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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

martedì 4 luglio 2023

Generazione della rinuncia

Cosa succede se le nuove generazioni perdono la fiducia nel futuro e nella possibilità di cambiare il mondo? Se il loro desiderio si spegne? In Francia, l'uccisione da parte della polizia del diciassettenne Nahel è stata la miccia che ha acceso la rabbia latente di tanti ragazzi. Combinandosi con il senso di discriminazione razziale e la forte contrarietà già presente verso il decisionismo di Macron, il disagio generazionale si è reso evidente in una forma distruttiva. In Italia (con un tasso di abbandono scolastico del 13% tra i più alti d'Europa e un esercito di 2 milioni di under 30 che non studiano né lavorano), il disagio diffuso delle nuove generazioni si manifesta in una forma meno eclatante, ma non per questo meno preoccupante. Psicologi e servizi sociali segnalano l'aumento di forme gravi di ritiro sociale, e più in generale di uno stato ansiogeno che diventa un vero fattore di blocco per tanti ragazzi. Le dipendenza sono diffuse (alcool, droghe, videogiochi, azzardo), gli episodi di violenza di gruppo ripetuti, le relazioni affettive fragili e ritardate, il lavoro tenuto a distanza. I turni, lo stress, la fatica fisica: le imprese si stanno accorgendo quanto sia complicato trattare con i più giovani che, anche di fronte a una proposta di lavoro, valutano solo i «contro» (che in moltissimi casi superano i «pro», questo va detto) e declinano. Relegata in una condizione di instabilità cronica, da cui peraltro non ha fretta di uscire, buona parte della coorte giovanile contemporanea si dispone lungo uno spettro che va dal disagio acclarato alla disaffezione nei confronti del mondo circostante. Non protesta, ma ha distacco e disillusione. Una generazione che è nella condizione di poter desiderare, sembra incapace di farlo. E la società degli adulti certo non aiuta. Chi è nato negli anni 2000 è cresciuto in un mondo instabile. Prima la lunga stagione di difficoltà provocata dai dissesti finanziari del 2008; poi la pandemia e ora la guerra in Europa. Per le ultime generazioni, il mondo è pericoloso e il futuro fuori controllo. Mentre gli effetti a medio - lungo termine del cambiamento climatico sono vissuti fatalisticamente: «Saremo noi a pagare il conto di chi ci ha preceduto». In buona sostanza, i giovani - numericamente pochi - pensano di aver ereditato un «bidone»: un mondo avariato, intrattabile e per di più refrattario al cambiamento. Questa sfiducia di fondo si combina col benessere a cui i giovani, anche quelli delle fasce più marginali, possono in un modo o nell'altro accedere. Livelli di consumo più che soddisfacenti sono garantiti dalla famiglia, dalla possibilità di lavoretti più o meno precari o (specie al sud) da qualche forma di sussidio pubblico. Senza dire che, di norma, i ragazzi arrivano fino ai 20-25 anni senza nessuna esperienza concreta (lavoro, volontariato, responsabilità) dentro la bolla di una scuola (per chi la frequenta) che rimane ingessata e astratta. I social (accusati da Macron di aver fomentato la rivolta) hanno un peso importante, anche perché nessuno ha educato al loro uso. Soprattutto dopo il lockdown, l'abitudine a stabilire rapporti a distanza filtrati dallo schermo fa perdere competenze relazionali essenziali per il saper vivere. Grande è la tentazione di rimanere all'interno di un mondo virtuale fatto a propria immagine e somiglianza, in cui l'incontro con l'altro reale non avviene mai. D'altra parte, in una società come quella italiana, con una mobilità sociale bloccata da anni, in cui le posizioni più interessanti sono stabilmente occupate da generazioni che invecchiano molto più tardi, è difficile per un giovane immaginare di farcela. E d'altra parte, in un mondo in cui è la figura stessa dell'adulto a essere evaporata e/o deludente, non è chiaro per quale ragione si debba desiderare di diventarlo. E in un mondo in cui sia l'esperienza famigliare che quella lavorativa sono del tutto scomposte, non è scontato per i ragazzi avere dei punti di riferimento saldi. Così, le gerarchie sociali sono completamente risegnate: mentre crolla l'autorevolezza dei genitori, degli insegnanti, dei politici, visti come già superati dall'innovazione incalzante, i nuovi riferimenti sono figure mediatiche idealizzate (campioni sportivi, youtuber, influencer, personaggi della moda e dello spettacolo). Di fronte a un mondo che non capiscono e non amano, molti ragazzi si sentono soli. Incapsulati in piccole nicchie di benessere, faticano a capire ciò per cui valga la pena vivere. E temendo la fatica e la frustrazione - a cui nessuno li ha educati - rifuggono il rischio della prova. Per questo, alla fine, si ritraggono. E la generazione della rinuncia. Non tutti sono così. Ci sono giovani meravigliosi che sono molto più avanti dei loro padri. Più intelligenti, più critici, più capaci, più consapevoli delle sfide da affrontare. Ma sono una minoranza. Molti di più sono quelli che si accucciano in una sorta di posizione fetale, che è insieme fuga dal mondo e fuga da sé. Il transito generazionale è a rischio. Anche senza esplodere come in Francia, da noi la questione generazionale è un problema serio e urgente.


Mauro Magatti, Corriere della Sera (4/7/2023)


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