Massimo Calvi, Avvenire (29/10/2023)
Canzone del giorno: Invisible Sun (1981) - The Police
Clicca e ascolta: Invisible....
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
Marcel Proust (1871 - 1922)
Nel mondo finito fuori controllo anche il futuro non è più quello di una volta e sfugge a qualsiasi previsione, perché nell'esplosione della realtà sono saltati tutti i criteri di giudizio e i codici di valutazione degli avvenimenti: ma è possibile rintracciare la vera misura della crisi cercandola nell'inventario delle cose perdute, in quanto appartenevano a un'altra stagione e a una diversa coscienza della pubblica opinione, e oggi non riescono a trovare una loro ragion d'essere nella furia del cambiamento e nel tumulto della fase attuale. C'è anche una data che fissa il momento di separazione tra il prima e il dopo, ed è sempre più 1'11 settembre 2001, il vero giorno d'inizio del secolo ribelle e insieme l'ultimo giorno del vecchio ordine che pensava di governare la storia ricomposta e controllare la geografia ridisegnata, ricavandone addirittura una disciplina politica e morale valida ad ogni latitudine. Abbiamo perso prima di tutto la convinzione dell'invulnerabilità, che derivava direttamente dal nostro benessere, cioè dalla consapevolezza di far parte del Primo Mondo e dunque di essere gli esclusivi produttori e i principali consumatori del progresso scientifico, medico, tecnologico. L'innovazione ci proteggeva separandoci, ci privilegiava illudendoci: finché il terrorismo islamista ha scelto di concepire l'impensabile volando sotto la linea d'ombra del pensiero occidentale, fino al precipizio delle torri gemelle e dell'improvvisa vulnerabilità dell'America svelata in diretta nelle televisioni di tutto il mondo. […] Pensavamo cioè che la religione civile democratica potesse ormai avere un'ambizione globale, trasformandosi in un universale: fino a commettere l'errore di esportarla con le armi, scavalcando la contraddizione insostenibile. Dalle torri gemelle alle caverne afghane, quella pretesa di universale ci è stata restituita ridotta a semplice particolare, ridimensionando la portata e la pretesa del pensiero occidentale nei confini del suo perimetro domestico. Tra le cose perdute, dunque, c'è la convinzione del primato della democrazia, la speranza che potesse suggestionare il mondo con la sua promessa di giustizia, uguaglianza e libertà, la sua sperimentazione quotidiana dell'esercizio dei diritti e dell'autorità laica delle istituzioni. Al contrario sta crescendo anche in Europa l'insidia del neo-autoritarismo che rifiuta lo stato di diritto, il bilanciamento dei poteri e il sistema dei controlli, proponendo un modello contrario di democrazia della sovranità, coscientemente illiberale. La democrazia ha infine trovato sulla porta di casa la sua contraddizione. […] Abbiamo creduto che la dimensione imperiale della Russia (parte della sua anima eterna) fosse soltanto una sovrastruttura del comunismo, svanita insieme con il bolscevismo, autorizzandoci a retrocedere Mosca al rango di potenza regionale, di seconda fascia: finché quell'anima è riemersa come una minaccia nel rigurgito imperialista di Putin. In Medio Oriente abbiamo sottovalutato la minaccia perenne di morte di Hamas verso Israele, l'ideologia della distruzione che sostituisce ogni politica, mentre vedevamo marcire nella corruzione e nell'inabilità l'Anp senza renderci conto che perdevamo un interlocutore decisivo per il processo di pace, lasciando campo libero alla rappresentanza terroristica dei palestinesi da parte di Hamas invece che all'affermazione dei loro diritti insieme con quelli di Israele. Ridimensionati nell'hybris del Novecento, possiamo riprenderci oggi quel che abbiamo perduto nel suo nucleo sostanziale: accettando la fatica della democrazia, costretta ogni volta a ricominciare e a dare un nome alle cose in nome di libertà e giustizia. Una magnifica condanna.
