nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

venerdì 6 marzo 2026

Referendum dimenticato

Tra le vittime più o meno illustri della nuova Guerra del Golfo c'è anche il referendum sulla giustizia. Come è naturale che sia, della questione, tutta domestica, se ne parla assai meno. E comunque, anche quando se ne parla, l'attenzione è bassa: nei talk sul tema scende la curva degli ascolti, nei giornali compare tra le notizie non in primo piano. Già prima (della guerra) non c'era tutto questo clima da ordalia finale, figuriamoci ora col Medioriente in fiamme. Neanche la frase di Giorgia Meloni sui «giudici che bloccano i rimpatri degli stupratori», che in altri tempi avrebbe scatenato un putiferio, ha distolto l'attenzione dal macro-tema e così, a girare in lungo e in largo l'Italia, è rimasto il ministro Carlo Nordio. Insomma, non ci vuole una Cassandra per prevedere, in questo clima, una scarsa partecipazione alle urne dal momento che nulla, ma proprio nulla, suggerisce tempi brevi per la soluzione della crisi iraniana. Anche prendendo per buone le famose «quattro settimane» di Trump — e ci vuole un bello sforzo di autoconvincimento — il referendum si celebrerà sempre in mezzo al fuoco e alle fiamme mediorientali. Bel problema per il governo: se fino a sabato scorso, giorno dell'attacco, portare a votare il suo elettorato era un problema, ora diventa un'ardua impresa. La sinistra invece potrebbe trarne un vantaggio. Non solo perché il disinteresse generale impatta meno sugli elettori dell'attuale opposizione, da sempre più motivati ad andare a votare. Ma anche per un'altra ragione: se prima il referendum era solo contro Giorgia Meloni che, in un impulso di autolesionismo, aveva fatto di tutto per "politicizzare" il voto, ora diventa contro Meloni anche in quanto "amica di Trump". E più dura la guerra più questo sentiment si accende. […] A questa difficoltà, tutta politica, si aggiunge qualcosa di più profondo: il timore che, essere associati a Trump, faccia perdere la connessione col senso comune delle persone. In fondo, basta sentire cosa si dice nei bar, in ufficio, alla bocciofila: Trump è visto come un prepotente, un bullo, insomma un «matto» che accende focolai solo in nome degli affari suoi, fregandosene del resto. Finché si parla di Venezuela, Groenlandia o dazi non va comunque bene, in un mondo così interconnesso, ma almeno è lontano da noi. Col Medioriente a due passi e i droni che arrivano a Cipro, la sensazione diventa di pericolo imminente. Peraltro amplificata da una comunicazione da film di guerra hollywoodiano: «Li massacriamo», «siamo in grado di fare la guerra per sempre», aerei che nei video della Casa Bianca decollano sulle note della Macarena. Se poi questo pericolo, in termini di sicurezza, si somma al portafoglio più leggero quando vai a fare il pieno di benzina o alle borse che bruciano anche i denari del famoso ceto medio, la questione si fa seria. L'Italia è un paese che ama il quieto vivere, non le avventure. E proprio in nome di questo finora ha premiato la navigazione del governo, che non brilla per realizzazioni ma ha garantito stabilità, anche barcamenandosi con l'inquilino della Casa Bianca. 

Alessandro De Angelis, La Stampa (6/3/2026)

Canzone del giorno: Dimentica (2016) - Mahmood
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giovedì 5 marzo 2026

Clessidra Iraniana

Alex, da google.it













Canzone del giorno: Hourglass (2025) - Sleep Theory
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lunedì 2 marzo 2026

