Tra le vittime più o meno illustri della nuova Guerra del Golfo c'è anche il referendum sulla giustizia. Come è naturale che sia, della questione, tutta domestica, se ne parla assai meno. E comunque, anche quando se ne parla, l'attenzione è bassa: nei talk sul tema scende la curva degli ascolti, nei giornali compare tra le notizie non in primo piano. Già prima (della guerra) non c'era tutto questo clima da ordalia finale, figuriamoci ora col Medioriente in fiamme. Neanche la frase di Giorgia Meloni sui «giudici che bloccano i rimpatri degli stupratori», che in altri tempi avrebbe scatenato un putiferio, ha distolto l'attenzione dal macro-tema e così, a girare in lungo e in largo l'Italia, è rimasto il ministro Carlo Nordio. Insomma, non ci vuole una Cassandra per prevedere, in questo clima, una scarsa partecipazione alle urne dal momento che nulla, ma proprio nulla, suggerisce tempi brevi per la soluzione della crisi iraniana. Anche prendendo per buone le famose «quattro settimane» di Trump — e ci vuole un bello sforzo di autoconvincimento — il referendum si celebrerà sempre in mezzo al fuoco e alle fiamme mediorientali. Bel problema per il governo: se fino a sabato scorso, giorno dell'attacco, portare a votare il suo elettorato era un problema, ora diventa un'ardua impresa. La sinistra invece potrebbe trarne un vantaggio. Non solo perché il disinteresse generale impatta meno sugli elettori dell'attuale opposizione, da sempre più motivati ad andare a votare. Ma anche per un'altra ragione: se prima il referendum era solo contro Giorgia Meloni che, in un impulso di autolesionismo, aveva fatto di tutto per "politicizzare" il voto, ora diventa contro Meloni anche in quanto "amica di Trump". E più dura la guerra più questo sentiment si accende. […] A questa difficoltà, tutta politica, si aggiunge qualcosa di più profondo: il timore che, essere associati a Trump, faccia perdere la connessione col senso comune delle persone. In fondo, basta sentire cosa si dice nei bar, in ufficio, alla bocciofila: Trump è visto come un prepotente, un bullo, insomma un «matto» che accende focolai solo in nome degli affari suoi, fregandosene del resto. Finché si parla di Venezuela, Groenlandia o dazi non va comunque bene, in un mondo così interconnesso, ma almeno è lontano da noi. Col Medioriente a due passi e i droni che arrivano a Cipro, la sensazione diventa di pericolo imminente. Peraltro amplificata da una comunicazione da film di guerra hollywoodiano: «Li massacriamo», «siamo in grado di fare la guerra per sempre», aerei che nei video della Casa Bianca decollano sulle note della Macarena. Se poi questo pericolo, in termini di sicurezza, si somma al portafoglio più leggero quando vai a fare il pieno di benzina o alle borse che bruciano anche i denari del famoso ceto medio, la questione si fa seria. L'Italia è un paese che ama il quieto vivere, non le avventure. E proprio in nome di questo finora ha premiato la navigazione del governo, che non brilla per realizzazioni ma ha garantito stabilità, anche barcamenandosi con l'inquilino della Casa Bianca.
Alessandro De Angelis, La Stampa (6/3/2026)