Ezio Mauro, la Repubblica (23/10/2023)
E’ lecito, in queste ore, perdere l'equilibrio. E’ lecito essere in pena per Gaza, il peggior luogo possibile in cui trovarsi sulla terra, pur senza smettere di essere in pena per gli ostaggi israeliani, per le vittime del 7 ottobre e le loro famiglie. Ed è lecito anche, dopo gli attentati di Arras e di Bruxelles, sottrarre al Medio Oriente un frammento di quella pena per rivolgerla di nuovo verso noi stessi, intimoriti dal ritorno di una stagione che ci eravamo affrettati a stabilire conclusa. Iniziava così una versione precedente di questo articolo. Era già in pagina martedì sera, pronta per uscire la mattina seguente, quando è arrivata la notizia del bombardamento dell'ospedale di Al-Ahli. Ogni riga successiva, che un attimo prima mi sembrava ragionevole, è stata sorpassata dalla realtà. E lo scenario che consideravo come eventuale — una strage massiccia a Gaza dovuta a un'offensiva via terra — si è inverato prima del previsto, solo in forma diversa. In guerra sentimenti e opinioni invecchiano in fretta, vengono continuamente sopraffatti da altri più recenti, ma in questa guerra accade con una frenesia particolare, per quanto è densa, circoscritta e al contempo globale, per quanto investe strati di convinzione depositati in precedenza in ognuno di noi. Si potrebbe pensare che una simile velocità ci renda automaticamente più scattanti, ricettivi, mutevoli e anche guardinghi, invece ha quasi sempre l'effetto opposto, quello di farci irrigidire sulle nostre posizioni a priori, delle quali non troviamo che conferme su conferme. […] Per noi, che osservando tutto ciò non possiamo che occuparci della nostra tenuta psichica, la domanda è forse questa: siamo in grado di tenere insieme tutto? Possiamo, almeno noi, piangere le vittime del rave e dei kibbutz e insieme quelle dell'ospedale, senza che si elidano reciprocamente? Possiamo essere critici, anche molto critici, riguardo alla politica estera di Israele, furiosi per l'oppressione di Gaza, e insieme riconoscergli il diritto a una risposta militare, alla liberazione dei propri cittadini e al tentativo di debellare un'organizzazione terroristica che ha come scopo la sua cancellazione? Sono contraddizioni strazianti, emotivamente ancor prima che intellettualmente. Strazianti ma non così ambigue, all'interno delle quali cerchiamo uno spazio dove restare umani. Nelle ultime ore sono in tanti a praticare questo esercizio faticosissimo: sui giornali, nelle conversazioni private, silenziosamente in sé stessi. Che cosa ci rende tutto ciò? Dei virtuosi o degli abietti? Dei moderati o dei debosciati? Non lo so davvero, meno che mai adesso. Ma so che lo sforzo di esistere su più livelli, di diffidare delle questioni di principio per occuparsi dei singoli elementi, di ciò che è vero e ciò che non lo è, di ciò che è terrorismo e ciò che non lo è, di ciò che è un crimine di guerra e ciò che non lo è, di ciò che è proporzionato e ciò che non lo è, del rispetto delle regole proprio quando i contesti si fanno più sregolati, è qualcosa di molto simile a una definizione del vivere in una democrazia liberale. […] Non esiste al mondo un magnete più potente di Israele-Palestina. L'attualità di cui stiamo discutendo assume forme diverse a seconda di dove riavvolgiamo il nastro. A coloro che lo riavvolgono continuamente al 1948, per esempio, alla fondazione di Israele e alla sua presunta illegittimità, non c'è granché da dire. Osserviamo gli stessi fenomeni ma in sistemi di riferimento non inerziali, usiamo strumenti calibrati diversamente quindi le nostre misure saranno sempre fra di la ro sballate. Per questo, il 7 ottobre, la mia reazione istintiva è stata di proporre, provocatoriamente, di far partire un nuovo nastro. Non di cancellare i precedenti, ma di inaugurarne anche uno nuovo, riconoscendo tutti, senza infingimenti, che quello era un attacco terroristico e in quanto tale eccedente rispetto al contesto. Non si trattava di una proposta a beneficio esclusivo di una parte: rimuovere l'opacità su quel giorno permetterebbe di sottrarre anche la popolazione palestinese a un'opacità contraria, che grava su di loro insieme a tutto il resto. E di valutare la risposta militare israeliana con maggiore lucidità, distinguendone ogni iniziativa specifica come legittima oppure no, secondo i nostri standard. La nostra fede democratica non è fatta solo di principi ma anche di questa vocazione al particolare, al ricondurre ogni evento alla sua verità fattuale, per poi valutarlo in base alle regole. La specificità come antidoto all'ideologia. È proprio ciò che un estremista non fa. Perché un estremista non si permette mai di perdere l'equilibrio, non si lascia scompaginare i pensieri dalla realtà che accade, non si confonde, non riscrive e non ritratta. Riascolta solo, all'infinito, lo stesso nastro.
Paolo Giordano, Corriere della Sera (19/10/2023)
Durante lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943, una mia zia, proprietaria di un enorme campo coltivato ad alberi di pistacchio, fece otturare le falle della recinzione, incatenò i due cancelli di ferro d’accesso e vi pose a guardia due campieri a cavallo armati di fucili. «Che la guerra non entri nella pistacchiera!» –ordinò, correndo a barricarsi nella cantina della sua villa. Ovviamente, la guerra non solo entrò di prepotenza nella pistacchiera, ma la spazzò via per tre quarti. Ecco, quando sento qualche uomo politico sbraitare che è necessario erigere barriere per contrastare il flusso degli immigrati o che bisogna respingerli in mare, mi torna alla memoria la stupida, non miopia, ma assoluta cecità, di mia zia.
Andrea Camilleri, 22/1/2012
Io Capitano
Christopher Lasch (1932 - 1994)