L’età dell’incertezza, lo smarrimento della nostra epoca, nasce dal fatto che siamo sospesi tra due mondi: non siamo più ciò che eravamo, ma non sappiamo ancora cosa siamo diventati. Istintivamente cerchiamo di opporci a questa scissione, negandola o facendo finta di non vederla: è la fatica del nostro procedere quotidiano dentro le vecchie regole che qualcuno ha disdettato senza averne l’autorizzazione, dunque con la logica della manomissione più che del cambiamento. Nel mondo capovolto, dobbiamo difenderci da chi dovrebbe proteggerci e l’ultimo sortilegio è quello che ci confonde, rendendoci incapaci di distinguere tra amici e nemici. Qui siamo, fingendo di poter sopravvivere come se nulla fosse accaduto, mentre il mondo ha fatto un giro. Poi capita che a Milano si accenda la fiamma olimpica e subito il buio si dirada. Ma attenzione: non è la prevalenza della retorica sulla realtà, il conforto della tradizione, l’abbandono alla dimensione parallela dello sport, è il contrario. Il concetto sociopolitico delle Olimpiadi, nella sua forma e nella sostanza, alla prima prova dei fatti agisce come una contraddizione sulla realtà mascherata in cui viviamo, e che in questa fase di transizione non rivela appieno la sua natura e i suoi obiettivi. La forza neo-autoritaria come nuovo fondamento della politica ha già deciso il nostro futuro, facendo scivolare la storia e il destino universale sul piano inclinato della post-democrazia? Ecco che irrompe con i Giochi la testimonianza culturale, fisica, agonistica, politica di un’altra forza naturalmente alternativa, fatta di primati e non di supremazia, di gara e non di lotta, di fratellanza e non di guerra, di sfida e non di ricatto. La migliore gioventù che sfila con le bandiere affiancate sotto gli occhi del mondo, non mandata a morire ma chiamata a competere, dunque a superare in ogni gara se stessa nella perfetta coscienza del limite: che nello sport non è un vincolo di cui liberarsi come in politica, ma un traguardo e insieme una ripartenza, perché ogni record è per definizione temporaneo, e solo l’abuso trasforma la vittoria in una conquista. Ci voleva la linea d’ombra sotto cui viviamo per farci capire che la fiaccola olimpica è una contro-rappresentazione del nostro tempo, una persistenza simbolica, un’irruzione di significato, che altre volte in passato non abbiamo colto. Tutto questo per una ragione semplice: l’Olimpiade, modernissima nella tecnologia che ha spettacolarizzato la coreografia, è in realtà un portato di civiltà, la civiltà europea e occidentale offerta al mondo come occasione periodica di incontro e di confronto, di coesistenza, di convivenza. Di pace. E tutto questo cozza naturalmente, inevitabilmente, con l’interpretazione che il potere dà del mondo odierno. […] La civiltà, dicevano gli antichi, nasce proprio quando la forza accetta di farsi limite e il conflitto può essere addirittura sospeso, perché l’ordine e la pace non sono doni divini, ma costruzioni umane, e per questo politiche. Se rovesciamo il ragionamento, il rifiuto del limite diventa il fondamento dell’inciviltà. Ecco la nuova soglia, illuminata dalla fiaccola olimpica che per contrasto la rivela in tutta la sua potenza distruttrice. Inconsapevolmente, ma con la forza dell’evidenza, la cerimonia olimpica conteneva tutto questo. Il rito, inventato per colmare il vuoto, per una volta lo rivela: è lo spazio tra due interpretazioni della realtà, da un lato il faticoso continuum della democrazia, dall’altro lo spettacolo devastante della rottura permanente dell’ordine fin qui costruito e accettato. Milano deve fare tesoro di questo messaggio, diventandone destinataria, e non soltanto sede casuale. Perché è ancora possibile rintracciare il senso delle cose umane, risalire fino al significato degli avvenimenti, senza accontentarsi della loro rappresentazione: sapendo che una civiltà, o anche soltanto una comunità, ha bisogno di un rito simbolico condiviso. Altrimenti queste Olimpiadi diventano un semplice spettacolo. L’ultimo spettacolo.
Ezio Mauro, Repubblica (08/02/2026)






