Le cose non dette
Scriptum
nuovigiorni.blogspot.it: scritti, spunti,commenti, chiacchiere e tabacchiere di legno
nuovigiorni
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
sabato 21 marzo 2026
Post Scriptum Film
giovedì 19 marzo 2026
Il verbo sentire
Mi piace il verbo sentire…
Sentire il rumore del mare,
sentirne l’odore.
Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,
sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.
Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce
e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni,
ci si sdraia sulla schiena del mondo
e si sente…
Alda Merini (1931 – 2009)
martedì 17 marzo 2026
Europa bloccata
La mancanza di una esplicita presa di posizione da parte dell'Unione Europea dopo lo scoppio della guerra americana ed israeliana contro l'Iran non solo ha suscitato interrogativi sul meccanismo decisionale europeo, ma ha manifestato con evidenza le difficoltà nelle quali versano le sue istituzioni, che sembrano inseguire risposte da dare a singoli problemi senza avere una visione unitaria sul futuro. Come sempre, i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Ed è inutile affidarsi alla speranza che le questioni possano essere risolte solamente prendendo tempo. Affrontare una situazione complessa come quella che ci si presenta oggi, dove i molteplici scenari di guerra generano nuovi problemi economici che si intrecciano con quelli preesistenti, quasi a comporre un complicatissimo mosaico, le cui minuscole tessere devono trovare il modo di incastrarsi tra loro per essere in grado di sviluppare un'immagine compiuta, presuppone una visione d'insieme. Ma non basta una visione, occorre anche l'individuazione degli obiettivi ed un insieme di politiche coerenti per conseguirli. La civiltà occidentale si trova di fronte ad una crisi che rappresenta in realtà il momento di cesura tra il vecchio mondo, fondato sulla libertà individuale e sui rapporti internazionali, in cui la pace veniva garantita da quell'insieme di accordi tra Paesi che costituiscono il diritto internazionale, ed un nuovo assetto. I rapporti internazionali basati sul diritto sono andati in crisi perché la composizione giuridica delle controversie, per avere successo, necessita di tempo, mentre nel mondo di oggi, il mondo del tutto e subito, il tempo è un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri. Ecco perché ha preso spazio l'attitudine al conflitto, che rappresenta un metodo sicuramente più immediato. Gli odierni conflitti armati, ancorché geograficamente delimitati, a differenza del passato hanno effetti diretti anche sui non belligeranti, quasi fossero anch'essi sotto l'effetto dei bombardamenti. Tanto che si potrebbe essere indotti a credere che sia proprio questo il fine che ha mosso chi ha originato il conflitto: danneggiare chi apparentemente ne è estraneo, ma che rappresenta un reale o supposto nemico economico o commerciale. Se questa è la realtà, occorre rapidamente prenderne atto e difendersi. Cosa che l'Europa non sta facendo. La risposta dei non belligeranti, quindi, se non può essere militare, deve necessariamente attuarsi nel campo economico, sviluppando una reattività in grado di contrastare efficacemente le minacce degli aggressori. Sono proprio questi i frangenti in cui ci si rende conto degli errori commessi nel passato. Avere abbandonato agli altri, semplicemente perché si riteneva più conveniente, la produzione di beni e di servizi e il monopolio delle materie prime indispensabili per l'industria e per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione, si è dimostrato un tragico errore di calcolo. Ma il passato è passato. E il momento di correre ai ripari. E, per farlo, non deve mancare la coerenza. Occorre far rientrare "in casa" le produzioni industriali, esigenza che sembra ormai unanimamente condivisa. Obiettivo, tuttavia, che postula l'esigenza di adottare scelte impegnative, che riguardano sia il sistema industriale, sia un più incisivo utilizzo di risorse pubbliche, indispensabili per metter in moto un volano di crescita: una nuova ambiziosa politica industriale, in cui la sinergia tra pubblico e privato consenta di mobilizzare una massa di capitali in grado di realizzare l'interesse generale. […] In verità, il patto di stabilità è stato sospeso negli anni del covid. Ma adesso l'Europa tentenna. Sembra ormai prevalere una sindrome assai simile a quella dell'asino di Buridano, che, nel dubbio se fosse meglio prima mangiare o bere, finì per morire di fame. Così, nel dubbio se sia meglio disporre di finanze solide o di risorse per affrontare la crisi, non sa cosa decidere. Con il risultato che rischia di essere travolta dalla sua stessa indecisione. Ma questa sembra essere la sua natura. Basti considerare il tema della sovranità. Anche in questo caso, non riuscendo a decidere se la sovranità appartiene all'Europa o ai singoli Stati che la compongono, si aspetta che siano gli altri a scegliere. Senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento è quello che consente a chi oggi apparentemente sembra più forte di applicare il vecchio principio del "divide et impera": chi riesce ad ottenere contrasti nel campo avversario vince sempre. Invece, sono proprio le difficoltà del momento attuale che dovrebbero farci rendere conto che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.
