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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

lunedì 25 agosto 2014

Melodie

Nadia Ferrigo su La Stampa dedica un articolo alle conclusioni di una ricerca scientifica che spiega del perché le canzoni più belle, per ognuno di noi, siano quelle ascoltate e amate durante il periodo adolescenziale: "Più si invecchia, più le melodie della gioventù riescono a trascinarci indietro nel tempo. Nostalgia musicale? Non proprio: più che il romanticismo, c’entra la chimica".
I ricercatori di un Istituto neurologico canadese hanno verificato scientificamente che "le canzoni preferite stimolano le zone del cervello responsabili della produzione di dopamina, serotonina e ossitocina, neurotrasmettitori che riescono a regalarci una sensazione di piacere e rilassamento. Insomma, più una canzone piace, più ascoltarla ci fa sentire bene. Ma anche se i gusti cambiano e si fanno sofisticati, le hit legate ai ricordi dell’adolescenza, belli o brutti, restano quelle che ascoltiamo più volentieri: se per caso passano in radio fanno subito venire voglia di alzare il volume. E sono le stesse che ci troviamo a canticchiare soprappensiero".
Ed ecco la novità: il nostro cervello ha un maggiore sviluppo tra i dodici e i ventidue anni e, proprio per questo motivo, la musica che ascoltiamo in quel periodo della nostra vita rimane per sempre incollata al nostro sistema nervoso: "e così la musica preferita si lega agli anni in cui si forma la nostra personalità. Triste pensare che non apprezzeremo mai più nulla come negli anni dell’adolescenza? Può darsi, ma anche se nessun bacio avrà mai più il sapore del primo, nessuna vacanza sarà così speciale come ai tempi dell’università, la musica resta una scorciatoia per tornare non adolescenti impacciati, ma per sentirsi se stessi".

Canzone del giorno:  I Remember Yesterday (1977) - Donna Summer
Clicca e ascolta: I Remember....


Perché le canzoni più belle sono quelle dell’adolescenza
Nadia Ferrigo (La Stampa 24/8/2014)

Ai miei tempi, era tutta un’altra musica. Chissà quante volte orecchiando alla radio l’ultimo successo di Katy Perry avrete pensato che nemmeno le canzoni sono più quelle di una volta, ma per non far la figura dei vecchi tromboni avete preferito glissare, magari con un musicalmente corretto: «Non è il mio genere».  

Ora, grazie alle ultime scoperte della scienza, non vi dovete più nascondere. Psicologi e scienziati confermano: il legame con la musica che ascoltiamo da ragazzi è più forte di quel che proviamo quando ne ascoltiamo qualsiasi altra. La passione per la colonna sonora della prima alba, della prima volta o della prima sigaretta non si perde con gli anni, anzi. Più si invecchia, più le melodie della gioventù riescono a trascinarci indietro nel tempo. Nostalgia musicale? Non proprio: più che il romanticismo, c’entra la chimica. 

Secondo uno studio sulle attività celebrali condotto dai ricercatori dell’Istituto neurologico canadese di Montreal e pubblicato sulla rivista americana «Nature Neuroscience», le canzoni preferite stimolano le zone del cervello responsabili della produzione di dopamina, serotonina e ossitocina, neurotrasmettitori che riescono a regalarci una sensazione di piacere e rilassamento. Insomma, più una canzone piace, più ascoltarla ci fa sentire bene.  

Ma anche se i gusti cambiano e si fanno sofisticati, le hit legate ai ricordi dell’adolescenza, belli o brutti, restano quelle che ascoltiamo più volentieri: se per caso passano in radio fanno subito venire voglia di alzare il volume. E sono le stesse che ci troviamo a canticchiare soprappensiero.  

Fino a dieci anni fa, quando la scienza non era ancora in grado di «guardare» dentro al nostro cervello, si pensava che la maggior parte dello sviluppo avvenisse nei primi anni di vita, ma non è così: è tra i dodici e i ventidue anni che la massa grigia cresce. Alcune regioni, come la corteccia prefrontale, responsabile dell’inibizione, devono ancora svilupparsi, mentre altre, come il sistema limbico, il centro delle sensazioni di piacere o ricompensa, sono particolarmente sensibili o eccitabili. Così la musica di quel periodo resta legata per sempre al nostro sistema nervoso, in piena formazione.  

Un altro fattore è la massiccia produzione degli ormoni della crescita. Daniel Levitin, autore del saggio «This Is Your Brain in Music», parla di «fuochi artificiali neurologici»: in quegli anni tutto, dalla figuraccia davanti ai compagni di classe al rifiuto del primo amore, è terribilmente importante, canzoni comprese. 

«E poi c’è da anche da dire che la musica è la carta su cui scriviamo i nostri ricordi - commenta il neurologo e psichiatra Luigi De Maio -. Così le canzoni della nostra adolescenza, ascoltate e riascoltate negli anni, restano per sempre legate al periodo in cui si struttura la nostra personalità: quando un anziano parla di sé, si riferirà sempre ai suoi vent’anni. E i ricordi non sono mai tristi: con il tempo sfumano rabbia e aggressività, anche una brutta esperienza fa parte di quel che siamo». 

E così la musica preferita si lega agli anni in cui si forma la nostra personalità. Triste pensare che non apprezzeremo mai più nulla come negli anni dell’adolescenza? Può darsi, ma anche se nessun bacio avrà mai più il sapore del primo, nessuna vacanza sarà così speciale come ai tempi dell’università, la musica resta una scorciatoia per tornare non adolescenti impacciati, ma per sentirsi se stessi.  

«Con la musica, perdiamo l’idea di noi legata agli anni che passano - conclude De Maio -. E anche se solo per il tempo di una canzone, riusciamo a sentirci solo e semplicemente noi».