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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

domenica 27 settembre 2020

Barbari

Oggi ancora i barbari sono intorno a noi. Quasi tra noi. Ma noi, mi sembra, noi italiani in particolare ma certo non solo noi ci rifiutiamo di vederli. Magari non ne attendiamo con ansia l’arrivo, questo no, ma ci culliamo nell’idea che non esistano, facciamo come se non esistessero. I barbari odierni si chiamano Putin, Lukaschenko, Erdogan, Xi Jinping, Assad , Khamenei, Kim Jong-un, Al-Sisi. Governano Stati quasi sempre grandi e potenti, e i loro tratti principali sono il cinismo e la spregiudicatezza con cui si muovono sulla scena internazionale all’unico scopo di allargare il proprio potere o di conservarlo a qualsiasi prezzo. All’interno dei propri Paesi arrestano, deportano, torturano, fanno sparire nel nulla, e non ci pensano un istante ad eliminare chiunque si opponga ai loro voleri. Tutti i mezzi sono buoni: dal campo di concentramento, ai gas asfissianti, ai centri di «rieducazione». (...) Ma perché le cose stanno così? Perché questa sostanziale indifferenza che assomiglia spesso a un vero e proprio ottundimento etico-politico? Perché questa costante sottovalutazione della portata di quanto accade, della sua minaccia per i nostri interessi e i nostri valori? Le ragioni sono molte, ma quella che tutte le riassume, la principale, consiste in una forma di clamorosa miopia storica che produce un altrettanto clamoroso autoinganno. I popoli dell’Occidente si credono ancora il centro del mondo. A dispetto delle idee internazionalistico-democratiche che essi perlopiù professano, in realtà nel loro intimo sembrano credere di essere ancora i padroni indiscussi del processo storico, i soli capaci di pensarne i parametri in modo adeguato, e che nulla e nessuno potrà mai scalzarli da questo ruolo. Faticano a rendersi conto dei drammatici cambiamenti intervenuti nei rapporti di potere planetari, delle nuove dipendenze economiche che sempre più li condizionano. Non sono capaci d’intendere le conseguenze potenzialmente drammatiche che comporta la crisi profonda di alcune dimensioni che furono viceversa fondamentali per la loro affermazione storico-mondiale: per dire solo le prime che vengono alla mente, la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano, l’istituto della famiglia, un sistema d’istruzione orientata all’umanesimo nutrito dalla tradizione classica. (...) A partire da almeno una ventina d’anni, proprio mentre in tutte le sedi si celebrava ogni giorno il festival mondiale dei «diritti umani», contemporaneamente ma paradossalmente nel nostro discorso pubblico sulle cose del mondo, invece, concetti come «libertà», «diritto», «dispotismo», «violenza», «eguaglianza» cadevano pian piano in disuso, e la distinzione tutta storica e politica tra «civiltà» e «barbarie», risalente all’illuminismo, veniva equiparata più o meno a un cascame ideologico da «guerra fredda». Prima ancora dell’evanescente politica estera europea è l’opinione pubblica euro-occidentale, insomma, che nel suo giudizio a proposito del mondo è caduta in uno stato di atonia, di un sostanziale agnosticismo relativista che dagli omicidi di Stato egiziani o iraniani all’arroganza totalitaria cinese le permette di accettare sostanzialmente tutto, di accettare la barbarie senza fiatare.

Ernesto Galli Della Loggia, Il Corriere della Sera (7/9/2020)

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