La grande scommessa

La questione iraniana incombe da 47 anni: dalla rivoluzione islamica e la presa di ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran. In questo mezzo secolo gli ayatollah hanno costruito il loro impero persiano. A spese del popolo — privato di diritti, benessere e un futuro decente — hanno foraggiato milizie terroristiche, scatenato guerre, edificato alleanze con Russia e Cina. Strumentalizzando a fini di potere la tragedia palestinese, hanno goduto di simpatie in fasce di opinione pubblica araba e occidentale: fino all’indifferenza mondiale verso i massacri di migliaia di manifestanti perpetrati dal regime a gennaio. Il risultato finale però ha creato una congiuntura favorevole all’attacco Usa-Israele. L’ayatollah Khamenei è stato ucciso, un capitolo di storia si chiude: lui fu al fianco della prima guida suprema, Khomeini. L’isolamento dell’Iran è visibile. Ieri si è ricompattata una vasta coalizione arabo-sunnita moderata, ha condannato le ritorsioni iraniane ma non l’attacco iniziale di Stati Uniti e Israele. Stavolta non c’è il rischio che l’attacco esterno stringa la popolazione iraniana attorno al regime. Al contrario, nelle ultime manifestazioni contro la dittatura islamica si erano levate sempre più spesso delle invocazioni dalle piazze, a favore di un intervento «liberatore» dall’esterno. Trump era stato rimproverato per aver promesso un aiuto al popolo iraniano durante le stragi di gennaio, e quell’intervento americano non c’era stato. Perché alla fine Trump si è deciso ad agire, e quali sono i suoi veri obiettivi? Anzitutto, c’è stata una trattativa diplomatica, e ha confermato l’intransigenza del regime. Nessun cedimento sui dossier chiave: l’arricchimento di uranio, gli arsenali di missili, l’appoggio agli «eserciti-sicari» di Hamas, Hezbollah, Houthi. Per Trump si tratta di neutralizzare anzitutto queste tre minacce. Si sono aggiunti, in modo esplicito, altri due obiettivi: decapitare gli apparati di sicurezza responsabili delle stragi di gennaio; deporre il gruppo dirigente. […] Che cosa ha conquistato Trump agli argomenti di Netanyahu, che premeva per questa offensiva? Il punto di partenza è la constatazione che Teheran non ha voluto negoziare sull’arsenale missilistico e il sostegno a Hamas, Hezbollah, Houthi. Continuare a trattare avrebbe prolungato uno stallo, offrendo al regime tempo e ossigeno politico. Per Khamenei sopravvivere anche solo fisicamente era una vittoria. C’era l’opzione di un raid americano breve come quello del 21 giugno scorso, stavolta mirato a strutture dei Pasdaran e delle milizie Basij, colpevoli della repressione dei manifestanti. Ma un’azione circoscritta avrebbe avuto effetti modesti sul calcolo strategico iraniano. Ha prevalso l’opzione di un’operazione prolungata, per decapitare la leadership iraniana e costringere quel che rimane a scegliere: tra la sopravvivenza al prezzo di concessioni drastiche e un conflitto esistenziale. Un elemento ha pesato: la credibilità degli Stati Uniti. Dopo la «linea rossa» che Barack Obama annunciò nel 2013 al dittatore siriano Assad contro l’uso di armi chimiche, e poi non fece rispettare, un bis avrebbe convinto Teheran che Washington evita il confronto quando il costo sale. […] Trump ha un fronte interno. L’America Maga aborrisce le «interminabili guerre mediorientali». Il Congresso scalpita quando questo presidente ordina azioni militari senza consultarlo. In diverse città americane sono annunciate manifestazioni contro questa guerra. Molti giudicano gli eventi secondo un riflesso condizionato: le valutazioni dipendono più dall’opinione su Trump e Netanyahu, che dalla realtà iraniana. Gli ultimi massacri del regime erano caduti nell’indifferenza occidentale. Ma la vastità della ribellione e la forza del rigetto nei confronti degli ayatollah ha contribuito ad accelerare la resa dei conti, alterando i calcoli sui rapporti di forze in campo.

