nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 28 marzo 2026

Un mese di guerra

Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell'Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla. Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella data tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano. Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele. Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba – molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti – ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran – tra cui oltre duecento minori –, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto. Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana – prevedibile – di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm.   

Lucia Capuzzi, Avvenire (28/3/26)

Canzone del giorno: Bad Feeling (1966) - Mick Abrahams
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giovedì 26 marzo 2026

Distacco

Siamo rimasti coinvolti in un mondo materialista e avido, così tanti di noi. Questo ha conseguenze terribili per il futuro. Sembra che ci sia stato qualche distacco tra mente intelligente e cuore umano, amore e compassione. E invece di prendere una decisione importante basata su: “Come influenzerà le generazioni future? Che effetto avrà sul mondo in futuro quando noi non ci saremo?” I criteri oggi sono: “Che effetto avrà questa decisione su di me, su di me e sulla mia famiglia ora? Che effetto avrà sulla prossima riunione degli azionisti? Che effetto avrà sulla mia prossima campagna politica?”.

Jane Goodall (1934 – 2025), Etologa e antropologa britannica

Canzone del giorno: Ain't No Love in The Heart of the City (1974) - Bobby Bland
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martedì 24 marzo 2026

La vittoria del No

La vittoria del "No" al referendum è soprattutto una sconfitta per Meloni (che ha subito, pubblicamente, accusato il colpo): la prima dopo tre anni e mezzo di governo, una cavalcata travolgente, che adesso subisce un arresto. È un prezzo alto da pagare per la premier, a un anno dalle elezioni politiche in cui si giocherà la riconferma. Lo è perché la separazione delle carriere dei magistrati, che ha difeso con tutte le sue forze nelle due ultime settimane di campagna elettorale, non era una riforma "sua", ma di Forza Italia: un tributo alla memoria del fondatore Berlusconi, con il quale tra l'altro, quando ancora era in vita, Meloni non era mai riuscita ad avere buoni rapporti. Una partita in cui «il gioco non valeva la candela», aveva detto non a caso un uomo di una certa esperienza come il presidente del Senato La Russa. E una sfida interna all'anima manettara di Fratelli d'Italia che incarna la cultura securitaria del governo e ha prodotto un'inutile serie di decreti per l'istituzione di nuovi reati che quasi mai hanno raggiunto lo scopo di tranquillizzare l'opinione pubblica. Inoltre, sul voto avranno influito il clima d'ansia creato dalla guerra in Iran e le conseguenze economiche del conflitto. Ma poteva la presidente del Consiglio tirarsi indietro di fronte alla chiamata di tutta la sua coalizione, timorosa ormai da giorni e giorni di prendersi un ceffone dall'elettorato? E poteva farlo dopo una campagna, appunto, affidata a un ministro come Nordio che è riuscito a farsi rimproverare pubblicamente dal Capo dello Stato per aver usato un linguaggio irriguardoso verso le istituzioni (il Csm «sistema para mafioso»), o alla sua capo di gabinetto Bartolozzi, contestata per aver definito i suoi colleghi giudici «plotone d'esecuzione»? Chiaramente non poteva. E forse sarebbe riuscita perfino a ribaltare una tendenza ormai favorevole al "No" (dopo essere stata, all'inizio, fortemente orientata verso il "Sì"), se non si fosse trovato tra i piedi negli ultimi giorni il cosiddetto "caso Delmastro", cioè l'ennesimo pasticcio combinato dal sotto segretario alla Giustizia già finito nei guai (e condannato a otto mesi) per rivelazione di segreto d'ufficio (le visite in carcere di una delegazione Pd all'anarchico Cospito), per la discussa partecipazione a un Capodanno in cui un altro parlamentare suo amico per festeggiare sparava con una pistola, e adesso alle prese con una società di un camorrista dalla quale in extremis è riuscito a tirarsi fuori. Se non fossero stati proprio gli ultimi giorni prima del voto, Meloni probabilmente il suo sottosegretario lo avrebbe cacciato a pedate dal governo. […] Riusciranno Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda, Magi più gli altri possibili invitati dell'ultima ora a trovare l'intesa che finora è mancata per costruire la loro alleanza? A scegliere (con le primarie, chieste immediatamente da Renzi e Conte, o in qualsiasi altro modo) uno di loro, uno solo, come candidato/a premier da contrapporre a Meloni nel prossimo appuntamento elettorale? A costruire un programma comune, superando punti di divergenza che adesso sembrano insormontabili, come ad esempio le posizioni in politica estera e sulla guerra in Ucraina? Sono queste le principali domande che riguardano i vincitori del 23 marzo. Se non vorranno esserlo per un solo giorno.

