Nasce il reato di partecipazione violenta alle manifestazioni. La fine delle riunioni di condominio.
Spinoza.it
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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
Nasce il reato di partecipazione violenta alle manifestazioni. La fine delle riunioni di condominio.
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«Tra sabato e domenica ci hanno aggiunto a una chat Telegram. Si chiamava 17 ottobre qualcosa...».
Chi vi ha aggiunto?
«Non ho idea».
Cosa dicevano?
«Di andare in manifestazione perché costa tutto troppo. Poi hanno iniziato a postare altri messaggi. Dovevamo solo andare in Duomo perché loro rompevano le vetrine e noi potevamo prendere le scarpe Nike e le felpe, e anche le biciclette da Decathlon».
È un reato, lo sai?
«Io sì. Ma la presentavano come una cosa tranquilla. Come se il reato fosse solo di chi spaccava le vetrine e non di chi prendeva la roba».
Ci fai leggere la chat?
«Il messaggio era: noi rompiamo le vetrine e voi prendete tanta roba. Poi l’hanno cancellato»
«Scomparsa domenica sera. Ci hanno eliminato e non la vediamo più nei telefoni». Vent’anni, egiziano, a Milano fin da bambino, di giorno muratore, iscritto al Politecnico per costruirsi una vita migliore, famiglia di lavoratori, abitava a Baggio, ora vive fuori città. La chat di Telegram è stata un’esca. Una miccia. Arraffare, fare casino. Essere protagonisti d’un evento. Dietro la Milano saccheggiata c’è anche quel richiamo piovuto sabato sera nei telefonini. Non vuol dire che quelli che hanno spaccato e rubato siano innocenti. Non implica che siano giustificabili. Il loro racconto però spiega. Che si definiscano maranza o teppisti, o semplicemente ragazzi poveri di periferie milanesi povere, sono massa da social. Carne da fake. Zero strumenti critici. Vita privata chiusa nel quartiere. Vita pubblica ridotta allo scrollo di TikTok. Manipolabili. Eccitabili. Anche colpevoli (chi ha rubato). Non sono scuse. È realtà. Vita di strada: quartieri Baggio, San Siro, Figino. […] Il rimbombo delle dirette social attrae. Il branco in strada eccita. Classe 2009, casa della famiglia (italiana) a Lambrate, periferia Est: «Vedevamo i TikTok e sembravamo tutti noi, tutti vestiti come noi, una macchia nera, come un film, tutti in metrò, ma poi era strano. Di solito se rubi non ti vuoi far vedere, qui invece era un gioco a chi si faceva filmare di più. Non c’era la paura di fare un furto». Non ha avuto paura neppure il 15enne che vive con la famiglia a Vimodrone (hinterland milanese), studente di seconda superiore, calcio e fidanzata, fermato in piazza del Duomo e poi rilasciato «solo» con ricettazione: «Ero a casa, continuavo a vedere i TikTok, sembrava un grande evento come i video musicali, quando i cantanti lanciano gli appelli per fare la comparsa, dicevano anche “Vestitevi di nero”, ma tanto io avevo già la felpa e le scarpe nere, a quel punto mi sono messo anche la tuta. Volevo vedere e fare qualcosa di diverso, fuori da un negozio uno mi ha dato in mano una giacca e correva via, un mio amico è ai domiciliari con l’accusa di devastazione e non aveva preso niente. Ho avuto paura, correvano tutti tirando le cose. Mi sono vergognato quando mi hanno messo nella macchina della polizia, in casa mia queste cose non si fanno. I miei genitori non sapevano neanche che fossi andato lì». Non era a una manifestazione, né a una protesta: partecipava a un evento.
