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Scriptum
nuovigiorni.blogspot.it: scritti, spunti,commenti, chiacchiere e tabacchiere di legno
nuovigiorni
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
giovedì 2 aprile 2026
Per strada
mercoledì 1 aprile 2026
Playlist Marzo 2026
1.
Set for
Tomorrow, Wager – (Initiation
– 2024) – La
grande scommessa
2.
Sleep
Theory, Hourglass – (The
Ride – 2025) – Clessidra
iraniana
3.
Mahmood,
Dimentica – (2016) – Referendum dimenticato
4.
Franz
Ferdinand, Twilight Omens – (Tonight:
Franz Ferdinand – 2009) – Scenario
preoccupante
5.
Massive
Attack ft. Horace Andy, Splitting the
Atom – (Heligoland - 2010) – Atomi infinitesimali
6.
Pino
Daniele, Have You Seen My Shoes – (Vai
mo’ – 1981) – Trump
shoes
7.
David Crosby,
Music Is Love – (I
Could Only Remember My Name – 1971) – Piaceri
della vita
8.
Johnny
Winter, Life Is Hard – (Let
Me In – 1991) – Europa
bloccata
9.
Elisa, Eppure sentire (Un senso di te) – (Soundtrack ’96 –‘06 – 1989) – Il verbo
sentire
10. Dr. John, You Li
– (Locked
Down – 2012) – Le
cose non dette
11. Vasco Rossi, C’è
chi dice no – (C’è
chi dice no – 1987) – La
vittoria del No
12. Bobby Bland, Ain't No Love in the Heart of the City – (Dreamer – 1974) – Distacco
13. Mick Abrahams, Bad
Feeling – (Mick’s
Back – 1996) – Un
mese di guerra
14.
Nick
Moss, Born Leader – (Priviliged – 2010) – Iscrizione in
palestra
lunedì 30 marzo 2026
Iscrizione in palestra
Mi sono iscritto in palestra ma non è servito.
Devo capire se cambia qualcosa andandoci.
Mago Forest
sabato 28 marzo 2026
Un mese di guerra
Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell'Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla. Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella data tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano. Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele. Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba – molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti – ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran – tra cui oltre duecento minori –, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto. Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana – prevedibile – di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm.
Lucia Capuzzi, Avvenire (28/3/26)
giovedì 26 marzo 2026
Distacco
Siamo rimasti coinvolti in un mondo materialista e avido, così tanti di noi. Questo ha conseguenze terribili per il futuro. Sembra che ci sia stato qualche distacco tra mente intelligente e cuore umano, amore e compassione. E invece di prendere una decisione importante basata su: “Come influenzerà le generazioni future? Che effetto avrà sul mondo in futuro quando noi non ci saremo?” I criteri oggi sono: “Che effetto avrà questa decisione su di me, su di me e sulla mia famiglia ora? Che effetto avrà sulla prossima riunione degli azionisti? Che effetto avrà sulla mia prossima campagna politica?”.
Jane Goodall (1934 – 2025), Etologa e antropologa britannica
martedì 24 marzo 2026
La vittoria del No
La vittoria del "No" al referendum è soprattutto una sconfitta per Meloni (che ha subito, pubblicamente, accusato il colpo): la prima dopo tre anni e mezzo di governo, una cavalcata travolgente, che adesso subisce un arresto. È un prezzo alto da pagare per la premier, a un anno dalle elezioni politiche in cui si giocherà la riconferma. Lo è perché la separazione delle carriere dei magistrati, che ha difeso con tutte le sue forze nelle due ultime settimane di campagna elettorale, non era una riforma "sua", ma di Forza Italia: un tributo alla memoria del fondatore Berlusconi, con il quale tra l'altro, quando ancora era in vita, Meloni non era mai riuscita ad avere buoni rapporti. Una partita in cui «il gioco non valeva la candela», aveva detto non a caso un uomo di una certa esperienza come il presidente del Senato La Russa. E una sfida interna all'anima manettara di Fratelli d'Italia che incarna la cultura securitaria del governo e ha prodotto un'inutile serie di decreti per l'istituzione di nuovi reati che quasi mai hanno raggiunto lo scopo di tranquillizzare l'opinione pubblica. Inoltre, sul voto avranno influito il clima d'ansia creato dalla guerra in Iran e le conseguenze economiche del conflitto. Ma poteva la presidente del Consiglio tirarsi indietro di fronte alla chiamata di tutta la sua coalizione, timorosa ormai da giorni e giorni di prendersi un ceffone dall'elettorato? E poteva farlo dopo una campagna, appunto, affidata a un ministro come Nordio che è riuscito a farsi rimproverare pubblicamente dal Capo dello Stato per aver usato un linguaggio irriguardoso verso le istituzioni (il Csm «sistema para mafioso»), o alla sua capo di gabinetto Bartolozzi, contestata per aver definito i suoi colleghi giudici «plotone d'esecuzione»? Chiaramente non poteva. E forse sarebbe riuscita perfino a ribaltare una tendenza ormai favorevole al "No" (dopo essere stata, all'inizio, fortemente orientata verso il "Sì"), se non si fosse trovato tra i piedi negli ultimi giorni il cosiddetto "caso Delmastro", cioè l'ennesimo pasticcio combinato dal sotto segretario alla Giustizia già finito nei guai (e condannato a otto mesi) per rivelazione di segreto d'ufficio (le visite in carcere di una delegazione Pd all'anarchico Cospito), per la discussa partecipazione a un Capodanno in cui un altro parlamentare suo amico per festeggiare sparava con una pistola, e adesso alle prese con una società di un camorrista dalla quale in extremis è riuscito a tirarsi fuori. Se non fossero stati proprio gli ultimi giorni prima del voto, Meloni probabilmente il suo sottosegretario lo avrebbe cacciato a pedate dal governo. […] Riusciranno Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda, Magi più gli altri possibili invitati dell'ultima ora a trovare l'intesa che finora è mancata per costruire la loro alleanza? A scegliere (con le primarie, chieste immediatamente da Renzi e Conte, o in qualsiasi altro modo) uno di loro, uno solo, come candidato/a premier da contrapporre a Meloni nel prossimo appuntamento elettorale? A costruire un programma comune, superando punti di divergenza che adesso sembrano insormontabili, come ad esempio le posizioni in politica estera e sulla guerra in Ucraina? Sono queste le principali domande che riguardano i vincitori del 23 marzo. Se non vorranno esserlo per un solo giorno.
Marcello Sorgi, La Stampa (24/3/2026)
sabato 21 marzo 2026
Post Scriptum Film
Le cose non dette