Marcello Sorgi, La Stampa (24/3/2026)

Canzone del giorno: C'è chi dice no (1987) - Vasco Rossi
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sabato 21 marzo 2026

Post Scriptum Film

Le cose non dette


REGIA: Gabriele Muccino
INTERPRETI: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Carolina Crescentini, Claudio Santamaria, Beatrice Savignani, Margherita Pantaleo
SCENEGGIATURA: Gabriele Muccino, Delia Ephron
FOTOGRAFIA: Fabio Zamarion
MONTAGGIO: Claudio Di Mauro
DURATA: 114'

USCITA: 29/1

Per la sua quattordicesima regia Gabriele Muccino si affida alle pagine del romanzo “Siracusa” di Delia Ephron. L’ambientazione si sposta, però, dalla Sicilia al Marocco. Il caldo e i colori di Tangeri fanno da sfondo a intrecci e imprevisti che coinvolgono le due coppie in vacanza (Stefano Accorsi - Miriam Leone e Claudio Santamaria – Carolina Crescentini).
La stessa scrittrice americana firma la sceneggiatura insieme al regista e così “Le cose non dette” diviene un film che, nel bene e nel male, cerca di catturare i punti salienti del libro soprattutto cercando di dare una caratterizzazione psicologica ad ogni singolo protagonista.
Come accade nel romanzo, a mano a mano che la storia procede, ci si rende conto che ognuno di loro non sono le persone così come appaiono all’inizio della trama e la regia di Muccino riesce a fare ribollire lo stato d’animo di ogni individuo del composito gruppo.
La sua visione corale di raccontare tradimenti, antipatie e attrazioni di coppie in crisi sentimentale ben si delinea durante buona parte del film, marcando i tratti tipici della filmografia mucciniana. 
Un cast affiatato che freme e si infuria secondo le dinamiche che il regista ama di più, enfatizzando rabbia, strazio, bugie, doppiezze e infedeltà. 
Un dramma sentimentale in continuità con altre opere del regista che, anche in questo caso, espone ferite e turbamenti nell’ambito di relazioni che rischiano una paralisi emotiva senza via d’uscita.

Canzone del giorno: You Lie (2012) - Dr. John
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giovedì 19 marzo 2026

Il verbo sentire

Mi piace il verbo sentire…

Sentire il rumore del mare,

sentirne l’odore.

Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,

sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.

Sentire l’odore di chi ami,

sentirne la voce

e sentirlo col cuore.

Sentire è il verbo delle emozioni,

ci si sdraia sulla schiena del mondo

e si sente…

Alda Merini (1931 – 2009)


Canzone del giorno: Eppure sentire (Un senso di te) (2006) - Elisa
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martedì 17 marzo 2026

