nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

domenica 18 ottobre 2026

L'opinione pubblica

C’è un soggetto che, nel nostro tempo, si è come volatilizzato, diventando sfuggente e proteiforme. È l’opinione pubblica. Esiste ancora un qualcosa capace di svolgere la triplice funzione a cui essa assolveva - elaborare i temi da incardinare nel dibattito pubblico, fare da filtro tra la società civile e la decisione politica, consentire l’elaborazione di un sentire comune perché la società si riconoscesse come un tutto unitario? Che ne è insomma di quell’ideale che Jürgen Habermas ha teorizzato come, appunto, “sfera pubblica”, spazio di confronto razionale e critico, nato nei caffè e nella stampa libera del Settecento, capace di imbrigliare l’arbitrio del potere? Siamo davanti alla sua estinzione, come suggeriscono alcuni autori oppure a una sua crisi metamorfica? Un’indagine sulle declinazioni attuali dell’opinione pubblica non può non tenere conto di quella profonda ristrutturazione dello spazio introdotta dai nuovi media e dalle logiche che li strutturano. Sotto l’urto dei social, l’opinione pubblica ha cambiato identità e assunto nuovi volti: si è atomizzata, algoritmicizzata e polarizzata. Come si concretizzano queste trasformazioni? La frammentazione algoritmica ha infranto l’agorà, sostituendo alla “piazza pubblica” spazi virtuali, chiusi e autoreferenziali. È quel fenomeno che Damiano Palano ha definito Bubble democracy : lo spazio pubblico si spezzetta in una serie di bolle nelle quali il protagonista si isola, si blinda in sé stesso e nel suo spazio virtuale. Come ci comportiamo dentro queste bolle? Confezioniamo una realtà fatta su misura sui nostri gusti, conversiamo solo con chi la pensa come noi e che convalida il nostro sentire. Cerchiamo conferme. In pratica, è come se fossimo sempre davanti a uno specchio. È quel passaggio che Byung-Chul Han definisce la transizione dalla “massa” allo “sciame digitale”. Se i corpi fanno ancora massa, le informazioni digitali sono un pulviscolo che si aggrega e disaggrega senza riversarsi dallo spazio virtuale a quello reale. Ma gli algoritmi rimodellano lo spazio pubblico anche colonizzando il modo in cui si accede ad esso. Essi premiano la rabbia, la polarizzazione e l’indignazione a scapito dell’argomentazione complessa e sfumata. Sui social vince sempre l’emozione (e spesso l’insulto), perde sempre il ragionamento. Chi non si adegua, evapora, è marginalizzato, rigettato nell’invisibilità. Ma non solo: proprio la cacofonia delle voci e la saturazione dello spazio pubblico che essa provoca, condannano la stessa opinione pubblica all’irrilevanza. Troppe voci, nessuna voce. […]

Luca Miele, Avvenire (17/10/2026)

Canzone del giorno: L'opinione della gente (2011) - Deimos
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venerdì 16 ottobre 2026

Thinking Out Loud

But baby now

Take me into your loving arms

Kiss me under the light of a thousand stars

Place your head on my beating heart

I'm thinking out loud

..................

Ma piccola adesso

Stringimi tra le tue amorevoli braccia

Baciami sotto la luce di mille stelle

Metti la tua testa sul mio cuore che batte

Sto pensando ad alta voce

Ed Sheeran, Thinking Out Loud (2014)


Canzone del giorno: Thinking Out Loud (2014) - Ed Sheeran
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mercoledì 14 ottobre 2026

Oh beati quelli...

Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane delli angeli si manuca! e miseri quelli che colle pecore hanno comune cibo!

Dante Alighieri (1265 – 1321) - Convivio (Trattato I, capitolo I, paragrafo 7)


Canzone del giorno: Banquet (1972) - Joni Mitchell
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domenica 11 ottobre 2026

La vendetta non è giustizia

Cosa pensare e come capire questa crescita e questa legittimazione dell’odio sociale, della vendetta di Stato, dell’uso brutale e sfrenato del linguaggio, questa convalida della denigrazione dell’avversario? Il culmine della regressione pubblica oggi si evidenzia simbolicamente nella ripresa più spettacolare della pena di morte. Il presidente Trump ha autorizzato e lodato la fucilazione esibita in streaming dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan, responsabile della strage del 2009 nella base militare di Fort Hood in Texas. L’esecuzione è fissata per il 3 dicembre. Eppure non pochi anni fa, e precisamente nel 2007, l’ ONU aveva proposto in maggioranza una moratoria mondiale della pena di morte. Ma molti partecipanti fra cui gli Stati Uniti non hanno ratificato. In America infatti ci sono ancora 23 Stati su 50 che legalizzano la pena di morte. In questo caso però colpisce, oltre l’uso primitivo della pena capitale, la sua esibizione in rete. La fucilazione pubblica implica fra l’altro la partecipazione dell’esercito, ovvero la presa di responsabilità di un corpo dello Stato non abilitato per il compito punitivo. Noi abbiamo avuto la fortuna di un grande illuminista che nel 1764 ha scritto un libro fondamentale contro la pena di morte chiamato Dei delitti e delle pene. Cesare Beccaria riflette, cerca di capire, non ne fa una questione sentimentale o pietistica, ma razionale. Come può, si chiede, uno Stato che condanna il delitto di omicidio poi usare lo stesso delitto per punire i propri cittadini? Inoltre dimostra con esempi storici che la crudele pratica non ha mai fermato gli omicidi. Non è vero, osserva , che l’ impiccagione, la decapitazione, servano come deterrenza, perché il bisogno istintivo di vendicarsi contro un colpevole è piu forte di ogni progetto di giustizia. E qui dovremmo fare un breve ragionamento sull’importanza del passaggio dalla vendetta alla giustizia. La vendetta è personale e legata all’istinto del momento e finisce sempre con la vittoria del più forte sul più debole. La giustizia al contrario si basa su una legge che rende uguali tutti i cittadini, permette al colpevole di giustificarsi, e la decisione sulla pena viene stabilita da giudici terzi che applicano una legge che si ispira a valori umani e non egoistici e privati. Perfino la religione è passata da un Dio vendicativo a un Cristo amorevole che parla di perdono e di comprensione. E noi ci diciamo cristiani, ma fino a che punto? Tutto questo naturalmente per popoli che si dichiarano democratici. Una democrazia conquistata faticosamente e raggiunta dopo millenni di abusi e ingiustizie sociali. La forza innovativa della democrazia sta nella autonomia e libertà di critica di tutte le istituzioni pubbliche, cominciando dalla magistratura, passando ai media, alla scuola, alla ricerca, alla polizia; tutti indipendenti e capaci di giudizio proprio, non asserviti a un interesse unico dettato dall’alto. Questa la democrazia attenta alla difesa dei piu deboli, degli indifesi e lontana dal concetto arcaico di vendetta. Ma in questo momento storico sembra che la democrazia sia caduta in disgrazia. Sentiamo perfino dei grandi politologi che mettono in discussione l’efficienza della sua forza politica. Certamente la democrazia fatica a funzionare per la sua complessità, il suo rispondere a tanti bisogni e a tante esigenze diverse. La democrazia è dubitativa e non assertiva e a molti questo appare come una debolezza. Ma quale è l’alternativa? È tutto lì il problema. Se qualcuno conosce una alterativa giusta e umana alla democrazia lo dica, staremo tutti ad ascoltare attentamente. Purtroppo la sola alternativa che viene proposta in questo momento è una tecnocrazia guidata da alcuni miliardari che tengono in mano la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa. Il loro potere diventa sempre maggiore, la loro capacità di influenzare attraverso i media il pensiero comune si allarga ogni giorno. E il guaio sta nel fatto che non rappresentano gli interessi comuni ma solo quelli di un ristretto giro di persone, tendendo ad aumentare soprattutto il loro personale potere che si fa sempre piu capillare, capriccioso e brutale.

