nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 19 marzo 2026

Il verbo sentire

Mi piace il verbo sentire…

Sentire il rumore del mare,

sentirne l’odore.

Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,

sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.

Sentire l’odore di chi ami,

sentirne la voce

e sentirlo col cuore.

Sentire è il verbo delle emozioni,

ci si sdraia sulla schiena del mondo

e si sente…

Alda Merini (1931 – 2009)


Canzone del giorno: Eppure sentire (Un senso di te) (2006) - Elisa
Clicca e ascoltaEppure sentire....

martedì 17 marzo 2026

Europa bloccata

La mancanza di una esplicita presa di posizione da parte dell'Unione Europea dopo lo scoppio della guerra americana ed israeliana contro l'Iran non solo ha suscitato interrogativi sul meccanismo decisionale europeo, ma ha manifestato con evidenza le difficoltà nelle quali versano le sue istituzioni, che sembrano inseguire risposte da dare a singoli problemi senza avere una visione unitaria sul futuro. Come sempre, i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Ed è inutile affidarsi alla speranza che le questioni possano essere risolte solamente prendendo tempo. Affrontare una situazione complessa come quella che ci si presenta oggi, dove i molteplici scenari di guerra generano nuovi problemi economici che si intrecciano con quelli preesistenti, quasi a comporre un complicatissimo mosaico, le cui minuscole tessere devono trovare il modo di incastrarsi tra loro per essere in grado di sviluppare un'immagine compiuta, presuppone una visione d'insieme. Ma non basta una visione, occorre anche l'individuazione degli obiettivi ed un insieme di politiche coerenti per conseguirli. La civiltà occidentale si trova di fronte ad una crisi che rappresenta in realtà il momento di cesura tra il vecchio mondo, fondato sulla libertà individuale e sui rapporti internazionali, in cui la pace veniva garantita da quell'insieme di accordi tra Paesi che costituiscono il diritto internazionale, ed un nuovo assetto. I rapporti internazionali basati sul diritto sono andati in crisi perché la composizione giuridica delle controversie, per avere successo, necessita di tempo, mentre nel mondo di oggi, il mondo del tutto e subito, il tempo è un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri. Ecco perché ha preso spazio l'attitudine al conflitto, che rappresenta un metodo sicuramente più immediato. Gli odierni conflitti armati, ancorché geograficamente delimitati, a differenza del passato hanno effetti diretti anche sui non belligeranti, quasi fossero anch'essi sotto l'effetto dei bombardamenti. Tanto che si potrebbe essere indotti a credere che sia proprio questo il fine che ha mosso chi ha originato il conflitto: danneggiare chi apparentemente ne è estraneo, ma che rappresenta un reale o supposto nemico economico o commerciale. Se questa è la realtà, occorre rapidamente prenderne atto e difendersi. Cosa che l'Europa non sta facendo. La risposta dei non belligeranti, quindi, se non può essere militare, deve necessariamente attuarsi nel campo economico, sviluppando una reattività in grado di contrastare efficacemente le minacce degli aggressori. Sono proprio questi i frangenti in cui ci si rende conto degli errori commessi nel passato. Avere abbandonato agli altri, semplicemente perché si riteneva più conveniente, la produzione di beni e di servizi e il monopolio delle materie prime indispensabili per l'industria e per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione, si è dimostrato un tragico errore di calcolo. Ma il passato è passato. E il momento di correre ai ripari. E, per farlo, non deve mancare la coerenza. Occorre far rientrare "in casa" le produzioni industriali, esigenza che sembra ormai unanimamente condivisa. Obiettivo, tuttavia, che postula l'esigenza di adottare scelte impegnative, che riguardano sia il sistema industriale, sia un più incisivo utilizzo di risorse pubbliche, indispensabili per metter in moto un volano di crescita: una nuova ambiziosa politica industriale, in cui la sinergia tra pubblico e privato consenta di mobilizzare una massa di capitali in grado di realizzare l'interesse generale. […] In verità, il patto di stabilità è stato sospeso negli anni del covid. Ma adesso l'Europa tentenna. Sembra ormai prevalere una sindrome assai simile a quella dell'asino di Buridano, che, nel dubbio se fosse meglio prima mangiare o bere, finì per morire di fame. Così, nel dubbio se sia meglio disporre di finanze solide o di risorse per affrontare la crisi, non sa cosa decidere. Con il risultato che rischia di essere travolta dalla sua stessa indecisione. Ma questa sembra essere la sua natura. Basti considerare il tema della sovranità. Anche in questo caso, non riuscendo a decidere se la sovranità appartiene all'Europa o ai singoli Stati che la compongono, si aspetta che siano gli altri a scegliere. Senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento è quello che consente a chi oggi apparentemente sembra più forte di applicare il vecchio principio del "divide et impera": chi riesce ad ottenere contrasti nel campo avversario vince sempre. Invece, sono proprio le difficoltà del momento attuale che dovrebbero farci rendere conto che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.

