«Tra sabato e domenica ci hanno aggiunto a una chat Telegram. Si chiamava 17 ottobre qualcosa...».
Chi vi ha aggiunto?
«Non ho idea».
Cosa dicevano?
«Di andare in manifestazione perché costa tutto troppo. Poi hanno iniziato a postare altri messaggi. Dovevamo solo andare in Duomo perché loro rompevano le vetrine e noi potevamo prendere le scarpe Nike e le felpe, e anche le biciclette da Decathlon».
È un reato, lo sai?
«Io sì. Ma la presentavano come una cosa tranquilla. Come se il reato fosse solo di chi spaccava le vetrine e non di chi prendeva la roba».
Ci fai leggere la chat?
«Il messaggio era: noi rompiamo le vetrine e voi prendete tanta roba. Poi l’hanno cancellato»
«Scomparsa domenica sera. Ci hanno eliminato e non la vediamo più nei telefoni». Vent’anni, egiziano, a Milano fin da bambino, di giorno muratore, iscritto al Politecnico per costruirsi una vita migliore, famiglia di lavoratori, abitava a Baggio, ora vive fuori città. La chat di Telegram è stata un’esca. Una miccia. Arraffare, fare casino. Essere protagonisti d’un evento. Dietro la Milano saccheggiata c’è anche quel richiamo piovuto sabato sera nei telefonini. Non vuol dire che quelli che hanno spaccato e rubato siano innocenti. Non implica che siano giustificabili. Il loro racconto però spiega. Che si definiscano maranza o teppisti, o semplicemente ragazzi poveri di periferie milanesi povere, sono massa da social. Carne da fake. Zero strumenti critici. Vita privata chiusa nel quartiere. Vita pubblica ridotta allo scrollo di TikTok. Manipolabili. Eccitabili. Anche colpevoli (chi ha rubato). Non sono scuse. È realtà. Vita di strada: quartieri Baggio, San Siro, Figino. […] Il rimbombo delle dirette social attrae. Il branco in strada eccita. Classe 2009, casa della famiglia (italiana) a Lambrate, periferia Est: «Vedevamo i TikTok e sembravamo tutti noi, tutti vestiti come noi, una macchia nera, come un film, tutti in metrò, ma poi era strano. Di solito se rubi non ti vuoi far vedere, qui invece era un gioco a chi si faceva filmare di più. Non c’era la paura di fare un furto». Non ha avuto paura neppure il 15enne che vive con la famiglia a Vimodrone (hinterland milanese), studente di seconda superiore, calcio e fidanzata, fermato in piazza del Duomo e poi rilasciato «solo» con ricettazione: «Ero a casa, continuavo a vedere i TikTok, sembrava un grande evento come i video musicali, quando i cantanti lanciano gli appelli per fare la comparsa, dicevano anche “Vestitevi di nero”, ma tanto io avevo già la felpa e le scarpe nere, a quel punto mi sono messo anche la tuta. Volevo vedere e fare qualcosa di diverso, fuori da un negozio uno mi ha dato in mano una giacca e correva via, un mio amico è ai domiciliari con l’accusa di devastazione e non aveva preso niente. Ho avuto paura, correvano tutti tirando le cose. Mi sono vergognato quando mi hanno messo nella macchina della polizia, in casa mia queste cose non si fanno. I miei genitori non sapevano neanche che fossi andato lì». Non era a una manifestazione, né a una protesta: partecipava a un evento.
Elisabetta Andreis e Gianni Santucci, Corriere della Sera (21/10/2026)