Europa bloccata

La mancanza di una esplicita presa di posizione da parte dell'Unione Europea dopo lo scoppio della guerra americana ed israeliana contro l'Iran non solo ha suscitato interrogativi sul meccanismo decisionale europeo, ma ha manifestato con evidenza le difficoltà nelle quali versano le sue istituzioni, che sembrano inseguire risposte da dare a singoli problemi senza avere una visione unitaria sul futuro. Come sempre, i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Ed è inutile affidarsi alla speranza che le questioni possano essere risolte solamente prendendo tempo. Affrontare una situazione complessa come quella che ci si presenta oggi, dove i molteplici scenari di guerra generano nuovi problemi economici che si intrecciano con quelli preesistenti, quasi a comporre un complicatissimo mosaico, le cui minuscole tessere devono trovare il modo di incastrarsi tra loro per essere in grado di sviluppare un'immagine compiuta, presuppone una visione d'insieme. Ma non basta una visione, occorre anche l'individuazione degli obiettivi ed un insieme di politiche coerenti per conseguirli. La civiltà occidentale si trova di fronte ad una crisi che rappresenta in realtà il momento di cesura tra il vecchio mondo, fondato sulla libertà individuale e sui rapporti internazionali, in cui la pace veniva garantita da quell'insieme di accordi tra Paesi che costituiscono il diritto internazionale, ed un nuovo assetto. I rapporti internazionali basati sul diritto sono andati in crisi perché la composizione giuridica delle controversie, per avere successo, necessita di tempo, mentre nel mondo di oggi, il mondo del tutto e subito, il tempo è un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri. Ecco perché ha preso spazio l'attitudine al conflitto, che rappresenta un metodo sicuramente più immediato. Gli odierni conflitti armati, ancorché geograficamente delimitati, a differenza del passato hanno effetti diretti anche sui non belligeranti, quasi fossero anch'essi sotto l'effetto dei bombardamenti. Tanto che si potrebbe essere indotti a credere che sia proprio questo il fine che ha mosso chi ha originato il conflitto: danneggiare chi apparentemente ne è estraneo, ma che rappresenta un reale o supposto nemico economico o commerciale. Se questa è la realtà, occorre rapidamente prenderne atto e difendersi. Cosa che l'Europa non sta facendo. La risposta dei non belligeranti, quindi, se non può essere militare, deve necessariamente attuarsi nel campo economico, sviluppando una reattività in grado di contrastare efficacemente le minacce degli aggressori. Sono proprio questi i frangenti in cui ci si rende conto degli errori commessi nel passato. Avere abbandonato agli altri, semplicemente perché si riteneva più conveniente, la produzione di beni e di servizi e il monopolio delle materie prime indispensabili per l'industria e per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione, si è dimostrato un tragico errore di calcolo. Ma il passato è passato. E il momento di correre ai ripari. E, per farlo, non deve mancare la coerenza. Occorre far rientrare "in casa" le produzioni industriali, esigenza che sembra ormai unanimamente condivisa. Obiettivo, tuttavia, che postula l'esigenza di adottare scelte impegnative, che riguardano sia il sistema industriale, sia un più incisivo utilizzo di risorse pubbliche, indispensabili per metter in moto un volano di crescita: una nuova ambiziosa politica industriale, in cui la sinergia tra pubblico e privato consenta di mobilizzare una massa di capitali in grado di realizzare l'interesse generale. […] In verità, il patto di stabilità è stato sospeso negli anni del covid. Ma adesso l'Europa tentenna. Sembra ormai prevalere una sindrome assai simile a quella dell'asino di Buridano, che, nel dubbio se fosse meglio prima mangiare o bere, finì per morire di fame. Così, nel dubbio se sia meglio disporre di finanze solide o di risorse per affrontare la crisi, non sa cosa decidere. Con il risultato che rischia di essere travolta dalla sua stessa indecisione. Ma questa sembra essere la sua natura. Basti considerare il tema della sovranità. Anche in questo caso, non riuscendo a decidere se la sovranità appartiene all'Europa o ai singoli Stati che la compongono, si aspetta che siano gli altri a scegliere. Senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento è quello che consente a chi oggi apparentemente sembra più forte di applicare il vecchio principio del "divide et impera": chi riesce ad ottenere contrasti nel campo avversario vince sempre. Invece, sono proprio le difficoltà del momento attuale che dovrebbero farci rendere conto che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.

Giuseppe Vegas, Il Messaggero (16/03/2026)

Canzone del giorno: Life Is Hard (1991) - Johnny Winter
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domenica 15 marzo 2026

Piaceri della vita

“Tra i piaceri della vita, la musica è seconda solo all’amore. Ma l’amore stesso è musica”

Aleksandr Sergeevic Puškin (1799 – 1837)


Canzone del giorno: Music Is Love (1971) - David Crosby
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