…la lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi. La storia la sanno anche i sassi: finita la guerra di Troia, Odisseo (non Ulisse, che è di derivazione latina anche se sono la stessa persona, interpretata da un convincente e barbuto Matt Damon) prende la strada per il ritorno a casa dove la moglie Penelope (Anne Hathaway) cerca di tenere a bada i principi che vorrebbero sposarla perché convinti che dopo vent’anni il marito sia morto. Ma quello che in Omero diventa il resoconto di una «pena di vivere» [copyright Nicola Gardini], quella appunto di Odisseo che misura su se stesso la stanchezza per una lotta che sembra non dover mai finire (Polifemo, poi i Lestrigoni, Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, Poseidone e via enumerando), nella rilettura di Nolan diventa qualcosa di più tragico, quasi epocale: non è più pena ma quasi paura di vivere quella che blocca l’eroe, schiacciato dal ricordo (e dalla responsabilità) della violenza che ha innescato per conquistare Troia: troppa brutalità, troppa distruzione, troppi morti. Ed è per questo che nel film lo vediamo spesso fare i conti con il numero dei compagni scomparsi, costretto a scegliere se e chi sacrificare per permettere agli altri di proseguire il loro viaggio. Le vite che ha fatto perdere sono un ricordo che non lo lascerà mai. In questo modo l’Odissea di Nolan non è più il resoconto epico di un eroe costretto ad accettare la propria finitudine, ma il diario drammatico di un uomo sconfitto che deve fare i conti con il proprio fallimento. Inevitabile che faccia di tutto per non tornare a casa perché a Itaca dovrebbe confrontarsi con le proprie responsabilità. Non solo di marito, di padre e di re ma soprattutto di uomo. Nell’economia della narrazione di Nolan la distruzione di Troia arriva alla fine, quando ancora nell’isola di Calipso Odisseo ritrova la memoria e ricorda quello che ha fatto, ma quel massacro (che lui ha innescato con lo stratagemma del cavallo) pesa sulla sua coscienza e se lo porta addosso per tutto il film. Non solo come una sconfitta personale ma come qualcosa di epocale, che segna la crisi di una civiltà, quella che obbediva alla «legge di Zeus», simbolo di un mondo disposto ad accogliere chi bussava alla porta e che proprio a Itaca vediamo non essere più messo in pratica dai pretendenti che aspirano alla mano di Penelope. […] Sono molti gli episodi che mancano (il più vistoso, la sparizione dei Feaci con Nausicaa in testa) o le libertà che si prende (il personaggio di Sinone [Elliot Page] nell’emozionante discesa all’Ade), e altrettante le situazioni stravolte (Pilo era nel Peloponneso e non a Itaca come sembra nel film), così come la vendetta finale aveva ben altro svolgimento nelle pagine di Omero dove Antinoo (Robert Pattinson) veniva ucciso per primo da Odisseo, per non parlare del porcaro Eumeo (John Leguizamo) che nel film è anche cieco. Ma tutto è funzionale a restituirci un mondo buio (metaforicamente e letteralmente: applausi al direttore della fotografia Hoyte van Hoytema), dove possono esistere solo il rimpianto e la disperazione e da cui vorrebbe tener lontano il figlio Telemaco (Tom Holland) per evitargli il peso dei lutti che invece il padre si porta addosso (sono molte le volte in cui i suoi compagni lo accusano di aver causato la morte di alcuni di loro, ben più che in Omero). In fondo la storia poteva prestarsi anche al «solito» elogio del coming home, con la voglia di recuperare quella tranquillità e quegli affetti che la vita ci toglie e la famiglia può restituirci. Nolan invece ne ha fatto una riflessione cupissima e avvincente (volano i 172 minuti di durata) su un mondo che non può cancellare il peso del dolore e della disperazione che proprio gli uomini hanno contribuito a diffondere e di cui non resta che contemplare le rovine. Fisiche e morali.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera (15/7/2026)






