nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 5 febbraio 2026

Incuria

La frana di Niscemi non è soltanto l’ennesimo fenomeno naturale che diventa catastrofe solo per colpa di noi sapiens. È anche la rappresentazione plastica e simbolica di un intero Paese esposto a ogni tipo di evento naturale e assolutamente impreparato culturalmente a incorporare il rischio nei propri orizzonti quotidiani. Ma perché l’Italia è così fragile? Quali sono i rischi naturali maggiori e in quali territori colpiranno più duramente? Cosa possiamo mettere in pratica per mitigare quei rischi e avventurarci, con un margine di sicurezza decente, in un futuro incerto? Alla base del rischio naturale c’è la costituzione del territorio: l’Italia è un Paese geologicamente giovane e particolarmente attivo, fatto di rocce spesso friabili, molli che compongono pianure, colline e parte delle catene montuose. Il paesaggio italiano è un paesaggio sismico, perdipiù fatto di rocce vulcaniche, argille instabili, sabbie poco coerenti, alluvioni e frane. Ma proprio per questa ragione di fondo avremmo dovuto comportarci diversamente: su un territorio di questo genere (simile, in Europa, solo a quello dinarico-albanese-greco o, in parte, spagnolo) si doveva costruire solo sulle rocce dure e stabili e allargarsi il meno possibile. Come facevano i romani antichi, che non a caso, almeno all’inizio, evitavano di vivere stabilmente nelle valli, ma preferivano i Sette Colli, o come facevano i genovesi del XVII secolo, che a Marassi non costruivano nemmeno una capanna. Non che questa antica sapienza abbia sempre evitato disastri, ma, almeno, era una forma di pianificazione intuitiva decente. A questo fattore di fondo va aggiunto ciò che gli italiani hanno combinato, lasciandosi andare a un furore costruttivo per la verità molto antico (ai Campi Flegrei ci andavano in villeggiatura gli imperatori romani), ma che oggi non può più annoverare l’ignoranza fra le motivazioni. In Italia si consumano oggi 2 mq/secondo di territorio, ma in passato il consumo è stato anche più elevato: talvolta la sola Sicilia ha divorato in un anno la stessa quantità di suolo dell’intera Gran Bretagna. Molte di queste costruzioni recenti sono abusive, addirittura più del 50% nella regione Campania. Quasi nessuna viene abbattuta, nemmeno nelle regioni dove il rischio lo creano proprio quelle stesse costruzioni. Un popolo di muratori incurante di dove appoggiassero le fondamenta, ammesso che fossero sempre contemplate. E un popolo di bonificatori che ha annullato stagni e paludi e tombato fiumi e torrenti come se non ci fosse un domani. Il 95% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana e alluvione: basterebbe questo dato per comprendere come mai registriamo il record europeo di frane. E raccomandare a otto milioni di connazionali di guardare con una certa attenzione le previsioni del tempo e l’andamento del clima. Il rischio è il prodotto della pericolosità per la vulnerabilità e per l’esposizione, dunque insieme agli eventi violenti e al surriscaldamento climatico, bisogna aggiungere l’aver costruito nei luoghi meno adatti, spesso abusivamente e sempre senza pianificazione. […] Ma il comportamento da adottare sarebbe di fare un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose, arretrare dai litorali e dalle pendici montuose a rischio, evitare assolutamente di costruire nuovi edifici. Non possiamo cingere colline e montagne con mura di cemento armato, né innalzare muraglioni davanti alle spiagge o canalizzare ogni fiume. Parliamo di coste, fiumi e colline, elementi dinamici di un territorio attivo che non è pensabile ingessare per sempre. Meglio sarebbe essere elastici e resilienti: più lasci libero un fiume meno danni fa, altro che tagliare la vegetazione riparia e dragare gli alvei. Ma è pieno di amministratori ignoranti che vogliono illudere la popolazione che si sta facendo qualcosa, anche se è inutile o perfino dannoso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Mario Tozzi, La Stampa (1/2/2026)

Canzone del giorno: Ten Days of Rain (1986) - Rod Stewart
Clicca e ascoltaTen Days....

mercoledì 4 febbraio 2026

Facciamo il ponte

Mauro Biani, da google.it











Canzone del giorno: Disintegration (1989) - The Cure
Clicca e ascoltaDisintegration....

