nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

lunedì 2 marzo 2026

La grande scommessa

La questione iraniana incombe da 47 anni: dalla rivoluzione islamica e la presa di ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran. In questo mezzo secolo gli ayatollah hanno costruito il loro impero persiano. A spese del popolo — privato di diritti, benessere e un futuro decente — hanno foraggiato milizie terroristiche, scatenato guerre, edificato alleanze con Russia e Cina. Strumentalizzando a fini di potere la tragedia palestinese, hanno goduto di simpatie in fasce di opinione pubblica araba e occidentale: fino all’indifferenza mondiale verso i massacri di migliaia di manifestanti perpetrati dal regime a gennaio. Il risultato finale però ha creato una congiuntura favorevole all’attacco Usa-Israele. L’ayatollah Khamenei è stato ucciso, un capitolo di storia si chiude: lui fu al fianco della prima guida suprema, Khomeini. L’isolamento dell’Iran è visibile. Ieri si è ricompattata una vasta coalizione arabo-sunnita moderata, ha condannato le ritorsioni iraniane ma non l’attacco iniziale di Stati Uniti e Israele. Stavolta non c’è il rischio che l’attacco esterno stringa la popolazione iraniana attorno al regime. Al contrario, nelle ultime manifestazioni contro la dittatura islamica si erano levate sempre più spesso delle invocazioni dalle piazze, a favore di un intervento «liberatore» dall’esterno. Trump era stato rimproverato per aver promesso un aiuto al popolo iraniano durante le stragi di gennaio, e quell’intervento americano non c’era stato. Perché alla fine Trump si è deciso ad agire, e quali sono i suoi veri obiettivi? Anzitutto, c’è stata una trattativa diplomatica, e ha confermato l’intransigenza del regime. Nessun cedimento sui dossier chiave: l’arricchimento di uranio, gli arsenali di missili, l’appoggio agli «eserciti-sicari» di Hamas, Hezbollah, Houthi. Per Trump si tratta di neutralizzare anzitutto queste tre minacce. Si sono aggiunti, in modo esplicito, altri due obiettivi: decapitare gli apparati di sicurezza responsabili delle stragi di gennaio; deporre il gruppo dirigente. […] Che cosa ha conquistato Trump agli argomenti di Netanyahu, che premeva per questa offensiva? Il punto di partenza è la constatazione che Teheran non ha voluto negoziare sull’arsenale missilistico e il sostegno a Hamas, Hezbollah, Houthi. Continuare a trattare avrebbe prolungato uno stallo, offrendo al regime tempo e ossigeno politico. Per Khamenei sopravvivere anche solo fisicamente era una vittoria. C’era l’opzione di un raid americano breve come quello del 21 giugno scorso, stavolta mirato a strutture dei Pasdaran e delle milizie Basij, colpevoli della repressione dei manifestanti. Ma un’azione circoscritta avrebbe avuto effetti modesti sul calcolo strategico iraniano. Ha prevalso l’opzione di un’operazione prolungata, per decapitare la leadership iraniana e costringere quel che rimane a scegliere: tra la sopravvivenza al prezzo di concessioni drastiche e un conflitto esistenziale. Un elemento ha pesato: la credibilità degli Stati Uniti. Dopo la «linea rossa» che Barack Obama annunciò nel 2013 al dittatore siriano Assad contro l’uso di armi chimiche, e poi non fece rispettare, un bis avrebbe convinto Teheran che Washington evita il confronto quando il costo sale. […] Trump ha un fronte interno. L’America Maga aborrisce le «interminabili guerre mediorientali». Il Congresso scalpita quando questo presidente ordina azioni militari senza consultarlo. In diverse città americane sono annunciate manifestazioni contro questa guerra. Molti giudicano gli eventi secondo un riflesso condizionato: le valutazioni dipendono più dall’opinione su Trump e Netanyahu, che dalla realtà iraniana. Gli ultimi massacri del regime erano caduti nell’indifferenza occidentale. Ma la vastità della ribellione e la forza del rigetto nei confronti degli ayatollah ha contribuito ad accelerare la resa dei conti, alterando i calcoli sui rapporti di forze in campo.

