nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 16 aprile 2026

Il Papa e Trump

Più che irritata, la reazione vaticana dopo la maldestra intemerata di Donald Trump contro Robert Prevost è misurata. Tempera uno stupore trattenuto, e un disappunto che nasce dalla sensazione che alla Casa Bianca regni una rozzezza di analisi sulle questioni vaticane, accentuata dal timore di perdere le elezioni di medio termine a novembre. Attaccare con parole insultanti il capo della Chiesa cattolica segnala un’impazienza, quasi una disperazione montata nei mesi precedenti; e ora esplosa senza ritegno. Ma stavolta, per il presidente degli Stati Uniti sarà più difficile accreditare un papa «antiamericano» come era raffigurato Francesco. Lì si trattava di un argentino che non aveva messo mai piede negli Usa prima dell’elezione, nel 2013. Jorge Mario Bergoglio conosceva poco non solo il Paese ma la cultura a stelle e strisce, filtrata attraverso le lenti del peronismo. Non lo capiva né ne era capito. In più, nel 2019, di fronte a voci di un complotto dei conservatori americani nei suoi confronti, aveva scolpito, lasciando tutti di stucco: «Per me è un onore se mi attaccano gli americani». Un riflesso delle divisioni presenti anche nell’episcopato statunitense tra vescovi «repubblicani» e «democratici». Leone XIV, invece, è un figlio di Chicago. Ha fatto per anni il missionario in Perù, tanto da essere qualificato come un «latin yankee». Ossimoro solo apparente, perché nella sua persona essere «latino» per l’esperienza missionaria e «yankee» come figlio degli Usa significa offrire un’identità ibrida e risolta felicemente. In Conclave ha compiuto l’impresa di azzerare le divergenze tra i cardinali statunitensi. E la sua bussola ha come obiettivo principale l’unità della Chiesa e il suo governo. Il problema è che agli occhi di Trump e della sua cerchia di seguaci per i quali il presidente è «unto dal Signore», Prevost è difficilmente catalogabile. Categorie come continuità e discontinuità rispetto a Francesco o a Benedetto XVI non funzionano. […] Pensare che, in quanto figlio di Chicago, il Papa avrebbe assecondato i conflitti aperti unilateralmente da americani e israeliani con i toni del massacro legittimato dalla fede cristiana, conferma l’ignoranza dell’Amministrazione Trump. Il sostegno arrivato a Prevost in questi mesi da tutto l’episcopato Usa, e le critiche compatte alle deportazioni degli immigrati e contro la guerra, avrebbero dovuto fargli capire che lo sfondo è cambiato. Non ci sono più vescovi «trumpiani» e «antitrumpiani». E, se esistono, di certo oggi sono tutti allineati più che mai col papa americano. E lo saranno ancora di più dopo gli attacchi sgangherati del presidente. I segnali e gli inviti mai gridati alla cautela non erano mancati, d’altronde, nei mesi scorsi. Garbatamente, il pontefice aveva lasciato cadere l’invito del vicepresidente Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, a partecipare alle celebrazioni per il 250° anniversario degli Usa, perché poteva essere usato in campagna elettorale. E quando Trump aveva lanciato il Board of Peace, il Consiglio di Pace a inviti per il Medio Oriente, di nuovo dal Vaticano era arrivato un «no» contro un’istituzione di fatto privata che avrebbe picconato il multilateralismo delle Nazioni Unite, pur con tutti i limiti dell’Onu. Ma sono state soprattutto le motivazioni con le quali è stato bombardato l’Iran, e gli attacchi israeliani in Libano ad avere costretto Leone XIV a parlare con parole dure in modo inusuale. […] Sono gli Stati Uniti di Trump ad avere un problema con i «suoi» cattolici e col Papa: un Papa che tifa per i White Sox di Chicago e ama il film The Blues Brothers. Alla Casa Bianca non sarà facile convincere della giustezza del suo attacco gli elettori che nel 2024 lo hanno accompagnato al trionfo. Leone XIV è figlio della voglia di ricucire il tessuto liso del cattolicesimo e della pace. E sembra deciso dall’inizio a non connotarsi affatto come un avversario politico di Trump. In fondo, si muove su un piano diverso, morale e religioso. E guarda oltre l’attuale Casa Bianca e oltre le appartenenze politiche. Probabilmente, è questa sua pedagogia pragmatica, graduale ma lineare, guidata da una strategia poco gridata quanto chiara, a risultare insopportabile a un presidente convinto che la storia finisca con lui.  

