Cosa pensare e come capire questa crescita e questa legittimazione dell’odio sociale, della vendetta di Stato, dell’uso brutale e sfrenato del linguaggio, questa convalida della denigrazione dell’avversario? Il culmine della regressione pubblica oggi si evidenzia simbolicamente nella ripresa più spettacolare della pena di morte. Il presidente Trump ha autorizzato e lodato la fucilazione esibita in streaming dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan, responsabile della strage del 2009 nella base militare di Fort Hood in Texas. L’esecuzione è fissata per il 3 dicembre. Eppure non pochi anni fa, e precisamente nel 2007, l’ ONU aveva proposto in maggioranza una moratoria mondiale della pena di morte. Ma molti partecipanti fra cui gli Stati Uniti non hanno ratificato. In America infatti ci sono ancora 23 Stati su 50 che legalizzano la pena di morte. In questo caso però colpisce, oltre l’uso primitivo della pena capitale, la sua esibizione in rete. La fucilazione pubblica implica fra l’altro la partecipazione dell’esercito, ovvero la presa di responsabilità di un corpo dello Stato non abilitato per il compito punitivo. Noi abbiamo avuto la fortuna di un grande illuminista che nel 1764 ha scritto un libro fondamentale contro la pena di morte chiamato Dei delitti e delle pene. Cesare Beccaria riflette, cerca di capire, non ne fa una questione sentimentale o pietistica, ma razionale. Come può, si chiede, uno Stato che condanna il delitto di omicidio poi usare lo stesso delitto per punire i propri cittadini? Inoltre dimostra con esempi storici che la crudele pratica non ha mai fermato gli omicidi. Non è vero, osserva , che l’ impiccagione, la decapitazione, servano come deterrenza, perché il bisogno istintivo di vendicarsi contro un colpevole è piu forte di ogni progetto di giustizia. E qui dovremmo fare un breve ragionamento sull’importanza del passaggio dalla vendetta alla giustizia. La vendetta è personale e legata all’istinto del momento e finisce sempre con la vittoria del più forte sul più debole. La giustizia al contrario si basa su una legge che rende uguali tutti i cittadini, permette al colpevole di giustificarsi, e la decisione sulla pena viene stabilita da giudici terzi che applicano una legge che si ispira a valori umani e non egoistici e privati. Perfino la religione è passata da un Dio vendicativo a un Cristo amorevole che parla di perdono e di comprensione. E noi ci diciamo cristiani, ma fino a che punto? Tutto questo naturalmente per popoli che si dichiarano democratici. Una democrazia conquistata faticosamente e raggiunta dopo millenni di abusi e ingiustizie sociali. La forza innovativa della democrazia sta nella autonomia e libertà di critica di tutte le istituzioni pubbliche, cominciando dalla magistratura, passando ai media, alla scuola, alla ricerca, alla polizia; tutti indipendenti e capaci di giudizio proprio, non asserviti a un interesse unico dettato dall’alto. Questa la democrazia attenta alla difesa dei piu deboli, degli indifesi e lontana dal concetto arcaico di vendetta. Ma in questo momento storico sembra che la democrazia sia caduta in disgrazia. Sentiamo perfino dei grandi politologi che mettono in discussione l’efficienza della sua forza politica. Certamente la democrazia fatica a funzionare per la sua complessità, il suo rispondere a tanti bisogni e a tante esigenze diverse. La democrazia è dubitativa e non assertiva e a molti questo appare come una debolezza. Ma quale è l’alternativa? È tutto lì il problema. Se qualcuno conosce una alterativa giusta e umana alla democrazia lo dica, staremo tutti ad ascoltare attentamente. Purtroppo la sola alternativa che viene proposta in questo momento è una tecnocrazia guidata da alcuni miliardari che tengono in mano la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa. Il loro potere diventa sempre maggiore, la loro capacità di influenzare attraverso i media il pensiero comune si allarga ogni giorno. E il guaio sta nel fatto che non rappresentano gli interessi comuni ma solo quelli di un ristretto giro di persone, tendendo ad aumentare soprattutto il loro personale potere che si fa sempre piu capillare, capriccioso e brutale.
Dacia Maraini, Corriere della Sera (10/10/2026)