lunedì 2 febbraio 2026

Niscemi

La lettura delle cronache sulla frana di Niscemi e sull’incerto destino di migliaia di abitanti della cittadina siciliana getta una luce inquietante sull’etica della responsabilità. O meglio sulla totale sua mancanza. È del tutto evidente che negli ultimi trent’anni, dal 1997 in poi, si è assistito a forme di immobilismo deteriore e colpevole, alla mancata esecuzione di lavori di consolidamento, al silenzio nelle risposte a varie sollecitazioni, a soldi che anziché essere spesi per la manutenzione del territorio hanno ingrassato amicizie e clientele. Senza voler accusare nessuno (la giustizia farà il suo corso) è intollerabile che la preoccupazione di chi ricopre o ha ricoperto incarichi istituzionali, dalla Regione siciliana, all’autorità di bacino, al Comune sia oggi quella di autoassolversi preventivamente. Sembra che il destino degli abitanti di Niscemi sia secondario al proprio. Dire tutti, all’unisono, che non vi è stata alcuna manchevolezza amministrativa e che la colpa è genericamente degli altri, non è solo poco credibile ma persino puerile. Nessuno che intervenga e ammetta che avrebbe potuto e dovuto fare di più. Perché se non vi è un’etica personale della responsabilità pubblica non c’è legge che tenga. Inutile chiedere nuove norme, pretendere controlli più efficaci e frequenti, se poi la loro applicazione non sarà assicurata da un impegno personale e non solo dagli automatismi presunti delle procedure. La prevenzione passa anche per la cultura del rispetto dei diritti degli abitanti, nella tutela dell’ambiente, che è prima di tutto personale. Non è degli altri, è propria. Se anche la coscienza civica è franata giù in un burrone, e non mi riferisco solo al dramma di Niscemi, non c’è stanziamento di fondi, per quanto ingente, che la recuperi e la risollevi.

Ferruccio De Bortoli, Frammenti – corriere.it (30/1/2026)

Canzone del giorno: Irresponsible (2025) - Nicole Jaskot
Clicca e ascoltaIrresponsible....

domenica 1 febbraio 2026

Playlist Gennaio 2026

     1.      Madeleine Peyroux, I’m All Right – (Half the Perfect World – 2006) – Granelli

2.      Metallica, The Frayed Ends of Sanity – (…And Justice for All – 1988) – Furbi e orbi

3.      The Cure, Pictures of You – (Disintegration – 1989) – Crans-Montana

4.      Megadeth, Foreign Policy – (Dystopia – 2016) – La maledizione dell’oro nero

5.      Vinicio Capossela, La parte del torto – (Tredici canzoni urgenti – 2023) – Avere torto

6.      Madison Cunnigham, Best Of Us – (Ace – 2025) – Buen Camino

7.      Procol Harum, A Salty Dog – (A Salty Dog – 1969) – A Salty Dog

8.      U2, Fire – (October – 1981) – Iran in fiamme

9.      Mina, Magica follia – (Italiana – 1982) – Piccola follia

10.   Linkin Park, Im My Remains – (Living Things – 2012) – Norimberga

11.   OneRepublic, Connection – (2018) – Social

12.   Michael McDonald, Obsession Blues – (Blue Obsession – 2000) – Groenlandia

13.   Daniele Silvestri, Qualcosa cambia – (La terra sotto i piedi – 2019) – La cultura

14.   Annie Lennox, Loneliness – (Bare – 2003) – #Solitudine

giovedì 29 gennaio 2026

#Solitudine

“Uno degli impegni principali dei giovani dovrebbe essere quello di imparare a sopportare la solitudine, perché essa è una fonte di felicità e di tranquillità d’animo”. 

È curioso ma poche pagine prima nei suoi Aforismi sulla saggezza di vivere da cui abbiamo tratto la nostra citazione, lo stesso filosofo tedesco ottocentesco Arthur Schopenhauer osservava: «Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, quindi, sé stessi». Egli in questa apparente contraddizione rivelava il duplice volto della solitudine. Da un lato, è una necessaria dieta dell’anima; d’altro lato, però, essa può sconfinare nell’isolamento e fa scaturire il bisogno di un altro che stenda la mano e ti aiuti a risalire quando si sta aprendo il vuoto davanti a sé. È, però, indubbio che ritagliarsi almeno un’oasi di silenzio, di autocoscienza, di riflessione sia indispensabile se non si vuole ridurre la propria vita solo all’esteriorità. Ha ragione il filosofo quando si rivolge ai giovani: forse oggi noi ne siamo più consapevoli quando li vediamo ingrupparsi nel branco, muovendosi quasi alla deriva. Non per nulla il loro approdo, alla fine, è la discoteca che – senza indulgere al moralismo – è simbolicamente lo spazio dell’affollarsi anonimo e dell’estinzione di ogni squarcio di silenzio, in una sonorità incessante, frenetica e assordante. Certo, un altro filosofo, Blaise Pascal, forse esagerava quando affermava che le nostre disgrazie personali nascono dall’incapacità di stare almeno un’ora da soli nella propria stanza. Ma è vero che, senza una parentesi rispetto al flusso delle voci, delle azioni e della piazza, la coscienza si ottunde, la stessa mente si raggrinzisce, il cuore non ospita più sentimenti autentici e profondi. A suggello di questa riflessione vorrei lasciare la voce a un altro tedesco, lo scrittore Thomas Mann nel suo noto testo Morte a Venezia (1912): «La solitudine mette in mostra l’originale, il bello, il religioso, il sorprendente, la poesia. Essa, però, mostra anche l’insensato, lo sconveniente, l’assurdo e l’illecito».

