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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 24 gennaio 2026

Groenlandia

“Per Trump la Groenlandia è diventata una vera ossessione, fatta di risentimento e spirito di rivalsa per essersi dovuto fermare durante il primo mandato. Non si fermerà”. 

Tra chi non si fida della marcia indietro del Presidente americano nelle sue mire di conquista dell’isola artica è Klaus Dodds, uno dei massimi esperti mondiali delle regioni polari, con particolare esperienza proprio sull’Artico, che ha percorso in lungo e in largo nell’ultimo decennio. Quando ci risponde è appena rientrato da una riunione a Copenhagen, ascoltatissimo consulente della Nato e di vari governi, quello britannico in testa. Per trent’anni professore di geopolitica a Londra, ora rettore della Facoltà di Scienze e tecnologia dell’Università del Middlesex, Dodds parla con sconforto e preoccupazione di quella enorme isola nordica, che per lui non è soltanto un “piece of ice”, un pezzo di ghiaccio come l’ha descritta Trump nel suo violentissimo intervento a Davos.

“È invece un mosaico di comunità diverse che ci vivono da millenni — mi racconta — e dove la presenza umana si inchina umile alla magnificenza di una natura spettacolare e implacabile”.

Vederla ora nel mirino di un bulimico Trump lo indigna: 

“È un Presidente affascinato dalle carte geografiche — incalza Dodds —. Vede che il suo disegno di dominare l’emisfero occidentale, come detto chiaramente nella Strategia sulla sicurezza nazionale, a settentrione degli Stati Uniti passa inevitabilmente dalla Groenlandia e dal Canada. Come nei suoi diktat nazionali, anche sulla scena internazionale la sua mentalità lo porta ad agire tramite ordini esecutivi. Non vuole ostacoli. Lo sta facendo anche verso la Danimarca e la Groenlandia”.

Le sue mire comunque hanno anche ragioni economiche e non a caso l’intesa che avrebbe raggiunto con il segretario generale della Nato Rutte riguarda non solo il rafforzamento militare ma anche le risorse naturali. I cambiamenti climatici rendono infatti la Groenlandia maggiormente sfruttabile per estrarre minerali rari, gas e petrolio. […]

I leader europei, britannico Starmer compreso, hanno almeno sulla Groenlandia mantenuto una posizione ferma. Quanto durerà questo fronte comune? 

“Trump disprezza gli europei e anche verso il Regno Unito non c’è alcuna relazione speciale. Ci vede come un ostacolo per il tecno-capitalismo della sua Amministrazione e preferisce scegliersi individualmente gli interlocutori sul continente. I leader europei, compresa la vostra Premier Meloni, devono prendersi il rischio di sembrare sleali verso Trump e assumere una posizione netta. Non basta dire, come hanno fatto, che nuovi dazi sono un errore, perché sono molto di più. Sono una minaccia esistenziale all’unità transatlantica e alla Nato. In una situazione così estrema e polarizzata la lealtà verso Washington porta solo a tregue momentanee. Poi occorre scegliere da che parte stare”.

A parte rafforzare la presenza militare nell’Artico, sperando di poterlo fare insieme sotto l’ombrello Nato, gli europei che strumenti hanno per reagire?

“Ad esempio proprio quello di rivedere l’uso delle basi americane nei nostri Paesi: Regno Unito, Italia, Germania, Polonia, ne abbiamo a decine, Nato e non solo. Se gli Stati Uniti diventano un alleato inaffidabile, la presenza militare americana nei nostri territori diventa un problema da discutere”.

Marco Varvello, estratto intervista a Klaus Dodds (affarinternazionali.it – 23/1/2026)

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