nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

martedì 7 aprile 2026

Solo tuo

“I momenti migliori nella lettura sono quelli in cui trovi qualcosa – un pensiero, un sentimento – che pensavi fosse solo tuo. E invece è lì, scritto da qualcuno che non hai mai incontrato… ed è come se una mano fosse uscita e avesse preso la tua”.

Alan Bennett

Canzone del giorno: Baby Let Me Hold Your Hand (1951) - Ray Charles
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sabato 4 aprile 2026

Mutazione antropologica

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa. Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...). […] Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli », che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza» ), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi. […] La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza.

Alessandro D’Avenia, Corriere della Sera (28/3/2026)

Canzone del giorno: Are You Losign Your Mind? (1981) - Buddy Guy
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giovedì 2 aprile 2026

Per strada

Franzaroli, da google.it














Canzone del giorno: Sulla strada (2012) - Francesco De Gregori
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mercoledì 1 aprile 2026

Playlist Marzo 2026

   
     1.      Set for Tomorrow, Wager – (Initiation – 2024) – La grande scommessa

2.      Sleep Theory, Hourglass – (The Ride – 2025) – Clessidra iraniana

3.      Mahmood, Dimentica – (2016) – Referendum dimenticato

4.      Franz Ferdinand, Twilight Omens – (Tonight: Franz Ferdinand – 2009) – Scenario preoccupante

5.      Massive Attack ft. Horace Andy, Splitting the Atom – (Heligoland - 2010) – Atomi infinitesimali

6.      Pino Daniele, Have You Seen My Shoes – (Vai mo’ – 1981) – Trump shoes

7.      David Crosby, Music Is Love – (I Could Only Remember My Name – 1971) – Piaceri della vita

8.      Johnny Winter, Life Is Hard – (Let Me In – 1991) – Europa bloccata

9.      Elisa, Eppure sentire (Un senso di te) – (Soundtrack ’96 –‘06 – 1989) – Il verbo sentire

10.   Dr. John, You Li – (Locked Down – 2012) – Le cose non dette

11.   Vasco Rossi, C’è chi dice no – (C’è chi dice no – 1987) – La vittoria del No

12.   Bobby Bland, Ain't No Love in the Heart of the City – (Dreamer – 1974) – Distacco

13.   Mick Abrahams, Bad Feeling – (Mick’s Back – 1996) – Un mese di guerra

14.   Nick Moss, Born Leader – (Priviliged – 2010) – Iscrizione in palestra

 

lunedì 30 marzo 2026

Iscrizione in palestra


Mi sono iscritto in palestra ma non è servito.

Devo capire se cambia qualcosa andandoci.

Mago Forest


Canzone del giorno: Born Leader (2010) - Nick Moss
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sabato 28 marzo 2026

Un mese di guerra

Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell'Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla. Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella data tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano. Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele. Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba – molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti – ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran – tra cui oltre duecento minori –, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto. Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana – prevedibile – di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm.   

Lucia Capuzzi, Avvenire (28/3/26)

Canzone del giorno: Bad Feeling (1966) - Mick Abrahams
Clicca e ascoltaBad....

giovedì 26 marzo 2026

Distacco

Siamo rimasti coinvolti in un mondo materialista e avido, così tanti di noi. Questo ha conseguenze terribili per il futuro. Sembra che ci sia stato qualche distacco tra mente intelligente e cuore umano, amore e compassione. E invece di prendere una decisione importante basata su: “Come influenzerà le generazioni future? Che effetto avrà sul mondo in futuro quando noi non ci saremo?” I criteri oggi sono: “Che effetto avrà questa decisione su di me, su di me e sulla mia famiglia ora? Che effetto avrà sulla prossima riunione degli azionisti? Che effetto avrà sulla mia prossima campagna politica?”.

Jane Goodall (1934 – 2025), Etologa e antropologa britannica

Canzone del giorno: Ain't No Love in The Heart of the City (1974) - Bobby Bland
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