Federico Rampini, Corriere della Sera (01/03/2026)

Canzone del giorno: Wager (2024) - Set for Tomorrow
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domenica 1 marzo 2026

Playlist Febbraio 2026

1.      Nicole Jaskot, Irresponsible – (2025) – Niscemi

2.      The Cure, Disintegration – (Disintegration – 1989) – Facciamo il ponte

3.      Rod Stewart, Ten Days of Rain – (Every Beat of My Heart – 1986) – Incuria

4.      Elton John, I’m Still Standing – (Too Low for Zero – 1983) – Opzionale

5.      Supersonica, Il centro della fiamma – (L’eclissi – 2007) – La fiaccola e il buio

6.      Lucio Battisti, Per una lira – (1966) – Nemmeno mezza lira

7.      Tom Waits, That Feel – (Bone Machine – 1992) – La grazia

8.      Marco Mengoni, Dove si vola – (Dove si vola – 2009) – Pensieri felici

9.      Nick Moss, Privileged of Birth – (Privileged – 2010) – Board of Peace

10.   Kings of Leon, Walls – (Walls – 2016) – Il muro dell’ignoranza

11.   America, Mirror To Mirror – (Hourglass – 1994) – Una rimpatriata

12.   The Script, Hall of Fame (#3 – 2016) – Forza d’animo


venerdì 27 febbraio 2026

Forza d'animo

Ogni volta che diamo inizio ad una nuova impresa imbocchiamo una strada piena di insidie. Possiamo prepararci accuratamente, prevedere tutte le alternative, ma non potremo mai evitare di imbatterci in ostacoli imprevisti, nemici inattesi, tradimenti e sconosciuti soccorritori. Per riuscire, per raggiungere la meta, occorrono diverse qualità e virtù. La prima, forse la più importante, è la determinazione, la fermezza dei propositi, la forza d'animo.

Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Canzone del giorno: Hall of Fame (2012) - The Script (feat. wi.i.all)
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mercoledì 25 febbraio 2026

Una rimpatriata

…Il Festival resta in mezzo al guado, con un piede nella memoria e l’altro nell’esame contabile. Carlo Conti è il professionista di sempre: governa il palco con garbo, getta acqua sul fuoco di ogni polemica, vera o presunta. Tuttavia, il suo «ecco a voi» richiederebbe una spalla capace di sorreggerlo con leggerezza. Meno modernista di Pippo Baudo, meno funambolico dell’«effetto Amadeus» (che contava sull’imprevedibilità di Fiorello), Conti sembra dirigere un’elegante rimpatriata: più «Tale e Quale Show» che Festival della canzone. Il cast oscilla tra nobili ritorni e nomi nati in Rete: equilibrio difficile, come apparecchiare una tavola per non scontentare nessuno. All’Ariston si cerca allora lo spettacolo che supplisca alla canzone, con ospiti di rango (si fa per dire) come l’incontro salgariano fra Can Yaman e Kabir Bedi. Un insolito Conti in veste «antifa»: intervista la signora Gianna Pratesi di 105 anni che nel referendum istituzionale del 1946 ha votato repubblica («Repupplica» per la gigantografia Rai, gaffe senza pari), anche contro il fascismo. 80 di repubblica e 76 di Sanremo, giusto per dare il senso delle proporzioni. La regia piatta e a tratti confusionaria sembra generare momenti di autentico spaesamento, anticipando l’ingresso degli artisti in gara, togliendo «sacralità» e perdendo per strada alcuni momenti delle performance. In fondo, il Festival resta ciò che è sempre stato: uno specchio, ora un flusso sezionato in mille rivoli sui social, un meme. Oggi si riflette anche nell’algoritmo. Carlo Conti ha dichiarato che sarà il suo ultimo Sanremo. L’ultimo festival/è un problema diverso/ un’altra cosa sarà/un altro festival sarà.

Aldo Grasso, Corriere della Sera (25/02/2026)

Canzone del giorno: Mirror To Mirror (1994) - America
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lunedì 23 febbraio 2026

Il muro dell'ignoranza

“Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà. Ma l’ignoranza, caro mio, è un pieno. E’ un muro, e i muri si possono solo abbattere. Oppure scavalcare.” 