Elisabetta Andreis e Gianni Santucci, Corriere della Sera (21/10/2026)
C’è un soggetto che, nel nostro tempo, si è come volatilizzato, diventando sfuggente e proteiforme. È l’opinione pubblica. Esiste ancora un qualcosa capace di svolgere la triplice funzione a cui essa assolveva - elaborare i temi da incardinare nel dibattito pubblico, fare da filtro tra la società civile e la decisione politica, consentire l’elaborazione di un sentire comune perché la società si riconoscesse come un tutto unitario? Che ne è insomma di quell’ideale che Jürgen Habermas ha teorizzato come, appunto, “sfera pubblica”, spazio di confronto razionale e critico, nato nei caffè e nella stampa libera del Settecento, capace di imbrigliare l’arbitrio del potere? Siamo davanti alla sua estinzione, come suggeriscono alcuni autori oppure a una sua crisi metamorfica? Un’indagine sulle declinazioni attuali dell’opinione pubblica non può non tenere conto di quella profonda ristrutturazione dello spazio introdotta dai nuovi media e dalle logiche che li strutturano. Sotto l’urto dei social, l’opinione pubblica ha cambiato identità e assunto nuovi volti: si è atomizzata, algoritmicizzata e polarizzata. Come si concretizzano queste trasformazioni? La frammentazione algoritmica ha infranto l’agorà, sostituendo alla “piazza pubblica” spazi virtuali, chiusi e autoreferenziali. È quel fenomeno che Damiano Palano ha definito Bubble democracy : lo spazio pubblico si spezzetta in una serie di bolle nelle quali il protagonista si isola, si blinda in sé stesso e nel suo spazio virtuale. Come ci comportiamo dentro queste bolle? Confezioniamo una realtà fatta su misura sui nostri gusti, conversiamo solo con chi la pensa come noi e che convalida il nostro sentire. Cerchiamo conferme. In pratica, è come se fossimo sempre davanti a uno specchio. È quel passaggio che Byung-Chul Han definisce la transizione dalla “massa” allo “sciame digitale”. Se i corpi fanno ancora massa, le informazioni digitali sono un pulviscolo che si aggrega e disaggrega senza riversarsi dallo spazio virtuale a quello reale. Ma gli algoritmi rimodellano lo spazio pubblico anche colonizzando il modo in cui si accede ad esso. Essi premiano la rabbia, la polarizzazione e l’indignazione a scapito dell’argomentazione complessa e sfumata. Sui social vince sempre l’emozione (e spesso l’insulto), perde sempre il ragionamento. Chi non si adegua, evapora, è marginalizzato, rigettato nell’invisibilità. Ma non solo: proprio la cacofonia delle voci e la saturazione dello spazio pubblico che essa provoca, condannano la stessa opinione pubblica all’irrilevanza. Troppe voci, nessuna voce. […]
Luca Miele, Avvenire (17/10/2026)
But baby now
Take me into your loving arms
Kiss me under the light of a thousand stars
Place your head on my beating heart
I'm thinking out loud
Ma piccola adesso
Stringimi tra le tue amorevoli braccia
Baciami sotto la luce di mille stelle
Metti la tua testa sul mio cuore che batte
Sto pensando ad alta voce
Ed Sheeran, Thinking Out Loud (2014)
Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane delli angeli si manuca! e miseri quelli che colle pecore hanno comune cibo!
