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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

martedì 29 agosto 2023

Putin-Prigozhin

Praticamente nello stesso momento in cui sulla rotta tra Mosca e San Pietroburgo le fiamme bruciavano i resti dell’aereo privato di Evgenij Prigozhin, qualche centinaio di chilometri più a sud, nella città di KurskVladimir Putin parlava di devozione alla madre patria tra solenni sinfonie d’orchestra e fiamme perenni al milite ignoto. A qualcuno è parso di notare un sorrisetto malamente represso sul volto del presidente russo. Forse il motivo si è capito il giorno dopo, quando Putin, tornato al Cremlino, è andato in tivù per esprimere pubbliche condoglianze ai familiari del suo ex-alleato e definirlo «un uomo d’affari di talento», promettendo un’inchiesta sulle cause del disastro. «Un finale che sembra preso direttamente dal Padrino», commenta Oleg Ignatov, esperto di Russia del think tank Crisis Group, alludendo alla famosa scena del film di Francis Ford Coppola in cui i capi delle famiglie mafiose rivali, dopo avere sparato a don Corleone, baciano la mano al figlio Michael. Se è così, si tratta di una coreografia attentamente studiata. Non una morte misteriosa, inspiegabile. Non l’operato di killer sprovveduti, come per eliminare l’ex-agente del Kgb Aleksandr Litvinenko con il polonio radioattivo o cercare di uccidere con il gas nervino la spia doppiogiochista Sergej Skripal. Nemmeno una sentenza carceraria da protrarre quanto si vuole, come per il petroliere Mikhail Khodorkovskij, oggi in esilio a Londra, o l’avvocato Aleksej Navalny, condannato a vent’anni dopo un fallito avvelenamento. Quelli erano pesci relativamente piccoli. Per un “traditore” come Prigozhin, colpevole di avere tradito non tanto la patria quanto il proprio capo, ci voleva una morte esemplare, spettacolare, dal messaggio inequivocabile. «Lo hanno ammazzato così per inviare un segnale all’élite», dice un anonimo ex-alto funzionario del Cremlino al Financial Times, ossia affinché nessun altro che complotta nell’ombra osi riprovarci. «Per due mesi non è stato chiaro come mai Prigozhin veniva lasciato libero di volare dove voleva», afferma una fonte vicina al ministero della Difesa russo, «adesso capiamo il perché»: quella libertà era la trappola in cui è cascato il capo dei mercenari della Wagner. Dopo la sua clamorosa marcia su Mosca era stato perfino invitato al Cremlino per una chiacchierata di tre ore con Putin: il modo migliore per farlo sentire intoccabile. Del resto, non è la prima volta che la fine dei nemici di Putin assume contorni simbolici: nel 2015 Boris Nemtsov, ex-vice premier con Boris Eltsin, quindi leader dell’opposizione, fu assassinato a colpi di pistola sulla Piazza Rossa, davanti al Cremlino che ambiva a conquistare. I dissidenti lo considerano uno Stalin 2.0. Ma se è stato lui a dare l’ordine di lanciare un missile, come fa intendere Joe Biden, quello di Putin sembra piuttosto il metodo Corleone. Una vendetta servita fredda, con fiori alla vedova ed elogio del defunto.

Enrico Franceschini, la Repubblica (25/8/2023)

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