Gianfranco Ravasi, Breviario – Il Sole 24 Ore (30/11/2025)

Canzone del giorno: Loneliness (2003) - Annie Lennox
Clicca e ascoltaLoneliness....

martedì 27 gennaio 2026

La cultura

“La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”

 Hans-Georg Gadamer (1900 – 2002)


Canzone del giorno: Qualcosa cambia (2019) - Daniele Silvestri
Clicca e ascoltaQualcosa....

sabato 24 gennaio 2026

Groenlandia

“Per Trump la Groenlandia è diventata una vera ossessione, fatta di risentimento e spirito di rivalsa per essersi dovuto fermare durante il primo mandato. Non si fermerà”. 

Tra chi non si fida della marcia indietro del Presidente americano nelle sue mire di conquista dell’isola artica è Klaus Dodds, uno dei massimi esperti mondiali delle regioni polari, con particolare esperienza proprio sull’Artico, che ha percorso in lungo e in largo nell’ultimo decennio. Quando ci risponde è appena rientrato da una riunione a Copenhagen, ascoltatissimo consulente della Nato e di vari governi, quello britannico in testa. Per trent’anni professore di geopolitica a Londra, ora rettore della Facoltà di Scienze e tecnologia dell’Università del Middlesex, Dodds parla con sconforto e preoccupazione di quella enorme isola nordica, che per lui non è soltanto un “piece of ice”, un pezzo di ghiaccio come l’ha descritta Trump nel suo violentissimo intervento a Davos.

“È invece un mosaico di comunità diverse che ci vivono da millenni — mi racconta — e dove la presenza umana si inchina umile alla magnificenza di una natura spettacolare e implacabile”.

Vederla ora nel mirino di un bulimico Trump lo indigna: 

“È un Presidente affascinato dalle carte geografiche — incalza Dodds —. Vede che il suo disegno di dominare l’emisfero occidentale, come detto chiaramente nella Strategia sulla sicurezza nazionale, a settentrione degli Stati Uniti passa inevitabilmente dalla Groenlandia e dal Canada. Come nei suoi diktat nazionali, anche sulla scena internazionale la sua mentalità lo porta ad agire tramite ordini esecutivi. Non vuole ostacoli. Lo sta facendo anche verso la Danimarca e la Groenlandia”.

Le sue mire comunque hanno anche ragioni economiche e non a caso l’intesa che avrebbe raggiunto con il segretario generale della Nato Rutte riguarda non solo il rafforzamento militare ma anche le risorse naturali. I cambiamenti climatici rendono infatti la Groenlandia maggiormente sfruttabile per estrarre minerali rari, gas e petrolio. […]

I leader europei, britannico Starmer compreso, hanno almeno sulla Groenlandia mantenuto una posizione ferma. Quanto durerà questo fronte comune? 

“Trump disprezza gli europei e anche verso il Regno Unito non c’è alcuna relazione speciale. Ci vede come un ostacolo per il tecno-capitalismo della sua Amministrazione e preferisce scegliersi individualmente gli interlocutori sul continente. I leader europei, compresa la vostra Premier Meloni, devono prendersi il rischio di sembrare sleali verso Trump e assumere una posizione netta. Non basta dire, come hanno fatto, che nuovi dazi sono un errore, perché sono molto di più. Sono una minaccia esistenziale all’unità transatlantica e alla Nato. In una situazione così estrema e polarizzata la lealtà verso Washington porta solo a tregue momentanee. Poi occorre scegliere da che parte stare”.

A parte rafforzare la presenza militare nell’Artico, sperando di poterlo fare insieme sotto l’ombrello Nato, gli europei che strumenti hanno per reagire?

“Ad esempio proprio quello di rivedere l’uso delle basi americane nei nostri Paesi: Regno Unito, Italia, Germania, Polonia, ne abbiamo a decine, Nato e non solo. Se gli Stati Uniti diventano un alleato inaffidabile, la presenza militare americana nei nostri territori diventa un problema da discutere”.

Marco Varvello, estratto intervista a Klaus Dodds (affarinternazionali.it – 23/1/2026)

Canzone del giorno: Obsession Blues (2000) - Michael McDonald
Clicca e ascoltaObsession....