Giuseppe Vegas, Il Messaggero (16/03/2026)
domenica 15 marzo 2026
Piaceri della vita
“Tra i piaceri della vita, la musica è seconda solo all’amore. Ma l’amore stesso è musica”
Aleksandr Sergeevic Puškin (1799 – 1837)
venerdì 13 marzo 2026
Trump shoes
Abito blu di Brioni, camicia bianca, cravatta in seta colorata e, ai piedi, un paio di francesine di vitello nero by Florsheim (dal costo di 145 dollari). Donald Trump è talmente “ossessionato” da queste scarpe che ha iniziato a regalarle a ministri, parlamentari e industriali. L’iter, secondo quanto scrive il Wall Street Journal, è sempre lo stesso: il presidente degli Stati Uniti accoglie l’ospite nello Studio Ovale, chiede quale taglia porti e lo riferisce a uno dei suo assistente. Ma, sempre secondo il Journal, in una stanza della Casa Bianca ci sarebbero decine di scatole impilate già corredate da biglietti e autografi di Trump. Nelle ultime settimane le scarpe sono comparse ai piedi di diversi dei fedelissimi del tycoon: dal vicepresidente JD Vance al segretario di Stato Marco Rubio fino ancora a Pete Hegseth, Howard Lutnick e ai presentatori di Fox News. Quello che oggi fa notizia, però, è una foto pubblicata su X dall’account del giornalista Derek Guy, forte di 1,4 milioni di follower con i suoi post sul vestire maschile. Nell’immagine si vede Mark Rubio indossare le “fatidiche” francesine almeno due numeri più grandi. Stando a un resoconto di Vance, Trump qualche giorno fa avrebbe detto che “si capiscono molte cose di un uomo dalla taglia delle sue scarpe”. Una battuta che avrebbe spinto il Segretario di Stato degli Stati Uniti a ordinare un 45 e mezzo pur essendo alto 1 metro e 78 con l’evidente risultato di avere due dita di vuoto tra il tallone e la tomaia. L’ossessione del presidente per queste scarpe “made in Chicago” sembra non fare per nulla piacere al proprietario dell’azienda che le produce. Thomas Florsheim jr. ha negato di essere a conoscenza degli ordini presidenziali e più volte, in passato, ha avuto parole durissime verso il tycoon e la sua politica di dazi. Florsheim, infatti, produce in Cina e ha dovuto quindi vedersela con le tariffe, arrivate fino al 145%. Neppure il tentativo di spostare la produzione in India era servito visto che anche New Delhi è stata colpita dalla misura economica. A dicembre, l’azienda ha fatto causa al governo federale, quantificando in 16 milioni di dollari quanto pagato a causa delle tariffe. E li ha chiesti in risarcimento.
da sky.it (12/3/2026)
mercoledì 11 marzo 2026
Atomi infinitesimali
Luigi Pirandello (1867 – 1936), Il fu Mattia Pascal (1904)
domenica 8 marzo 2026
Scenario preoccupante
Quanto potrebbe durare il conflitto in base alle disponibilità militari di Washington e Teheran?
Non ci sono stime accurate di quanto potrà durare questa guerra. Soprattutto perché non c’è chiarezza sull’obiettivo finale di Stati Uniti e Israele e siccome esiste questa incertezza non è prevedibile se durerà giorni, settimane o mesi.
In che modo i curdi parteciperanno al conflitto?
Non è prevedibile con quale consistenza le forze curde parteciperanno alla guerra, partendo dal nord dell’Iraq, e non si conoscono ancora quali potrebbero essere le conseguenze per la stabilità della regione, ma lo scenario è molto preoccupante.
Qual è l'obiettivo strategico degli Usa?
Washington non ha un vero e coerente obiettivo strategico, sebbene lo staff di Donald Trump abbia chiarito che sarebbe quello di fermare l’Iran dall’essere una minaccia per la stabilità regionale. Ma non è stato ben definito dal presidente americano se si vuole anche un regime change, annullare il programma nucleare, quello missilistico e la capacità del regime di Teheran di dare sostegno al terrorismo.
E invece quale potrebbe essere il fine di Israele?
E’ probabile che lo Stato ebraico miri di più a un regime change e che veda alla guida del nuovo stato il figlio dell’ultimo scià Reza Pahlavi affiancato da qualche esponente dell’opposizione, ovvero un governo che sia meno ostile a sé, a Israele.
Quale sarà il ruolo di Cina e Russia in questa crisi?
Pechino e Mosca non giocheranno un ruolo di primo piano in questo conflitto, ma se le forniture di energia continueranno ad essere tagliate nella regione la situazione in Medio Oriente diventerà ancora più complicata.
Brian Katulis (analista del Middle East Institute), intervista di Chiara Clausi – Il Giornale (6/3/2026)






