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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

lunedì 28 settembre 2026

Predizione

Se ho capito bene, l’umanità finirà nel giro di tre anni e tre mesi. Cioè entro la fine del 2029. Salvo ritenere che il decennio in corso si concluda l’anno dopo, il 2030. Ma converrete che la differenza, rispetto alla catastrofe annunziata, è davvero una virgola, un minimo dettaglio. Chi è la fonte di questa previsione o predizione? Non è un invasato mago in cerca di pubblicità o un influencer che vuole massimizzare il numero dei suoi followers ma uno scienziato, un ricercatore britannico, Jacob Coxon, a proposito dell’Intelligenza Artificiale, su cui lavora da anni. Entro questo decennio se non fermeremo l’IA ci sarà la fine dell’umanità. Certo, anche tra i ricercatori ci sono degli stravaganti, degli esagerati, dei maniaco-depressi. Ma la terribile previsione del ricercatore di Anthropic non è un caso isolato, è solo la punta più avanzata di una convinzione catastrofica che coinvolge molti operatori e manager impegnati nei progetti sull’IA. Non teologi, non esorcisti, non filosofi, non poeti e profeti, ma operatori ed esperti di quel mondo. […] Da dove viene il pericolo, innanzitutto? Viene dalla velocità con cui si propagano gli effetti e i balzi in avanti della tecnologia, a cui la nostra mente, i nostri mezzi e le nostre strutture pubbliche non stanno al passo. A essere più precisi il pericolo viene dal divario, dal gap, tra la rapidità espansiva della corsa tecnologica e la nostra andatura umana, sociale, mentale, più riflessiva, non priva di pause e indugi. I risultati corrono più veloci della capacità di capire e metabolizzare le conseguenze, di suggerire limiti e rimedi, criteri di regolamentazione. In secondo luogo il pericolo viene dalla mobilità del punto in cui avvengono questi cambiamenti: non è un luogo ben preciso da monitorare e sorvegliare ma ci sono troppi laboratori in giro per il mondo; se riesci a controllarne uno te ne sfuggono altri, e non tutti sono alla luce del sole. Se metti sotto controllo un progetto rischioso negli States o in Europa, non lo hai fermato in Cina, in Russia o in Corea. E se non lo fai tu, lo fanno gli altri, si avvantaggiano del tuo stop. Nessuno vuol fare il primo passo nel disarmo dell’IA, per usare un’espressione dell’enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, sull’Intelligenza artificiale. […] Se il potenziale distruttivo dell’energia nucleare è nelle mani dello stato, a differenza del consumo energetico che invece riguarda tutti, il potenziale distruttivo dell’IA passa anche dall’uso privato. E questo la rende più difficile da controllare. Non c’è trasparenza globale sulla ricerca nell’IA, non c’è un arbitro o un garante super partes e non c’è un potere sovraordinato e universale in grado di fermare o modificare i percorsi e gli abusi dell’IA. E non c’è il comune riconoscimento di limiti e norme; differiscono i criteri di giudizio, le culture, le sensibilità, le finalità. Non ci sono le condizioni preliminari per un accordo di base, non c’è concordanza di vedute circa i vantaggi e i danni dell’IA, i pericoli e le opportunità. Non resta che negoziare tra i governi accordi multilaterali, col sottinteso non solo della loro reale osservanza e del reciproco controllo ma anche della possibilità effettiva dei governi di poter esercitare il controllo dell’IA anche nel settore privato nei rispettivi Paesi. E limitare l’uso dell’IA negli utenti. Insomma, ci aspettiamo dall’IA grandi risultati sul piano della ricerca, della salute e delle condizioni generali di vita e temiamo gravi pericoli sul piano della sicurezza, delle armi e del lavoro. Ma quando si arriva a denunciare un’imminente distruzione dell’umanità, c’è il rischio che si passi dall’inerzia al panico senza passare dall’operosità concreta.

Marcello Veneziani, Panorama n.44 (26/9/2026)

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