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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 9 marzo 2013

Melina


Fino a quando il perdurare dell’ingovernabilità non rischia di far saltare in aria le attuali fragili fondamenta del nostro paese?
Luigi La Spina sul La Stampa parla di «commedia dell’assurdo» in una situazione in cui «ogni giorno si moltiplicano i segnali di una crisi economica che, in molte regioni del nostro Paese, si sta trasformando in un vero dramma sociale».
Al Nord i mancati pagamenti della pubblica amministrazione rischiano di mettere definitivamente in ginocchio moltissime aziende «proprio mentre le risorse per gli ammortizzatori ai dipendenti licenziati si stanno esaurendo». Al Sud «la sopravvivenza è affidata a una modesta economia familiare legata all’impiego pubblico e all’assistenzialismo statale».
Nel frattempo l’agenzia di rating Fitch, per colpa dell’incertezza politica, ha declassato l’Italia.
«Di fronte a questa emergenza drammatica, ci sarebbe bisogno di un governo autorevole, forte nel consenso popolare e, soprattutto, capace di rappresentare in sede europea una voce ascoltata e influente. Le scelte di politica economica per stimolare la crescita che si dovrebbero attuare, infatti, dipendono, almeno per l’80 %, da decisioni che si possono approvare solo in sede comunitaria. Ebbene, dopo elezioni che hanno clamorosamente dimostrato l’insofferenza e la protesta di molti italiani, la nostra classe politica sta attuando una «melina» tattica davvero sconcertante».
Le nuove forze parlamentari in campo sembrano come quelle squadre che, ritrovandosi in netta inferiorità numerica, rallentano il ritmo del gioco per non prendere ulteriori rischi.
Ognuno ribalta «sugli altri la colpa della mancata costituzione del governo».
Una tattica nociva per il nostro paese e che rischia di imbrigliare tutti quanti.

Canzone del giorno: Hesitate (2010) - Stone Sour
Clicca e ascolta: Hesitate....

LUIGI LA SPINA
Solo una «commedia dell’assurdo» alla Ionesco potrebbe ben rappresentare la situazione che l’Italia sta vivendo.
Ogni giorno si moltiplicano i segnali di una crisi economica che, in molte regioni del nostro Paese, si sta trasformando in un vero dramma sociale.
In Piemonte, i ritardati o addirittura mancati pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche stanno costringendo alla chiusura o al fallimento molte aziende, proprio mentre le risorse per gli ammortizzatori ai dipendenti licenziati si stanno esaurendo. Dall’altra parte della pianura padana, il sistema veneto delle piccole aziende, una volta esportatrici, si sta disgregando, senza che appaiano praticabili altre forme produttive in grado di reggere la concorrenza internazionale. Nel nostro Mezzogiorno, in difficoltà i già pochi poli industriali esistenti, la sopravvivenza è affidata a una modesta economia familiare legata all’impiego pubblico e all’assistenzialismo statale. E proprio ieri sera, l’agenzia Fitch ha sanzionato questa condizione dell’Italia declassando il nostro rating.
Di fronte a questa emergenza drammatica, ci sarebbe bisogno di un governo autorevole, forte nel consenso popolare e, soprattutto, capace di rappresentare in sede europea una voce ascoltata e influente. Le scelte di politica economica per stimolare la crescita che si dovrebbero attuare, infatti, dipendono, almeno per l’80 %, da decisioni che si possono approvare solo in sede comunitaria. Ebbene, dopo elezioni che hanno clamorosamente dimostrato l’insofferenza e la protesta di molti italiani, la nostra classe politica sta attuando una «melina» tattica davvero sconcertante.
La direzione del Pd ha votato compattamente in direzione una proposta di governo, guidato dal suo segretario Bersani, con l’unanime consapevolezza che sarà impraticabile. Il leader del «Movimento 5 stelle», infatti, ha già respinto sprezzantemente la richiesta di un voto di fiducia senza il quale la maggioranza al Senato non esiste. D’altra parte, nessuna persona di buon senso e con un minimo di esperienza politica potrebbe immaginare una rivolta di quei parlamentari contro il diktat di Grillo. Non solo per il costume, diciamo così, in vigore in quel movimento, ma perchè è davvero impossibile pensare a un’ipotesi del genere proprio all’inizio della legislatura e con la forte probabilità di imminenti nuove elezioni. È evidente perchè il partito democratico vorrebbe sottoporre Napolitano e il Paese a una così inutile perdita di tempo: il solenne «no» espresso in Parlamento dai grillini addosserebbe solo a loro la responsabilità di portare l’Italia a un nuovo scontro elettorale, all’ombra di una situazione economica e finanziaria che potrebbe davvero diventare tragica.
Sull’altro versante, quello del centro destra, i comportamenti sono altrettanto grotteschi. L’ indirizzo politico di quello schieramento appare determinato unicamente dalla sorte giudiziaria del suo leader, Silvio Berlusconi. La disponibilità a un governo di larga coalizione è ben vista perchè potrebbe offrire uno scudo istituzionale, politico e aziendale al Cavaliere nei confronti delle possibili sentenze di condanna che potrebbero essere pronunciate nelle aule di giustizia. Ma già è pronto un «piano B», se questa offerta venisse respinta: l’appello al popolo contro il «cancro» della magistratura, che sarà, prima, lanciato nella manifestazione romana del prossimo 23 marzo e, poi, costituirà il tema fondamentale di una ancor più pirotecnica campagna elettorale estiva.
Il terzo polo di questa inedita evoluzione della nostra cosiddetta «seconda Repubblica», quello del movimento di Grillo, intanto, aspetta l’auspicata catastrofe del sistema, tra le goffe ingenuità dei suoi neoparlamentari e gli insulti a raffica del leader. Corteggiato penosamente da chi dovrebbe contestarne, invece, le improbabili ricette per affrontare la nostra crisi economica, dall’impossibile referendum sull’euro a quel reddito di cittadinanza che, nella misura indicata, affosserebbe definitivamente i conti dello Stato.
È vero che le forme e le liturgie della Repubblica vanno rispettate perché sono anche sostanza di una democrazia che non si deve arrendere alla demagogia. Ma non si capisce perchè si debba imporre al presidente della Repubblica, e soprattutto a tutti i cittadini, un allungamento di tempi che, a questo punto, umilierebbe, nell’ipocrisia e nel tatticismo, proprio quella democrazia che, a parole, viene tanto esaltata. Un forte richiamo alla responsabilità di una classe politica che non sembra ancora aver capito la gravità del disagio sociale che sta investendo il Paese, è arrivato ieri dal capo dello Stato, con parole di una inequivocabile chiarezza e severità. Parole che hanno raccolto lo stupore e l’ allarme degli italiani per tempi di attesa che non preludono a soluzioni, ma solo a uno scontato fallimento.
Non è più il momento di inutili giri di valzer intorno a Napolitano (o forse al suo successore?), con l’unico scopo di ribaltare sugli altri la colpa della mancata costituzione del governo. Il rischio è quello di un maremoto che travolgerà tutti, anche il pifferaio Grillo che l’ha evocato.