come Restart Scampia (156 milioni) e Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio (106 milioni) in Campania, oppure gli interventi nei quartieri San Berillo e Librino a Catania e l’ex Città del Ragazzo a Messina in Sicilia, solo per fare degli esempi. Altri 1,6 miliardi di euro sono stati presi di imperio nella manovra di bilancio dal Fondo sviluppo e coesione di Sicilia e Calabria e sono stati dirottati per realizzare il Ponte sullo Stretto, il progetto rimesso in piedi da Salvini ripescando la vecchia società Stretto di Messina con annessi contratti con il consorzio Eurolink. Il governatore Renato Schifani aveva tuonato contro la scelta di dirottare senza accordo queste risorse, Salvini è andato avanti lo stesso e sono saltati quindi finanziamenti destinati al dissesto idrogeologico e alle infrastrutture come il prolungamento dell’autostrada Siracusa-Gela nel tratto di Scicli: “In tutto sono stati toli alla Sicilia miliardi di euro”, ha calcolato la Cgil.

Antonio Fraschilla, la Repubblica (11/1/2024)

Canzone del giorno: Good Day To Cry (2016) - Beth Hart
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martedì 9 gennaio 2024

Buon senso

Un perfetto onest'uomo è chi possiede grande buon senso e retta ragione, che sempre fanno prendere la decisione più giusta e onesta in tutte le azioni della vita; ed è assai sconveniente lodare per la loro grande intelligenza le persone incivili e grossolane del mondo. Esse possiedono soltanto un poco di quel buon senso che le fa riuscire in alcune cose, ma le rende inadeguate per mille altre.

Nicolas d’Ailly, Pensieri diversi, 1678

Canzone del giorno: Shine A Little Light (2019) - The Black Keys
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domenica 7 gennaio 2024

Mes

Il 21 dicembre scorso il Parlamento italiano non ha ratificato la modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Due erano le principali modifiche introdotte: a) l’estensione della possibilità di interventi precauzionali, senza attendere una crisi conclamata; b) la possibilità di utilizzare fino a 68 miliardi del Mes come paracadute pubblico europeo per il Fondo di risoluzione che le banche hanno creato per difendersi dalle crisi. In un articolo pubblicato il 26 maggio scorso su questo giornale abbiamo passato in disamina, una per una, le argomentazioni allora avanzate dai fautori della non ratifica, mostrando la loro sostanziale inconsistenza. […] Si pensa davvero che una crisi eventuale delle banche tedesche non si ripercuoterebbe sul sistema finanziario italiano e sul nostro debito pubblico riattivando il circolo vizioso che abbiamo visto all’opera dieci anni fa? Ogni aiuto europeo a difesa della stabilità di un sistema bancario nazionale nell’eurozona è un aiuto alla stabilità delle nostre banche e del nostro debito pubblico. E, come sappiamo, quanto più questo aiuto è credibile, tanto minore è la probabilità che venga attivato. […] il Mes non mette a rischio i risparmi degli italiani, anzi li salvaguarda. Infatti, il Mes verrebbe usato nei momenti di crisi, quando i tassi di interesse richiesti per i nostri Btp sarebbero troppo alti per le nostre finanze pubbliche. Con il Mes che ci impresta fondi a tassi molto bassi, si eviterebbe una crisi del debito e i lavoratori e le imprese avrebbero il vantaggio di veder ridotta la spesa pubblica per gli interessi passivi e quindi la corrispettiva pressione fiscale. […] È auspicabile che il Parlamento italiano riconsideri la decisione di non ratificare il trattato del Mes, utilizzando ad esempio la proposta formulata dal Senatore Monti di un nuovo passaggio parlamentare prima di ogni eventuale ricorso al Mes. Al contrario, come ultima ratio, non è escluso il rischio che l’attuale riforma possa divenire vincolante solo per i 19 partner che l’hanno ratificata. Anche se remota, l’ipotesi di un’inedita “eurozona a due velocità” sarebbe una prospettiva catastrofica. In questa infausta evenienza, potrebbero venirci restituiti, in tutto o in parte, i 14,2 miliardi che l’Italia ha versato al Mes, che però non ci basterebbero per gestire da soli una crisi finanziaria causata non dalle banche, ma dalla sfiducia nelle nostre istituzioni. Questa vicenda rischia di rinfocolare una visione opportunistica dello stare in Europa: chiediamo solidarietà quando ci conviene, la neghiamo quando pensiamo (erroneamente, in questo caso) non ci convenga. Questo ci riporterebbe agli anni bui della crisi dell’euro quando dominava il principio di “far pulizia davanti a casa propria”. Ogni vantaggio delle scelte innovative compiute durante la crisi pandemica andrebbe disperso e l’Italia sarebbe il primo Paese a subirne le conseguenze.