Giuseppe Vegas, Il Messaggero (16/03/2026)

Canzone del giorno: Cosa vuoi che sia (2005) - Ligabue
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domenica 15 marzo 2026

Piaceri della vita

“Tra i piaceri della vita, la musica è seconda solo all’amore. Ma l’amore stesso è musica”

Aleksandr Sergeevic Puškin (1799 – 1837)


Canzone del giorno: Music Is Love (1971) - David Crosby
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venerdì 13 marzo 2026

Trump shoes

Abito blu di Brioni, camicia bianca, cravatta in seta colorata e, ai piedi, un paio di francesine di vitello nero by Florsheim (dal costo di 145 dollari). Donald Trump è talmente “ossessionato” da queste scarpe che ha iniziato a regalarle a ministri, parlamentari e industriali. L’iter, secondo quanto scrive il Wall Street Journal, è sempre lo stesso: il presidente degli Stati Uniti accoglie l’ospite nello Studio Ovale, chiede quale taglia porti e lo riferisce a uno dei suo assistente. Ma, sempre secondo il Journal, in una stanza della Casa Bianca ci sarebbero decine di scatole impilate già corredate da biglietti e autografi di Trump. Nelle ultime settimane le scarpe sono comparse ai piedi di diversi dei fedelissimi del tycoon: dal vicepresidente JD Vance al segretario di Stato Marco Rubio fino ancora a Pete Hegseth, Howard Lutnick e ai presentatori di Fox News. Quello che oggi fa notizia, però, è una foto pubblicata su X dall’account del giornalista Derek Guy, forte di 1,4 milioni di follower con i suoi post sul vestire maschile. Nell’immagine si vede Mark Rubio indossare le “fatidiche” francesine almeno due numeri più grandi. Stando a un resoconto di Vance, Trump qualche giorno fa avrebbe detto che “si capiscono molte cose di un uomo dalla taglia delle sue scarpe”. Una battuta che avrebbe spinto il Segretario di Stato degli Stati Uniti a ordinare un 45 e mezzo pur essendo alto 1 metro e 78 con l’evidente risultato di avere due dita di vuoto tra il tallone e la tomaia. L’ossessione del presidente per queste scarpe “made in Chicago” sembra non fare per nulla piacere al proprietario dell’azienda che le produce. Thomas Florsheim jr. ha negato di essere a conoscenza degli ordini presidenziali e più volte, in passato, ha avuto parole durissime verso il tycoon e la sua politica di dazi. Florsheim, infatti, produce in Cina e ha dovuto quindi vedersela con le tariffe, arrivate fino al 145%. Neppure il tentativo di spostare la produzione in India era servito visto che anche New Delhi è stata colpita dalla misura economica. A dicembre, l’azienda ha fatto causa al governo federale, quantificando in 16 milioni di dollari quanto pagato a causa delle tariffe. E li ha chiesti in risarcimento. 

da sky.it (12/3/2026)

Canzone del giorno: Have You Seen My Shoes (1981) - Pino Daniele
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mercoledì 11 marzo 2026

Atomi infinitesimali

 


“E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.” 

Luigi Pirandello (1867 – 1936), Il fu Mattia Pascal (1904)

Canzone del giorno: Splitting the Atom (2005) - Massive Attack feat. Horace Andy
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domenica 8 marzo 2026

Scenario preoccupante

Quanto potrebbe durare il conflitto in base alle disponibilità militari di Washington e Teheran?

Non ci sono stime accurate di quanto potrà durare questa guerra. Soprattutto perché non c’è chiarezza sull’obiettivo finale di Stati Uniti e Israele e siccome esiste questa incertezza non è prevedibile se durerà giorni, settimane o mesi.

In che modo i curdi parteciperanno al conflitto?

Non è prevedibile con quale consistenza le forze curde parteciperanno alla guerra, partendo dal nord dell’Iraq, e non si conoscono ancora quali potrebbero essere le conseguenze per la stabilità della regione, ma lo scenario è molto preoccupante.

Qual è l'obiettivo strategico degli Usa?