Antonio Tabucchi (1943 - 2012), Sostiene Pereira (1994)



Canzone del giorno: Walls (2016) - Kings of Leon
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venerdì 20 febbraio 2026

Board of Peace

Nemmeno la fantasia di Ian Fleming creatore di James Bond, avrebbe potuto immaginare una simil Spectre immobiliare come il cosiddetto Board of Peace. Questa specie di Rotary dei costruttori è stata creata da, ed è al servizio di, quel moderno satrapo occidentale che risponde al nome di Donald Trump. Il presidente americano, dopo essersi arricchito esponenzialmente usando, nel silenzio e nella piaggeria generale, il proprio potere politico in pieno conflitto di interessi emettendo persino una sua criptovaluta, vuole giocare a Monopoli sulle macerie della Striscia di Gaza. Quel progetto israelo-americano che aveva indignato tutto il mondo, e cioè la "Riviera" di Gaza fatta di grattacieli, hotel di lusso, casinò e spiagge dorate, sta per tradursi in realtà. E la quasi totalità dell'opinione pubblica non riesce più a reagire, paralizzata dal miraggio del cessate il fuoco proclamato l'ottobre scorso. Ovvio che l'ipotesi che l'esercito israeliano avrebbe smesso di assassinare decine di migliaia di innocenti facesse tirare un sospiro di sollievo. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Israele non ha rispettato nessuna condizione di quell'accordo e continua a far piovere bombe sulla gente, ad affamare la popolazione civile, lasciarla al freddo e far morire di stenti i più deboli. E ora su quelle macerie ballano gli affaristi riuniti nel Board of Peace, un organismo presieduto a vita da Trump e al quale accedono solo coloro che aggradano al signore. Hanno ragione i democratici americani quando sfilano per le strade urlando «No Kings» (e su di loro Trump posta un video in cui è alla guida di un aereo che fa cadere escrementi sui dimostranti roba tra scatologia infantile e disprezzo assoluto). Solo chi ha una concezione di sé come un regnante per diritto divino può concepire un organismo a sua immagine e somiglianza. La corsa a partecipare al Board comprende un fior fiore di paesi autoritari non occidentali, con l'ovvia eccezione dell'Ungheria e altri membri minori  dell'Ue che — soprattutto la prima — continuano a viaggiare su binari sempre più divergenti dalle norme che informano l'Unione. Ogni paese democratico non può che guardare con ribrezzo questa creatura: la sua impostazione monarchico-regale contraddice la logica di pari diritti e dignità inerente a qualunque organismo internazionale. Nonostante ciò, alla fine, anche il nostro governo è andato a baciare la pantofola trumpiana. Per aggirare conflitti di costituzionalità ha usato una classica formula italiota vado ma sto sull'uscio, a fare l'osservatore. In effetti Meloni non poteva esimersi dal correre alla corte di colui del quale condivide la visione politica traendone ispirazione il messaggio di impunità lanciato alle forze dell'ordine con il decreto Sicurezza fa il paio, ancora in sedicesimo per ora, con quella garantita al ke dall'amministrazione Usa. Nei momenti più glaciali della Guerra fredda i comunisti strillavano al servilismo democristiano nei confronti degli Stati Uniti, ma in realtà quei governi non facevano altro che coltivare buoni rapporti nel contesto dell'alleanza transatlantica. Erano inquietudini mal riposte l'America, pur con i suoi gravi difetti, aveva istituzioni politiche che ispiravano. Ora è un paese da temere per il suo complesso tecnologico-militare (versione aggiornata di quello industriale-militare denunciato a suo tempo dal presidente Eisenhower) e per la torsione autoritaria-narcisista della sua presidenza il Board ne è espressione. È quindi indecoroso, benché coerente con la sua intima natura, che il governo vi partecipi, seppur sulla soglia. Ma il messaggio è chiaro: siamo gli ascari trumpiani in Europa, appena meno zelanti di Orbán.

Piero Ignazi, Domani (20/2/2026)

Canzone del giorno: Privileged At Birth (2010) - Nick Moss
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mercoledì 18 febbraio 2026

Pensieri felici

«Campanellino, perché non riesco a volare?» 

«Peter Pan, per volare hai bisogno di ritrovare i tuoi pensieri felici.» 

James Matthew Barrie (1860 – 1937), Peter e Wendy (1911)


Canzone del giorno: Dove si vola (2009) - Marco Mengoni
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