Marco Buti e Giampaolo Vitali, Il Sole 24 Ore (4/1/2024)

Canzone del giorno: Walking On Broken Glass (1992) - Annie Lennox
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giovedì 4 gennaio 2024

Notizie

Né ridendo né scherzando, è arrivato l’anno nuovo. Sono in ritardo per gli auguri, e per fortuna, perché a parte la sopravvivenza, o di riuscire a pagare le bollette, o di non dover prenotare una visita specialistica tra otto mesi e mezzo, non saprei cosa augurarvi. Mi spiace, non vorrei essere pessimista, non lo sono di natura, ma mi sembra che i tempi suggeriscano questo: il realismo è già una notevole vocazione al disastro. In cerca di qualche buona notizia per allietarci l’inizio del 2024, mi accorgo che non ce ne sono, e le migliori dovrei inventarmele di sana pianta. Tipo, che so, la scoperta di una fitta rete di tunnel sotto Firenze, che collega le varie residenze dei Verdini. Essendo tutti ai domiciliari, hanno scavato per passarsi bottiglie di champagne e verbali delle intercettazioni. A piede libero è rimasta quasi solo la figlia, che però, essendo fidanzata con Salvini, è quella che ha la condanna peggiore. Dove sono i garantisti quando servono? Eh? Potremmo svagarci un po’ con il fenomeno dell’anno, Javier Milei, il nuovo presidente dell’Argentina, idolo dei liberisti di tutto il mondo, un mix micidiale tra Milton Friedman, il dittatore dello stato libero di Bananas e un vicedirettore de Il Foglio. Ho letto l’elenco delle sue riforme e in effetti manca solo “da domani la lingua ufficiale sarà lo svedese”, il resto c’è tutto, compresi il divieto di manifestare, di scioperare e di non dire “viva Milei”. Non vi sfugga la geniale innovazione: eravamo abituati ai liberali che aprono la porta al fascismo, qui si salta un passaggio (inutile lungaggine burocratica), e il liberale diventa automaticamente lui, il fascismo. Fidatevi, si risparmia. Resta solo una considerazione un po’ amara: per aver votato questo qui, pensa com’erano gli altri, che è un po’ quello che diremo tutti noi dopo le elezioni europee. Poi, per tirarsi un po’ su il morale, non c’è nulla come le buone letture. Vi consiglio il Bloomberg Billionaire Index, cioè l’annuale hit parade dei miliardari del pianeta. Istruttivo, anche se non favorisce la digestione. Stando alle recenti quotazioni di Borsa, il più ricco del mondo è Elon Musk, con 232 miliardi di dollari in tasca, 93 in più rispetto all’anno precedente, che fa dieci milioni e mezzo di dollari all’ora, un salario minimo abbastanza soddisfacente. Forse per quello la “destra sociale” l’ha applaudito tanto, alla sagra fantasy di Atreju, perché “destra” va molto di moda, ma “sociale” non si porta più, è un po’ out. Una nota triste, il rischio di indigenza per Bernard Arnault, il capo mondiale del lusso, che si ferma a 178 miliardi: qualcuno nel 2023 si è scordato di smacchiare la borsa Louis Vuitton con lo champagne millesimato, e lui ne paga le tristi conseguenze passando dal primo al secondo posto, che decadenza, suggerirei di lanciare una sottoscrizione. In tutto questo, una nota di orgoglio nazionale: grazie al governo della destra, e al signor Giorgetti in particolare, dovremo tagliare dal bilancio dello Stato 12 miliardi e mezzo all’anno fino al 2031. Lasciamo stare che quelli che hanno firmato questo patto sono gli stessi che hanno vinto le elezioni dicendo “Mille euro a testa con un click”, tipo la sora Giorgia, “uomo dell’anno”, quisquilie, non fermatevi ai dettagli. È bello avere questa vocazione al risparmio, e potrei anche suggerire dove tagliare visto che spenderemo 13 miliardi all’anno in armamenti, difesa, carri armati e altri giocattolini. Che ci vuole, basterebbe prenderli da lì. No, eh? Mi pareva. Buon anno lo stesso.

Alessandro Robecchi, Piovono pietre - Il Fatto quotidiano (3/1/2024)


Canzone del giorno: Second Hand News (1977) - Fleetwood Mac
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martedì 2 gennaio 2024

Eredità

 

Tomas, da google.it













Canzone del giorno: Il mio nemico (2002) - Daniele Silvestri
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lunedì 1 gennaio 2024

Propizio

Intanto questo viaggio mi ha insegnato quante cose inutili abbiamo e come sarebbe facile decidere di rinunziarvi: difatti, se ci capita di esserne privi per necessità, non ci accorgiamo della loro mancanza. […] Ogni giorno comincia per me un nuovo anno e io lo rendo propizio e fortunato con onesti pensieri ed elevando lo spirito, che raggiunge il suo culmine quando bandisce ciò che gli è estraneo e conquista la tranquillità eliminando ogni paura, e la ricchezza, eliminando ogni desiderio.

Lucio Anneo Seneca (4 a.C. - 65 d.C), Lettere a Lucilio (Libro XI – 87) 

Canzone del giorno: Starting Tonight (1990) - Alabama
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