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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

mercoledì 25 luglio 2012

I giorni del giudizio


I giorni del giudizio è l’editoriale di Alberto Bisin su La Repubblica di ieri.
Il titolo apocalittico richiama quanto accaduto all’inizio di questa settimana. Un lunedì nero e drammatico, vissuto dall’Europa sotto scacco di minacce e di attacchi speculativi.
Spagna e Italia risultano più sensibili al "bombardamento" nemico e l’incipit dello scritto dell’economista è catastrofico come non mai: «Ci sono giorni che segnano un passo verso la fine del mondo, verso il giorno del giudizio universale in cui i mercati ci chiederanno contro di tutti i nostri peccati. Ieri è parso uno di questi giorni: i rendimenti sui titoli italiani e spagnoli sono cresciuti a livelli di record e le borse sono crollate».
Gli interrogativi irrisolti sono tanti e Bisin si concentra su alcuni punti, oggi più che mai determinanti per le sorti del nostro paese: «Se è ormai chiaro che la politica di rigore di Monti (ma si potrebbe dire lo stesso della politica di Rajoy in Spagna) non sta avendo il successo sperato, qual è la ragione dell’insuccesso? È che troppo rigore sta uccidendo l’economia, affossando la domanda aggregata; oppure è che il rigore imposto dal governo al Paese è ancora insufficiente? La risposta, secondo me, è che entrambe le affermazioni sono vere, perché c’è rigore e rigore».
E ancora: « Possiamo garantire ai mercati, ai tedeschi e ai finlandesi, e a noi stessi, che il futuro sarà diverso? Che dopo l’emergenza avremo una struttura istituzionale in grado di controllare la spesa e il debito? Purtroppo, è chiaro a tutti che queste sono domande retoriche; nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese.
Allora è chiaro in che senso il rigore imposto dal governo Monti al Paese non è sufficiente. È come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po’, per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno. Incidere sulle istituzioni fondamentali del Paese è ovviamente un compito arduo che richiede tempo». 


Canzone del giorno: Judgement Day (2008) - Dokken
Clicca e ascolta: Judgement....

I GIORNI DEL GIUDIZIO
di Alberto Bisin
Ci sono giorni che segnano un passo verso la fine del mondo, verso il giorno del giudizio universale in cui i mercati ci chiederanno conto di tutti i nostri peccati. Ieri è parso uno di questi giorni: i rendimenti sui titoli italiani e spagnoli sono cresciuti a livelli di record e le borse sono crollate. In realtà, nel mezzo di una crisi finanziaria, specie di una crisi severa come questa, la volatilità dei prezzi delle attività finanziarie è sempre molto elevato. Ed è bene evitare interpretazioni su frequenze giornaliere: i cimiteri dei mercati sono pieni di chi crede di saperlo fare. Osservando però l’andamento dei mercati nel corso dei mesi passati, il rischio che l’Italia si stia pericolosamente avvitando verso il giorno del giudizio mi pare stia crescendo. Se è ormai chiaro che la politica di rigore di Monti (ma si potrebbe dire lo stesso della politica di Rajoy in Spagna) non sta avendo il successo sperato, qual è la ragione dell’insuccesso? È che troppo rigore sta uccidendo l’economia, affossando la domanda aggregata; oppure è che il rigore imposto dal governo al Paese è ancora insufficiente?
La risposta, secondo me, è che entrambe le affermazioni sono vere, perché c’è rigore e rigore. Prima di tutto, il governo Monti ha agito soprattutto sulle entrate pubbliche, aumentando in modo sostanziale il carico fiscale, che già era tra i più alti al mondo. Questo non può che aver contribuito a soffocare un’economia che già da anni boccheggiava. Naturalmente, una diminuzione della spesa pubblica dello stesso ammontare dell’incremento delle entrate avrebbe avuto identici effetti sulla domanda aggregata. Ma questa è proprio la ragione per cui l’analisi di domanda aggregata è limitata e sostanzialmente errata: le tasse distorcono direttamente l’attività produttiva mentre la spesa pubblica è in larga parte improduttiva (non è sempre così, ma in Italia lo è). In altre parole, a limitare la spesa abbassando le tasse (o non alzandole) si liberano risorse, perché la torta non è fissa. Il rigore quindi sta affossando la domanda aggregata; e il fatto che il rigore sia ottenuto attraverso la tassazione sta impedendo alla torta (all’economia) di crescere. Le imprese che delocalizzano (non solo la produzione), le multinazionali che investono altrove, i cervelli che se ne vanno (e quelli che non vengono), i giovani e le donne sottooccupati, tutte queste sono manifestazioni della torta che non cresce e anzi si restringe.
Ma purtroppo la ragione più importante per cui la politica economica del governo Monti non sta riportando il successo che speravamo ottenesse è ben più profonda e affonda le radici nella strutturale debolezza delle istituzioni del nostro Paese. Sulla carta, il Paese ha istituzioni solide: una democrazia parlamentare, una giustizia autonoma, sanità e istruzione pubbliche, una struttura industriale ben sviluppata, una informazione libera, un mercato del lavoro protetto… A ben vedere, però, in molti casi, queste istituzioni appaiono corrotte all’interno, dietro ad una nobile corazza usata come scudo: la casta dietro alla democrazia parlamentare, la partitocrazia correntizia dietro lo scudo dell’autonomia della magistratura, il parcheggio di famigli e protetti dietro il servizio pubblico, sprechi e ancora rendite e partitocrazia dietro alla sanità pubblica, clientelismo e assistenzialismo dietro alla sussidiarietà verso un Sud meno ricco, un mercato del lavoro duale senza reale protezione per giovani, e così via.
Il debito pubblico italiano è il risultato quasi necessario, la manifestazione, di queste istituzioni che hanno negli anni convogliato fondi alla casta della politica (nazionale e locale), hanno garantito una spesa clientelare nel settore pubblico (senza riscontri di produttività) e al Sud (creando un esercito di persone che vive di assistenza pubblica), hanno ridotto le imprese pubbliche e, molte di quelle private, attraverso sussidi e aiuti all’occupazione in imprese decotte, a pozzi senza fondo. La questione che i nostri creditori naturalmente si pongono quindi è se siano cambiate queste istituzioni.
Possiamo garantire ai mercati, ai tedeschi e ai finlandesi, e a noi stessi, che il futuro sarà diverso? Che dopo l’emergenza avremo una struttura istituzionale in grado di controllare la spesa e il debito? Purtroppo, è chiaro a tutti che queste sono domande retoriche; nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese.
Allora è chiaro in che senso il rigore imposto dal governo Monti al Paese non è sufficiente. È come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po’, per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno. Incidere sulle istituzioni fondamentali del Paese è ovviamente un compito arduo che richiede tempo. Monti è certamente uno statista ma non è Superman. Il modo di uscire dall’impasse è quindi di operare in tempi rapidi azioni che segnalino un cambiamento di direzione irreversibile (o almeno difficilmente reversibile). Questo è un tema che richiede più tempo e spazio, su cui sarà necessario tornare. Ma un esempio, per quanto di poca rilevanza in sé, credo possa dare l’idea di cosa si intende per cambiamento di direzione irreversibile: un nuovo presidente Rai, per quanto valido, dura una breve stagione; una Rai privatizzata, invece, è per sempre.
La Repubblica, 24 luglio 2012