Massimo Franco, Corriere della Sera (14/4/2026)

Canzone del giorno: It's So Heavy (2013) - Tedeschi Trucks Band
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mercoledì 15 aprile 2026

Cammina accanto

Non camminare davanti a me, potrei non seguirti. 

Non camminare dietro di me, potrei non guidarti.

Cammina accanto a me e sii mio amico.

Ho già camminato molto, ma la strada davanti a me è ancora lunga.

Albert Camus (1913 – 1960), I giusti, 1949

Canzone del giorno: Camminando (1982) - Eduardo De Crescenzo
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lunedì 13 aprile 2026

Non è il mio Occidente

Questo non è il mio Occidente. Non lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura. Non è il mio Occidente quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Dopo le tragedie del Novecento, avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni. Ma oggi questa promessa è platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo. Non è il mio Occidente quello che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come “animali” e “pazzi bastardi”. Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile. Quando la parola si corrompe, facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione. È in questo slittamento semantico che si sviluppano i germi della barbarie. Non è il mio Occidente quello che usa la violenza contro i migranti, che trasforma la vulnerabilità in colpa, che considera la dignità umana una variabile secondaria rispetto alla sicurezza o al consenso politico. Le donne e gli uomini che attraversano il mare o le frontiere non sono numeri, né problemi da gestire: sono persone, portatrici di diritti, di storie, di speranze. Trattarli come scarti significa tradire non solo i principi giuridici, ma la radice umanistica su cui si fonda la nostra civiltà. Non è più accettabile assistere passivamente a questo sfregio quotidiano. Non si tratta di singoli episodi, ma di una deriva profonda che investe il modo in cui l’Occidente si pensa e si presenta al mondo. Un Occidente che si riduce a potenza, che si legittima solo attraverso la forza, che smarrisce la propria vocazione universalistica, nega se stesso. La sua credibilità, già messa a dura prova dalle contraddizioni interne, rischia di dissolversi definitivamente. In questo contesto, l’Europa ha una responsabilità storica. Non può limitarsi a seguire, ma deve ritrovare la propria voce, definendo con chiarezza i limiti entro cui intende operare. Limiti non come segni di debolezza, ma come espressione di una forza diversa: quella che nasce dalla capacità di autolimitarsi, di riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto. […] Non può esserci credibilità esterna senza coerenza interna. E viceversa. Questo è il mio Occidente: non una fortezza assediata né una potenza arrogante, ma uno spazio politico e culturale capace di tenere insieme libertà e responsabilità, diritto e umanità, forza e limite. Un Occidente che non rinuncia alla propria storia, ma la interpreta in modo critico, aprendosi alla possibilità di cambiare anche attraverso il dialogo con l’altro. Solo percorrendo questa via l’Occidente può ancora offrire un contributo credibile alla costruzione di un mondo più giusto e più umano.

Mauro Magatti, Avvenire (11/4/2026)

Canzone del giorno: Down To The Waterline (1978) - Dire Straits
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sabato 11 aprile 2026

La distruzione dell'altro

Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati "Hezbollah" per comodità logistica, diciamo così: per essere sicuro di colpire il mio nemico, distruggo tutto ciò che gli sta attorno. Come se qualcuno, per eliminare la camorra (sempre ammesso che i camorristi siano degni solamente di morire ammazzati), radesse al suolo Napoli. E nella sua mappa mentale cancellasse il nome "Napoli" e scrivesse "Camorra", così se qualcuno lo accusa di avere distrutto Napoli, lui può rispondere: "Ma no, ho distrutto Camorra". È già accaduto a Gaza, è venuto il momento di chiedersi se il Libano non rischi di diventare la fase due di quella carneficina. La trasformazione degli esseri umani e delle popolazioni civili in bersaglio bellico prevede la loro de-classificazione su basi ideologiche o religiose o semplicemente antropologiche: nemici, infedeli, comunque "altri", e in quanto tali meno umani, meno "noi", meno depositari di una identità riconoscibile e di diritti identici ai nostri. Civiltà da distruggere in una notte, ha detto Trump, ma la parola «civiltà» dev'essergli scappata. Non è da lui ammettere che ne esista qualcuna, al di fuori di Mar-a-Lago. Parla chiaro l'atto razzista con il quale il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Un passo deciso contro l'universalità della condizione umana e il concetto stesso di uguaglianza. Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo. Si fatica a crederlo. