nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

martedì 10 febbraio 2026

La fiaccola e il buio

L’età dell’incertezza, lo smarrimento della nostra epoca, nasce dal fatto che siamo sospesi tra due mondi: non siamo più ciò che eravamo, ma non sappiamo ancora cosa siamo diventati. Istintivamente cerchiamo di opporci a questa scissione, negandola o facendo finta di non vederla: è la fatica del nostro procedere quotidiano dentro le vecchie regole che qualcuno ha disdettato senza averne l’autorizzazione, dunque con la logica della manomissione più che del cambiamento. Nel mondo capovolto, dobbiamo difenderci da chi dovrebbe proteggerci e l’ultimo sortilegio è quello che ci confonde, rendendoci incapaci di distinguere tra amici e nemici. Qui siamo, fingendo di poter sopravvivere come se nulla fosse accaduto, mentre il mondo ha fatto un giro. Poi capita che a Milano si accenda la fiamma olimpica e subito il buio si dirada. Ma attenzione: non è la prevalenza della retorica sulla realtà, il conforto della tradizione, l’abbandono alla dimensione parallela dello sport, è il contrario. Il concetto sociopolitico delle Olimpiadi, nella sua forma e nella sostanza, alla prima prova dei fatti agisce come una contraddizione sulla realtà mascherata in cui viviamo, e che in questa fase di transizione non rivela appieno la sua natura e i suoi obiettivi. La forza neo-autoritaria come nuovo fondamento della politica ha già deciso il nostro futuro, facendo scivolare la storia e il destino universale sul piano inclinato della post-democrazia? Ecco che irrompe con i Giochi la testimonianza culturale, fisica, agonistica, politica di un’altra forza naturalmente alternativa, fatta di primati e non di supremazia, di gara e non di lotta, di fratellanza e non di guerra, di sfida e non di ricatto. La migliore gioventù che sfila con le bandiere affiancate sotto gli occhi del mondo, non mandata a morire ma chiamata a competere, dunque a superare in ogni gara se stessa nella perfetta coscienza del limite: che nello sport non è un vincolo di cui liberarsi come in politica, ma un traguardo e insieme una ripartenza, perché ogni record è per definizione temporaneo, e solo l’abuso trasforma la vittoria in una conquista. Ci voleva la linea d’ombra sotto cui viviamo per farci capire che la fiaccola olimpica è una contro-rappresentazione del nostro tempo, una persistenza simbolica, un’irruzione di significato, che altre volte in passato non abbiamo colto. Tutto questo per una ragione semplice: l’Olimpiade, modernissima nella tecnologia che ha spettacolarizzato la coreografia, è in realtà un portato di civiltà, la civiltà europea e occidentale offerta al mondo come occasione periodica di incontro e di confronto, di coesistenza, di convivenza. Di pace. E tutto questo cozza naturalmente, inevitabilmente, con l’interpretazione che il potere dà del mondo odierno. […] La civiltà, dicevano gli antichi, nasce proprio quando la forza accetta di farsi limite e il conflitto può essere addirittura sospeso, perché l’ordine e la pace non sono doni divini, ma costruzioni umane, e per questo politiche. Se rovesciamo il ragionamento, il rifiuto del limite diventa il fondamento dell’inciviltà. Ecco la nuova soglia, illuminata dalla fiaccola olimpica che per contrasto la rivela in tutta la sua potenza distruttrice. Inconsapevolmente, ma con la forza dell’evidenza, la cerimonia olimpica conteneva tutto questo. Il rito, inventato per colmare il vuoto, per una volta lo rivela: è lo spazio tra due interpretazioni della realtà, da un lato il faticoso continuum della democrazia, dall’altro lo spettacolo devastante della rottura permanente dell’ordine fin qui costruito e accettato. Milano deve fare tesoro di questo messaggio, diventandone destinataria, e non soltanto sede casuale. Perché è ancora possibile rintracciare il senso delle cose umane, risalire fino al significato degli avvenimenti, senza accontentarsi della loro rappresentazione: sapendo che una civiltà, o anche soltanto una comunità, ha bisogno di un rito simbolico condiviso. Altrimenti queste Olimpiadi diventano un semplice spettacolo. L’ultimo spettacolo.

Ezio Mauro, Repubblica (08/02/2026)

Canzone del giorno: Il centro della fiamma (2007) - Subsonica
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domenica 8 febbraio 2026

Opzionale

Il dolore è inevitabile. La sofferenza è opzionale. Supponiamo che un corridore, mentre corre, pensi: ‘Non ce la faccio più, fa troppo male. La parte del ‘fare male’ è una realtà inevitabile, ma il fatto di ‘non farcela più’ dipende solo dalla scelta del corridore.

Haruki Murakami, “L’arte di correre”(2007)

Canzone del giorno: I'm Still Standing (1983) - Elton John
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giovedì 5 febbraio 2026

Incuria

La frana di Niscemi non è soltanto l’ennesimo fenomeno naturale che diventa catastrofe solo per colpa di noi sapiens. È anche la rappresentazione plastica e simbolica di un intero Paese esposto a ogni tipo di evento naturale e assolutamente impreparato culturalmente a incorporare il rischio nei propri orizzonti quotidiani. Ma perché l’Italia è così fragile? Quali sono i rischi naturali maggiori e in quali territori colpiranno più duramente? Cosa possiamo mettere in pratica per mitigare quei rischi e avventurarci, con un margine di sicurezza decente, in un futuro incerto? Alla base del rischio naturale c’è la costituzione del territorio: l’Italia è un Paese geologicamente giovane e particolarmente attivo, fatto di rocce spesso friabili, molli che compongono pianure, colline e parte delle catene montuose. Il paesaggio italiano è un paesaggio sismico, perdipiù fatto di rocce vulcaniche, argille instabili, sabbie poco coerenti, alluvioni e frane. Ma proprio per questa ragione di fondo avremmo dovuto comportarci diversamente: su un territorio di questo genere (simile, in Europa, solo a quello dinarico-albanese-greco o, in parte, spagnolo) si doveva costruire solo sulle rocce dure e stabili e allargarsi il meno possibile. Come facevano i romani antichi, che non a caso, almeno all’inizio, evitavano di vivere stabilmente nelle valli, ma preferivano i Sette Colli, o come facevano i genovesi del XVII secolo, che a Marassi non costruivano nemmeno una capanna. Non che questa antica sapienza abbia sempre evitato disastri, ma, almeno, era una forma di pianificazione intuitiva decente. A questo fattore di fondo va aggiunto ciò che gli italiani hanno combinato, lasciandosi andare a un furore costruttivo per la verità molto antico (ai Campi Flegrei ci andavano in villeggiatura gli imperatori romani), ma che oggi non può più annoverare l’ignoranza fra le motivazioni. In Italia si consumano oggi 2 mq/secondo di territorio, ma in passato il consumo è stato anche più elevato: talvolta la sola Sicilia ha divorato in un anno la stessa quantità di suolo dell’intera Gran Bretagna. Molte di queste costruzioni recenti sono abusive, addirittura più del 50% nella regione Campania. Quasi nessuna viene abbattuta, nemmeno nelle regioni dove il rischio lo creano proprio quelle stesse costruzioni. Un popolo di muratori incurante di dove appoggiassero le fondamenta, ammesso che fossero sempre contemplate. E un popolo di bonificatori che ha annullato stagni e paludi e tombato fiumi e torrenti come se non ci fosse un domani. Il 95% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana e alluvione: basterebbe questo dato per comprendere come mai registriamo il record europeo di frane. E raccomandare a otto milioni di connazionali di guardare con una certa attenzione le previsioni del tempo e l’andamento del clima. Il rischio è il prodotto della pericolosità per la vulnerabilità e per l’esposizione, dunque insieme agli eventi violenti e al surriscaldamento climatico, bisogna aggiungere l’aver costruito nei luoghi meno adatti, spesso abusivamente e sempre senza pianificazione. […] Ma il comportamento da adottare sarebbe di fare un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose, arretrare dai litorali e dalle pendici montuose a rischio, evitare assolutamente di costruire nuovi edifici. Non possiamo cingere colline e montagne con mura di cemento armato, né innalzare muraglioni davanti alle spiagge o canalizzare ogni fiume. Parliamo di coste, fiumi e colline, elementi dinamici di un territorio attivo che non è pensabile ingessare per sempre. Meglio sarebbe essere elastici e resilienti: più lasci libero un fiume meno danni fa, altro che tagliare la vegetazione riparia e dragare gli alvei. Ma è pieno di amministratori ignoranti che vogliono illudere la popolazione che si sta facendo qualcosa, anche se è inutile o perfino dannoso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Mario Tozzi, La Stampa (1/2/2026)

Canzone del giorno: Ten Days of Rain (1986) - Rod Stewart
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mercoledì 4 febbraio 2026

Facciamo il ponte

Mauro Biani, da google.it











Canzone del giorno: Disintegration (1989) - The Cure
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lunedì 2 febbraio 2026

Niscemi

La lettura delle cronache sulla frana di Niscemi e sull’incerto destino di migliaia di abitanti della cittadina siciliana getta una luce inquietante sull’etica della responsabilità. O meglio sulla totale sua mancanza. È del tutto evidente che negli ultimi trent’anni, dal 1997 in poi, si è assistito a forme di immobilismo deteriore e colpevole, alla mancata esecuzione di lavori di consolidamento, al silenzio nelle risposte a varie sollecitazioni, a soldi che anziché essere spesi per la manutenzione del territorio hanno ingrassato amicizie e clientele. Senza voler accusare nessuno (la giustizia farà il suo corso) è intollerabile che la preoccupazione di chi ricopre o ha ricoperto incarichi istituzionali, dalla Regione siciliana, all’autorità di bacino, al Comune sia oggi quella di autoassolversi preventivamente. Sembra che il destino degli abitanti di Niscemi sia secondario al proprio. Dire tutti, all’unisono, che non vi è stata alcuna manchevolezza amministrativa e che la colpa è genericamente degli altri, non è solo poco credibile ma persino puerile. Nessuno che intervenga e ammetta che avrebbe potuto e dovuto fare di più. Perché se non vi è un’etica personale della responsabilità pubblica non c’è legge che tenga. Inutile chiedere nuove norme, pretendere controlli più efficaci e frequenti, se poi la loro applicazione non sarà assicurata da un impegno personale e non solo dagli automatismi presunti delle procedure. La prevenzione passa anche per la cultura del rispetto dei diritti degli abitanti, nella tutela dell’ambiente, che è prima di tutto personale. Non è degli altri, è propria. Se anche la coscienza civica è franata giù in un burrone, e non mi riferisco solo al dramma di Niscemi, non c’è stanziamento di fondi, per quanto ingente, che la recuperi e la risollevi.

Ferruccio De Bortoli, Frammenti – corriere.it (30/1/2026)

Canzone del giorno: Irresponsible (2025) - Nicole Jaskot
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domenica 1 febbraio 2026

Playlist Gennaio 2026

     1.      Madeleine Peyroux, I’m All Right – (Half the Perfect World – 2006) – Granelli

2.      Metallica, The Frayed Ends of Sanity – (…And Justice for All – 1988) – Furbi e orbi

3.      The Cure, Pictures of You – (Disintegration – 1989) – Crans-Montana

4.      Megadeth, Foreign Policy – (Dystopia – 2016) – La maledizione dell’oro nero

5.      Vinicio Capossela, La parte del torto – (Tredici canzoni urgenti – 2023) – Avere torto

6.      Madison Cunnigham, Best Of Us – (Ace – 2025) – Buen Camino

7.      Procol Harum, A Salty Dog – (A Salty Dog – 1969) – A Salty Dog

8.      U2, Fire – (October – 1981) – Iran in fiamme

9.      Mina, Magica follia – (Italiana – 1982) – Piccola follia

10.   Linkin Park, Im My Remains – (Living Things – 2012) – Norimberga

11.   OneRepublic, Connection – (2018) – Social

12.   Michael McDonald, Obsession Blues – (Blue Obsession – 2000) – Groenlandia

13.   Daniele Silvestri, Qualcosa cambia – (La terra sotto i piedi – 2019) – La cultura

14.   Annie Lennox, Loneliness – (Bare – 2003) – #Solitudine

giovedì 29 gennaio 2026

#Solitudine

“Uno degli impegni principali dei giovani dovrebbe essere quello di imparare a sopportare la solitudine, perché essa è una fonte di felicità e di tranquillità d’animo”. 

È curioso ma poche pagine prima nei suoi Aforismi sulla saggezza di vivere da cui abbiamo tratto la nostra citazione, lo stesso filosofo tedesco ottocentesco Arthur Schopenhauer osservava: «Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, quindi, sé stessi». Egli in questa apparente contraddizione rivelava il duplice volto della solitudine. Da un lato, è una necessaria dieta dell’anima; d’altro lato, però, essa può sconfinare nell’isolamento e fa scaturire il bisogno di un altro che stenda la mano e ti aiuti a risalire quando si sta aprendo il vuoto davanti a sé. È, però, indubbio che ritagliarsi almeno un’oasi di silenzio, di autocoscienza, di riflessione sia indispensabile se non si vuole ridurre la propria vita solo all’esteriorità. Ha ragione il filosofo quando si rivolge ai giovani: forse oggi noi ne siamo più consapevoli quando li vediamo ingrupparsi nel branco, muovendosi quasi alla deriva. Non per nulla il loro approdo, alla fine, è la discoteca che – senza indulgere al moralismo – è simbolicamente lo spazio dell’affollarsi anonimo e dell’estinzione di ogni squarcio di silenzio, in una sonorità incessante, frenetica e assordante. Certo, un altro filosofo, Blaise Pascal, forse esagerava quando affermava che le nostre disgrazie personali nascono dall’incapacità di stare almeno un’ora da soli nella propria stanza. Ma è vero che, senza una parentesi rispetto al flusso delle voci, delle azioni e della piazza, la coscienza si ottunde, la stessa mente si raggrinzisce, il cuore non ospita più sentimenti autentici e profondi. A suggello di questa riflessione vorrei lasciare la voce a un altro tedesco, lo scrittore Thomas Mann nel suo noto testo Morte a Venezia (1912): «La solitudine mette in mostra l’originale, il bello, il religioso, il sorprendente, la poesia. Essa, però, mostra anche l’insensato, lo sconveniente, l’assurdo e l’illecito».

Gianfranco Ravasi, Breviario – Il Sole 24 Ore (30/11/2025)

Canzone del giorno: Loneliness (2003) - Annie Lennox
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