Dante Alighieri (1265 – 1321) - Convivio (Trattato I, capitolo I, paragrafo 7)
Cosa pensare e come capire questa crescita e questa legittimazione dell’odio sociale, della vendetta di Stato, dell’uso brutale e sfrenato del linguaggio, questa convalida della denigrazione dell’avversario? Il culmine della regressione pubblica oggi si evidenzia simbolicamente nella ripresa più spettacolare della pena di morte. Il presidente Trump ha autorizzato e lodato la fucilazione esibita in streaming dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan, responsabile della strage del 2009 nella base militare di Fort Hood in Texas. L’esecuzione è fissata per il 3 dicembre. Eppure non pochi anni fa, e precisamente nel 2007, l’ ONU aveva proposto in maggioranza una moratoria mondiale della pena di morte. Ma molti partecipanti fra cui gli Stati Uniti non hanno ratificato. In America infatti ci sono ancora 23 Stati su 50 che legalizzano la pena di morte. In questo caso però colpisce, oltre l’uso primitivo della pena capitale, la sua esibizione in rete. La fucilazione pubblica implica fra l’altro la partecipazione dell’esercito, ovvero la presa di responsabilità di un corpo dello Stato non abilitato per il compito punitivo. Noi abbiamo avuto la fortuna di un grande illuminista che nel 1764 ha scritto un libro fondamentale contro la pena di morte chiamato Dei delitti e delle pene. Cesare Beccaria riflette, cerca di capire, non ne fa una questione sentimentale o pietistica, ma razionale. Come può, si chiede, uno Stato che condanna il delitto di omicidio poi usare lo stesso delitto per punire i propri cittadini? Inoltre dimostra con esempi storici che la crudele pratica non ha mai fermato gli omicidi. Non è vero, osserva , che l’ impiccagione, la decapitazione, servano come deterrenza, perché il bisogno istintivo di vendicarsi contro un colpevole è piu forte di ogni progetto di giustizia. E qui dovremmo fare un breve ragionamento sull’importanza del passaggio dalla vendetta alla giustizia. La vendetta è personale e legata all’istinto del momento e finisce sempre con la vittoria del più forte sul più debole. La giustizia al contrario si basa su una legge che rende uguali tutti i cittadini, permette al colpevole di giustificarsi, e la decisione sulla pena viene stabilita da giudici terzi che applicano una legge che si ispira a valori umani e non egoistici e privati. Perfino la religione è passata da un Dio vendicativo a un Cristo amorevole che parla di perdono e di comprensione. E noi ci diciamo cristiani, ma fino a che punto? Tutto questo naturalmente per popoli che si dichiarano democratici. Una democrazia conquistata faticosamente e raggiunta dopo millenni di abusi e ingiustizie sociali. La forza innovativa della democrazia sta nella autonomia e libertà di critica di tutte le istituzioni pubbliche, cominciando dalla magistratura, passando ai media, alla scuola, alla ricerca, alla polizia; tutti indipendenti e capaci di giudizio proprio, non asserviti a un interesse unico dettato dall’alto. Questa la democrazia attenta alla difesa dei piu deboli, degli indifesi e lontana dal concetto arcaico di vendetta. Ma in questo momento storico sembra che la democrazia sia caduta in disgrazia. Sentiamo perfino dei grandi politologi che mettono in discussione l’efficienza della sua forza politica. Certamente la democrazia fatica a funzionare per la sua complessità, il suo rispondere a tanti bisogni e a tante esigenze diverse. La democrazia è dubitativa e non assertiva e a molti questo appare come una debolezza. Ma quale è l’alternativa? È tutto lì il problema. Se qualcuno conosce una alterativa giusta e umana alla democrazia lo dica, staremo tutti ad ascoltare attentamente. Purtroppo la sola alternativa che viene proposta in questo momento è una tecnocrazia guidata da alcuni miliardari che tengono in mano la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa. Il loro potere diventa sempre maggiore, la loro capacità di influenzare attraverso i media il pensiero comune si allarga ogni giorno. E il guaio sta nel fatto che non rappresentano gli interessi comuni ma solo quelli di un ristretto giro di persone, tendendo ad aumentare soprattutto il loro personale potere che si fa sempre piu capillare, capriccioso e brutale.
Dacia Maraini, Corriere della Sera (10/10/2026)
“Non ditemi che la vita non ti cambia, che sei sempre la stessa persona. Le delusioni ti cambiano, le cattiverie ti cambiano, la gente ti cambia. E la vita cambia ed una cosa è certa, oggi non ero come ieri e domani di certo non sarò come oggi.”
Susan Randall