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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 27 settembre 2018

Robaccia

L’inquinamento da plastica sta rapidamente diventando un problema importante a livello mondiale: detto semplicemente, abbiamo prodotto un’enorme quantità di robaccia che adesso non sappiamo più dove mettere. Dagli anni 50 sono stati prodotti nel mondo oltre 8 miliardi di tonnellate di plastica prodotta a partire da idrocarburi fossili. Di questa, il 9% è stato riciclato, il 12% è stato incenerito, il resto è ancora in giro. È quasi una tonnellata di rifiuti di plastica per ogni essere umano che vive oggi. E continuiamo a produrre plastica: oggi se ne producono circa 380 milioni di tonnellate all’anno e il totale continua ad aumentare. E’ questa l’origine della quantità di plastica che vediamo sparpagliata in giro dappertutto. Ma non è solo un problema estetico: stiamo tutti mangiando particelle di microplastica e nessuno sa che effetti avranno sulla nostra salute. A lungo andare, poi, tutta la questa plastica sarà ossidata e trasformata in CO2 gassoso che contribuirà al riscaldamento globale.
Quindi, abbiamo un grosso problema: cosa possiamo fare?
I Verdi nelle loro varie sfumature risponderanno con la parola magica “riciclare!” Ma sono anni che se ne parla e la quantità di plastica riciclata rimane una piccola frazione di quella prodotta. Ma il vero problema è un altro: non è possibile riciclare nulla per più di una quantità limitata di volte. Alla fine, anche le plastiche riciclate devono diventare rifiuti e siamo di nuovo al punto di partenza. C’è poi il partito degli inceneritoristi che già sta cominciando a urlare: “bruciamola!”. Non solo facciamo sparire questa robaccia ma, nel processo, creiamo magicamente energia! Non è una buona idea? Forse, ma se mai c’è stata una perfetta illustrazione del concetto di “nascondere il problema sotto il tappeto”, è proprio questo. Quando viene bruciato, il materiale plastico non scompare: si trasforma semplicemente in CO2 che entra nell’atmosfera per creare più riscaldamento globale. E l’energia che possiamo ottenere dal processo è ben poca ed è ottenuta in modo sporco e inefficiente.
C’è poi la possibilità della bioplastica. Sembra una soluzione perfetta: tutto rimane com’è, non ci accorgiamo di niente eccetto che le plastiche diventano magicamente biodegradabili. La bioplastica non è una cattiva idea ma, come sempre, le cose non sono così semplici. A parte che costa più cara, per sostituire la plastica da idrocarburi, dovremmo moltiplicare la produzione attuale di bioplastiche di un fattore 100 circa. Qui sta il problema: la bioplastica si produce oggi principalmente da prodotti alimentari, cereali oppure zucchero. (...)
Ma il problema dell’eliminazione della plastica non è poi così difficile. E’ solo che va affrontato nel modo giusto. Ci sono pochi usi per i quali la plastica è veramente indispensabile: applicazioni biomediche, gomme degli autoveicoli e altre cose. Ma moltissima plastica è sprecata per degli usi francamente stupidi e inutili, tipo le bottiglie usa e getta. Ne potremmo fare benissimo a meno e sostituire la plastica con metalli, carta, ceramica, tessuti naturali e altre cose. Per quello che rimane, possiamo usare la bioplastica. Non è un problema di tecnologia, è un problema di gestione. Noi (intesi come umanità) siamo stati in grado di gestire ragionevolmente bene l’eliminazione di alcune sostanze nocive dalla produzione industriale. Pensiamo al piombo come componente di vernici o benzina. Pensiamo al mercurio nei termometri, al berillio in alcune leghe, ai CFC nei frigoriferi, al DDT come insetticida e in molti altri casi. Tutte cose che sono state eliminate mediante accordi internazionali.

Ugo Bardi, Il Fatto quotidiano (26/9/2018)

Canzone del giorno: Mercy Mercy Me (The Ecology) (1971) - Marvin Gaye
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