Dacia Maraini, Corriere della Sera (10/10/2026)

Canzone del giorno: Don't (1992) - John Fahey
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sabato 10 ottobre 2026

E la vita cambia

“Non ditemi che la vita non ti cambia, che sei sempre la stessa persona. Le delusioni ti cambiano, le cattiverie ti cambiano, la gente ti cambia. E la vita cambia ed una cosa è certa, oggi non ero come ieri e domani di certo non sarò come oggi.”

Susan Randall

Canzone del giorno: Ci vuole un fisico bestiale (1991) - Luca Carboni
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giovedì 8 ottobre 2026

Re'im

Tre anni dopo, madri, padri, sorelle, fratelli, fidanzati, sposi e amici faticano ancora a parlare. Carezzano fotografie, puliscono lapidi, accendono lumi, siedono in silenzio, leggono lettere e messaggi, cantano. Ma soprattutto piangono. Alzano sguardi che – anche senza dire niente - chiedono solo "perché". È di nuovo il giorno del dolore in Israele, il 7 ottobre: sono passati tre anni da quello del 2023 e oggi, per la prima volta, non ci sono ostaggi a Gaza ma nulla di tutto questo attenua il dolore. Come non lo attenua la vittoria dichiarata dal governo su Hamas e su tutti gli altri fronti su cui Israele in questi tre anni ha combattuto. Ancora una volta il Paese ieri si è fermato: alle 6.29 sull'autostrada fra Tel Aviv e Gerusalemme si sono bloccate le auto, a Sderot migliaia di persone si sono riunite in silenzio per ricordare le 73 della capitale del Sud, nei rifugi lungo la statale 232, dove sono morti decine di ragazzi, si sono accese le candele. Ma ancora una volta è stato qui, fra i campi brulli di Re'im, nel luogo dove tremila ragazzi stavano ballando al ritmo della musica tranche quando sono arrivati i primi missili, che il dolore ha trovato lo sfogo maggiore. Migliaia di persone sono arrivate durante la giornata a camminare fra gli steli con le foto del 378 ragazzi uccisi qui a ricordarne la morte, e ancora di più la vita. Famiglie, ma anche – come succede da più di due anni ormai – anche gente comune, che qui a Re'im viene per non dimenticare loro e tutte le altre vittime: 1200 i morti di quel giorno, 251 gli ostaggi portati a Gaza. Non c'è il rumore delle esplosioni questa volta, a differenza di un anno fa e ancora di più del 2024, quando il fuoco dell'Idf su Gaza era continuo: da giorni il governo proclama che la Striscia è sotto controllo, i terroristi che hanno valicato la barriera in gran parte eliminati e gli altri lo saranno presto. Il calcolo dei morti dall'altra parte del confine è arrivato a quota 74mila. Ma nulla di tutto questo aiuta chi è venuto qui. «Era la mia figlia più piccola. Era arrivata qui da 45 minuti quando è iniziato tutto. L'hanno uccisa in uno dei rifugi lungo la strada», dice Amit Zander, il padre di Noa, 22 anni. Se non piange, mi spiega, «è perché le lacrime le ho finite tutte». Come tante persone il signor Zander aspetta ancora una spiegazione, o delle scuse: «Non è arrivato nulla. E noi abbiamo scelto di non gridare. Mia figlia maggiore, che è una giornalista, ha fatto un'inchiesta sulla sorella: neanche a lei hanno detto nulla. Ma ora possiamo parlare, e parleremo: votando Bennett, chiedendo che Netanyahu vada via. Perché non è solo responsabilità sua: ma è anche responsabilità sua». Qualche stelo più in là, nel mezzo della foresta artificiale di foto, c'è un altro padre: si chiama Dodo Jerafi e al Nova ha perso il figlio Liel, 18 anni, morto assieme a due amiche. «Ho incontrato il primo ministro di persona. Mi ha promesso che ci sarà una commissione di inchiesta non appena la guerra finirà: da padre a padre, me lo ha detto guardandomi negli occhi e io gli credo. Per questo lo sostengo ancora», ci dice prima di abbandonarsi a un pianto disperato. A dividere questi due genitori c'è un solco: lo stesso che spacca a metà Israele alla vigilia del voto del 27 ottobre. Lo stesso che ha spinto il governo a non venire qui a Re'im e neanche al sud, ma a ricordare le vittime a Gerusalemme lunedì, seguendo il calendario religioso e non quello civile. Nessuno vuole polemiche da queste parti: le proteste – ci sono state anche ieri – sono andate in scena a Tel Aviv e in altre parti del Paese. Non qui, non il 7 ottobre. Così i politici che sono arrivati – tutti del cosiddetto "fronte del cambiamento" – lo hanno fatto senza rilasciare dichiarazioni, accompagnati solo dai rappresentanti delle famiglie che hanno scelto di schierarsi con loro. Unico ammesso in forma ufficiale è stato il presidente Herzog, che ieri sera ha presenziato al concerto che a Re'im ha chiuso la giornata. «Il trauma non è passato: è ancora vivo. Tutto sta ancora avvenendo», ha scritto qualche giorno fa su Haaretz la sondaggista Dahlia Scheindlin. Il comunicato diffuso ieri dal primo ministro Netanyahu va nella stessa direzione: «Completeremo la missione. L'abbiamo fatta pagare a molti, la faremo pagare a tutti», recita. A Re'im le sue parole non hanno fatto molta impressione: «Ron non c'è più. E noi siamo stanchi di chi parla a nome suo», dice Vik, che è venuto per la terza volta in tre anni a sostenere i genitori del suo amico Ron Udai. «Lo hanno ucciso alle 11.47: ha resistito nascosto in mezzo alla spazzatura per più di cinque ore. Chi parla oggi dove era quel giorno?». Tre anni dopo, la sua domanda resta senza risposta.

