Leggo Magnifica humanitas da una prospettiva laica e scientifica. Il fatto che la prima Enciclica di papa Leone XIV sia dedicata all’Intelligenza artificiale è già un segnale importante: riconosce che questa tecnologia non appartiene più solo ai laboratori o alle grandi aziende digitali, ma incide ormai su lavoro, salute, educazione, sicurezza e produzione della conoscenza. Non entro nel merito teologico del documento. Il punto che mi interessa è un altro: come sviluppare tecnologie sempre più potenti senza perdere di vista la persona, i diritti e le responsabilità delle nostre scelte. L’Intelligenza artificiale non è una forza autonoma. È il risultato di modelli, dati, infrastrutture e decisioni progettuali. Può accelerare la scoperta di nuovi farmaci, migliorare la sanità, rendere più efficienti i processi industriali, aumentare la sicurezza sul lavoro e supportare la ricerca scientifica. In molti ambiti sta diventando parte integrante delle infrastrutture con cui produciamo conoscenza e prendiamo decisioni. Per questo va affrontata con serietà. L’IA non è coscienza, non ha intenzioni. Le intenzioni restano umane, così come le responsabilità. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui governi, imprese e organizzazioni scelgono di svilupparla e utilizzarla. La ricerca deve poter sperimentare liberamente. Senza libertà scientifica non esiste progresso. Ma quando una tecnologia esce dal laboratorio e incide sulla vita delle persone servono regole, verifiche e responsabilità. Nessuno accetterebbe un farmaco o un aereo senza controlli rigorosi. Lo stesso principio deve valere per l’Intelligenza artificiale nei settori sensibili: trasparenza, valutazione del rischio, responsabilità giuridica e standard tecnici affidabili. Questo tema riguarda direttamente anche l’Europa. […] Per l’Italia questa è una questione strategica. Abbiamo un problema demografico, una produttività stagnante e una carenza strutturale di competenze tecnologiche. L’IA può contribuire a migliorare servizi, industria, sanità e qualità della vita, ma solo se investiremo davvero in ricerca, capitale umano e trasferimento tecnologico. La tecnologia migliore non è quella che impressiona di più, ma quella che rende le persone più autonome, sicure e capaci di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica. In questo senso, la custodia dell’umano può diventare un terreno comune tra sensibilità diverse: per la ricerca significa sviluppare tecnologie affidabili e utili, per le istituzioni costruire regole efficaci, per le imprese innovare con responsabilità, per la scuola e la società diffondere competenze, spirito critico e cultura scientifica. La sfida non è fermare la conoscenza, ma orientarla verso obiettivi condivisi e socialmente desiderabili.
Giorgio Matta (Direttore scientifico, Istituto Italiano di Tecnologia), Avvenire (6/6/2026)