Federico Rampini, Corriere della Sera (01/03/2026)

Canzone del giorno: Wager (2024) - Set for Tomorrow
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domenica 1 marzo 2026

Playlist Febbraio 2026

1.      Nicole Jaskot, Irresponsible – (2025) – Niscemi

2.      The Cure, Disintegration – (Disintegration – 1989) – Facciamo il ponte

3.      Rod Stewart, Ten Days of Rain – (Every Beat of My Heart – 1986) – Incuria

4.      Elton John, I’m Still Standing – (Too Low for Zero – 1983) – Opzionale

5.      Supersonica, Il centro della fiamma – (L’eclissi – 2007) – La fiaccola e il buio

6.      Lucio Battisti, Per una lira – (1966) – Nemmeno mezza lira

7.      Tom Waits, That Feel – (Bone Machine – 1992) – La grazia

8.      Marco Mengoni, Dove si vola – (Dove si vola – 2009) – Pensieri felici

9.      Nick Moss, Privileged of Birth – (Privileged – 2010) – Board of Peace

10.   Kings of Leon, Walls – (Walls – 2016) – Il muro dell’ignoranza

11.  Catfish & the Bottlemen, Soundcheck – (The Ride – 2016) – Una rimpatriata

12.   The Script, Hall of Fame (#3 – 2016) – Forza d’animo


venerdì 27 febbraio 2026

Forza d'animo

Ogni volta che diamo inizio ad una nuova impresa imbocchiamo una strada piena di insidie. Possiamo prepararci accuratamente, prevedere tutte le alternative, ma non potremo mai evitare di imbatterci in ostacoli imprevisti, nemici inattesi, tradimenti e sconosciuti soccorritori. Per riuscire, per raggiungere la meta, occorrono diverse qualità e virtù. La prima, forse la più importante, è la determinazione, la fermezza dei propositi, la forza d'animo.

Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Canzone del giorno: Hall of Fame (2012) - The Script (feat. wi.i.all)
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mercoledì 25 febbraio 2026

Una rimpatriata

…Il Festival resta in mezzo al guado, con un piede nella memoria e l’altro nell’esame contabile. Carlo Conti è il professionista di sempre: governa il palco con garbo, getta acqua sul fuoco di ogni polemica, vera o presunta. Tuttavia, il suo «ecco a voi» richiederebbe una spalla capace di sorreggerlo con leggerezza. Meno modernista di Pippo Baudo, meno funambolico dell’«effetto Amadeus» (che contava sull’imprevedibilità di Fiorello), Conti sembra dirigere un’elegante rimpatriata: più «Tale e Quale Show» che Festival della canzone. Il cast oscilla tra nobili ritorni e nomi nati in Rete: equilibrio difficile, come apparecchiare una tavola per non scontentare nessuno. All’Ariston si cerca allora lo spettacolo che supplisca alla canzone, con ospiti di rango (si fa per dire) come l’incontro salgariano fra Can Yaman e Kabir Bedi. Un insolito Conti in veste «antifa»: intervista la signora Gianna Pratesi di 105 anni che nel referendum istituzionale del 1946 ha votato repubblica («Repupplica» per la gigantografia Rai, gaffe senza pari), anche contro il fascismo. 80 di repubblica e 76 di Sanremo, giusto per dare il senso delle proporzioni. La regia piatta e a tratti confusionaria sembra generare momenti di autentico spaesamento, anticipando l’ingresso degli artisti in gara, togliendo «sacralità» e perdendo per strada alcuni momenti delle performance. In fondo, il Festival resta ciò che è sempre stato: uno specchio, ora un flusso sezionato in mille rivoli sui social, un meme. Oggi si riflette anche nell’algoritmo. Carlo Conti ha dichiarato che sarà il suo ultimo Sanremo. L’ultimo festival/è un problema diverso/ un’altra cosa sarà/un altro festival sarà.

Aldo Grasso, Corriere della Sera (25/02/2026)

Canzone del giorno: Soundcheck (2016) - Catfish & the Bottlemen
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lunedì 23 febbraio 2026

Il muro dell'ignoranza

“Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà. Ma l’ignoranza, caro mio, è un pieno. E’ un muro, e i muri si possono solo abbattere. Oppure scavalcare.” 

Antonio Tabucchi (1943 - 2012), Sostiene Pereira (1994)



Canzone del giorno: Walls (2016) - Kings of Leon
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