Francesca Caferri, Repubblica (8/10/2026) 

Canzone del giorno: Marooned (1994) - Pink Floyd
Clicca e ascolta: Marooned....

lunedì 5 ottobre 2026

La Ricreazione

Si narra che quando 800 anni fa Francesco d’Assisi, di cui ieri abbiamo festeggiato per la prima volta la festa nazionale, sentì la morte vicina, chiese ai fratelli i suoi biscotti preferiti: la ricreazione. Quei biscotti di mandorle, miele, mosto, albumi e spezie dovevano però uscire dalle mani di Jacopa dei Settesoli, nobildonna sua seguace che lo aveva ospitato quando si era recato a Roma per presentare al Papa il suo ordine. Jacopa gli preparò quei biscotti dal potere rinfrancante e curativo che si fanno ancora oggi, gli piacquero così tanto da volerli di nuovo prima di spegnersi. Francesco è poeta nel senso che ha la radice della parola: portare nel mondo più vita di quella che ci ha trovato. Inaugura infatti la poesia italiana e Dante, con la sua teologia esistenziale, è suo figlio. Nel chiedere i biscotti è poeta fino in fondo, come Cristo nell’ultima cena: afferma la gioia di vivere, nel creato, nel corpo, nell’amicizia e perfino nell’imminente morte, che già nel Cantico — volle recitarlo con i fratelli come addio e a Dio — aveva definito sorella, perché per lui ogni cosa venendo da un Padre, dall’acqua alle stelle, dalla Terra alla Morte, è quindi figlia, cioè per noi sorella o fratello. La creazione è il nostro corpo, cosmico e sociale, e Francesco detta la regola della ricreazione perfetta: fai quello che sai fare per vocazione con ciò che il creato ti offre, senza distruggerlo, e porgilo agli altri... fossero anche solo dei biscotti. Aumenta la vita, metti al mondo più mondo. Ricreati. Ricrea.

Alessandro D'Avenia, Corriere della Sera (5/19/2026)

Canzone del giorno: I Lived (2013) - OneRepubblic
Clicca e ascolta: I Lived....