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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 28 ottobre 2017

Autoproclamazione


La Catalogna si è dunque autoproclamata, in virtù di un referendum illegale nella forma e dal risultato numerico a dir poco dubbio, Stato indipendente in forma di Repubblica. È nata, sulla carta e per poche ore fino all’intervento di Rajoy, una nuova entità sovrana nel cuore dell’Europa. Legittimo chiedersi come si comporterà quest’ultima. Dopo non aver fatto nulla nel corso degli ultimi mesi e settimane, farà qualcosa adesso? La prima reazione, dopo il voto di ieri del Parlamento catalano a favore dell’indipendenza, sembrerebbe nel segno della fermezza. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha fatto sapere – tramite un tweet, come si usa adesso anche quando si tratta di affrontare una crisi internazionale – che per l’Unione non cambia nulla e che «la Spagna resta il nostro unico interlocutore». Ma dire che nulla cambierà non vuol dire che nulla è cambiato. Sembra piuttosto il solito modo dell’Europa di chiudere gli occhi dinnanzi alla realtà o di muoversi ma solo quando i buoi del proverbio sono scappati dalla stalla.
La verità è che l’Europa in questa vicenda ha molte colpe, che ovviamente tende a non confessare nemmeno a sé stessa. Potremmo persino dire, a costo d’apparire eccessivi, che oggi si sta raccogliendo politicamente proprio quel che l’Europa ha malamente seminato negli anni trascorsi. La mentalità che vige a Bruxelles non è algidamente tecnocratica, come spesso si dice. Ma non c’è dubbio che le ragioni della politica vengano spesso sacrificate ad un’interpretazione dei fatti strettamente normativista e tecnico-legale.
Si spiega così ad esempio la neutralità che l’Europa ha ufficialmente mantenuto nella contesa tra Barcellona e Madrid (salvo timidamente fare il tifo per quest’ultima): l’argomento era che i Trattati impediscono all’Unione di intervenire nei problemi interni di uno Stato membro. Il che sarà anche vero sul piano formale, ma del tutto irragionevole sul piano appunto politico. (…)
In realtà per l’Europa è forse il momento di prendere una decisione. Non si tratta tanto di concedere la propria solidarietà al governo spagnolo in quanto considerato l’unico legittimo. E sperando che sia quest’ultimo da solo a risolvere la crisi (mi raccomando, senza ricorrere alla forza). Si tratta di una questione più grande e generale, che a questo punto va ben oltre il caso spagnolo: cosa vuole diventare l’Europa nel prossimo futuro? Quello che la vicenda catalana sembra annunciare è un coacervo di micro-nazionalità e di micro-sovranità, destinate pericolosamente a moltiplicarsi nell’immediato futuro, che Bruxelles potrà sperare di governare solo col pugno di ferro del rigore finanziario e in una chiave di mero dirigismo burocratico. Francamente non è una bella prospettiva. Avere giocato le autonomie territoriali e i particolarismi territoriali contro gli Stati, invece di favorire un assetto di questi ultimi autenticamente federale e pluralistico, come tale propedeutico ad un’Europa anch’essa federale e plurale, non è stata francamente una grande idea dal punto di vista politico. C’è solo da sperare che la crisi dei rapporti tra Catalogna e Spagna, giunta ad un punto realmente drammatico e senza che nessuna sappia al momento come potrà risolversi, serva all’Europa per avviare un drastico esame di coscienza e un repentino cambio di rotta. Prima che sia troppo tardi. 

Alessandro Campi, il Mattino (28/10/2017)

Canzone del giorno: Everyone Else  (2017) - London Grammar
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