La lettura delle cronache sulla frana di Niscemi e sull’incerto destino di migliaia di abitanti della cittadina siciliana getta una luce inquietante sull’etica della responsabilità. O meglio sulla totale sua mancanza. È del tutto evidente che negli ultimi trent’anni, dal 1997 in poi, si è assistito a forme di immobilismo deteriore e colpevole, alla mancata esecuzione di lavori di consolidamento, al silenzio nelle risposte a varie sollecitazioni, a soldi che anziché essere spesi per la manutenzione del territorio hanno ingrassato amicizie e clientele. Senza voler accusare nessuno (la giustizia farà il suo corso) è intollerabile che la preoccupazione di chi ricopre o ha ricoperto incarichi istituzionali, dalla Regione siciliana, all’autorità di bacino, al Comune sia oggi quella di autoassolversi preventivamente. Sembra che il destino degli abitanti di Niscemi sia secondario al proprio. Dire tutti, all’unisono, che non vi è stata alcuna manchevolezza amministrativa e che la colpa è genericamente degli altri, non è solo poco credibile ma persino puerile. Nessuno che intervenga e ammetta che avrebbe potuto e dovuto fare di più. Perché se non vi è un’etica personale della responsabilità pubblica non c’è legge che tenga. Inutile chiedere nuove norme, pretendere controlli più efficaci e frequenti, se poi la loro applicazione non sarà assicurata da un impegno personale e non solo dagli automatismi presunti delle procedure. La prevenzione passa anche per la cultura del rispetto dei diritti degli abitanti, nella tutela dell’ambiente, che è prima di tutto personale. Non è degli altri, è propria. Se anche la coscienza civica è franata giù in un burrone, e non mi riferisco solo al dramma di Niscemi, non c’è stanziamento di fondi, per quanto ingente, che la recuperi e la risollevi.
Ferruccio De Bortoli, Frammenti – corriere.it (30/1/2026)






