Questo non è il mio Occidente. Non lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura. Non è il mio Occidente quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Dopo le tragedie del Novecento, avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni. Ma oggi questa promessa è platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo. Non è il mio Occidente quello che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come “animali” e “pazzi bastardi”. Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile. Quando la parola si corrompe, facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione. È in questo slittamento semantico che si sviluppano i germi della barbarie. Non è il mio Occidente quello che usa la violenza contro i migranti, che trasforma la vulnerabilità in colpa, che considera la dignità umana una variabile secondaria rispetto alla sicurezza o al consenso politico. Le donne e gli uomini che attraversano il mare o le frontiere non sono numeri, né problemi da gestire: sono persone, portatrici di diritti, di storie, di speranze. Trattarli come scarti significa tradire non solo i principi giuridici, ma la radice umanistica su cui si fonda la nostra civiltà. Non è più accettabile assistere passivamente a questo sfregio quotidiano. Non si tratta di singoli episodi, ma di una deriva profonda che investe il modo in cui l’Occidente si pensa e si presenta al mondo. Un Occidente che si riduce a potenza, che si legittima solo attraverso la forza, che smarrisce la propria vocazione universalistica, nega se stesso. La sua credibilità, già messa a dura prova dalle contraddizioni interne, rischia di dissolversi definitivamente. In questo contesto, l’Europa ha una responsabilità storica. Non può limitarsi a seguire, ma deve ritrovare la propria voce, definendo con chiarezza i limiti entro cui intende operare. Limiti non come segni di debolezza, ma come espressione di una forza diversa: quella che nasce dalla capacità di autolimitarsi, di riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto. […] Non può esserci credibilità esterna senza coerenza interna. E viceversa. Questo è il mio Occidente: non una fortezza assediata né una potenza arrogante, ma uno spazio politico e culturale capace di tenere insieme libertà e responsabilità, diritto e umanità, forza e limite. Un Occidente che non rinuncia alla propria storia, ma la interpreta in modo critico, aprendosi alla possibilità di cambiare anche attraverso il dialogo con l’altro. Solo percorrendo questa via l’Occidente può ancora offrire un contributo credibile alla costruzione di un mondo più giusto e più umano.
Mauro Magatti, Avvenire (11/4/2026)