Washington non ha un vero e coerente obiettivo strategico, sebbene lo staff di Donald Trump abbia chiarito che sarebbe quello di fermare l’Iran dall’essere una minaccia per la stabilità regionale. Ma non è stato ben definito dal presidente americano se si vuole anche un regime change, annullare il programma nucleare, quello missilistico e la capacità del regime di Teheran di dare sostegno al terrorismo.

E invece quale potrebbe essere il fine di Israele?

E’ probabile che lo Stato ebraico miri di più a un regime change e che veda alla guida del nuovo stato il figlio dell’ultimo scià Reza Pahlavi affiancato da qualche esponente dell’opposizione, ovvero un governo che sia meno ostile a sé, a Israele.

Quale sarà il ruolo di Cina e Russia in questa crisi?

Pechino e Mosca non giocheranno un ruolo di primo piano in questo conflitto, ma se le forniture di energia continueranno ad essere tagliate nella regione la situazione in Medio Oriente diventerà ancora più complicata.

Brian Katulis (analista del Middle East Institute), intervista di Chiara Clausi – Il Giornale (6/3/2026)

Canzone del giorno: Twilight Omens (2009) - Franz Ferdinand
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venerdì 6 marzo 2026

Referendum dimenticato

Tra le vittime più o meno illustri della nuova Guerra del Golfo c'è anche il referendum sulla giustizia. Come è naturale che sia, della questione, tutta domestica, se ne parla assai meno. E comunque, anche quando se ne parla, l'attenzione è bassa: nei talk sul tema scende la curva degli ascolti, nei giornali compare tra le notizie non in primo piano. Già prima (della guerra) non c'era tutto questo clima da ordalia finale, figuriamoci ora col Medioriente in fiamme. Neanche la frase di Giorgia Meloni sui «giudici che bloccano i rimpatri degli stupratori», che in altri tempi avrebbe scatenato un putiferio, ha distolto l'attenzione dal macro-tema e così, a girare in lungo e in largo l'Italia, è rimasto il ministro Carlo Nordio. Insomma, non ci vuole una Cassandra per prevedere, in questo clima, una scarsa partecipazione alle urne dal momento che nulla, ma proprio nulla, suggerisce tempi brevi per la soluzione della crisi iraniana. Anche prendendo per buone le famose «quattro settimane» di Trump — e ci vuole un bello sforzo di autoconvincimento — il referendum si celebrerà sempre in mezzo al fuoco e alle fiamme mediorientali. Bel problema per il governo: se fino a sabato scorso, giorno dell'attacco, portare a votare il suo elettorato era un problema, ora diventa un'ardua impresa. La sinistra invece potrebbe trarne un vantaggio. Non solo perché il disinteresse generale impatta meno sugli elettori dell'attuale opposizione, da sempre più motivati ad andare a votare. Ma anche per un'altra ragione: se prima il referendum era solo contro Giorgia Meloni che, in un impulso di autolesionismo, aveva fatto di tutto per "politicizzare" il voto, ora diventa contro Meloni anche in quanto "amica di Trump". E più dura la guerra più questo sentiment si accende. […] A questa difficoltà, tutta politica, si aggiunge qualcosa di più profondo: il timore che, essere associati a Trump, faccia perdere la connessione col senso comune delle persone. In fondo, basta sentire cosa si dice nei bar, in ufficio, alla bocciofila: Trump è visto come un prepotente, un bullo, insomma un «matto» che accende focolai solo in nome degli affari suoi, fregandosene del resto. Finché si parla di Venezuela, Groenlandia o dazi non va comunque bene, in un mondo così interconnesso, ma almeno è lontano da noi. Col Medioriente a due passi e i droni che arrivano a Cipro, la sensazione diventa di pericolo imminente. Peraltro amplificata da una comunicazione da film di guerra hollywoodiano: «Li massacriamo», «siamo in grado di fare la guerra per sempre», aerei che nei video della Casa Bianca decollano sulle note della Macarena. Se poi questo pericolo, in termini di sicurezza, si somma al portafoglio più leggero quando vai a fare il pieno di benzina o alle borse che bruciano anche i denari del famoso ceto medio, la questione si fa seria. L'Italia è un paese che ama il quieto vivere, non le avventure. E proprio in nome di questo finora ha premiato la navigazione del governo, che non brilla per realizzazioni ma ha garantito stabilità, anche barcamenandosi con l'inquilino della Casa Bianca. 

Alessandro De Angelis, La Stampa (6/3/2026)

Canzone del giorno: Dimentica (2016) - Mahmood
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