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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

lunedì 27 giugno 2022

Trattative

Se apparentemente, nel confronto fra i due approcci occidentali alla crisi ucraina - negoziare subito o attendere che Kiev si riprenda parte dei territori invasi -, la posizione di Macron sembrava avere la meglio, dopo il G7 di ieri lo scenario pare cambiato. Premere su Kiev affinché inizi a tutti i costi una trattativa alla fine sarebbe un errore, perché senza un cessate il fuoco la guerra continuerebbe con violenza moltiplicata. E, d'altra parte, nessuno può imporre al presidente Zelensky e ai suoi generali di chiedere all'invasore quanto ha deciso di portarsi via e a quanto rinunciare di ciò che non è suo. Emmanuel Macron, nelle ultime settimane, pressato da una campagna elettorale che lo ha azzoppato, aveva sostenuto che i tempi erano maturi perché Kiev si sedesse davanti a un tavolo per trattare col suo nemico russo e concludere un accordo. La posizione degli inglesi, al contrario, resta quella che fu di Winston Churchill dal 1940, quando il suo predecessore Neville Chamberlain fu costretto a dimettersi dopo «aver barattato la pace con l'onore e aver perso sia la pace che l'onore». Si trattava allora della guerra contro Hitler, il quale voleva riportarsi a casa tutti i gruppi tedescofoni che la pace di Versailles del 1919 aveva separato dalla Germania. Erano i suoi Donbass, le sue enclave, le sue Odessa e Kaliningrad e tutti i pacifisti di quel tempo invadevano le strade di Londra, Parigi e New York invocando la fine del conflitto e - per l'amor di dio! - che nessuno ostacolassecon le armi i nazisti. Sappiamo come finì. Oggi è diverso, ma Boris Johnson - cultore di Churchill - insiste nel mantenere fermo un punto sul quale nel 1945 tutti gli Stati sembravano d'accordo e cioè che non si consentirà più ad una nazione di sfondare la porta dei vicini per uccidere e rubare quel che si vuole. L'Europa continentale - la Francia e più ancora la Germania socialista di Scholz - sembra meno intransigente. Quanto all'Italia, è un dato di fatto che sia proprio Mario Draghi a mantenere la linea più vicina a quella degli alleati anglofoni. Qual è il punto di un'apparente convergenza tra Johnson e Macron? Le armi. Johnson non vuole che Putin esca vincitore e passi all'incasso. Ma, per impedirlo, non c'è altra strada che consegnare a Kiev nuove armi finché gli ucraini avranno voglia di combattere, perché è già stabilito che non un soldato dei Paesi dell'Alleanza Atlantica prenderebbe il loro posto. Ecco perché, contrariamente a quanto sembrava fino a ieri, per ora prevale - fra piccoli e grandi strappi - la linea intransigente che accomuna Londra a Washington. Che sono anche gli unici veri fornitori di materiale bellico a Kiev, cui l'Europa contribuisce per un misero due per cento e l'Italia per briciole. La guerra (delle parole) continua.

Paolo Guzzanti, Il Giornale (27/6/2022)

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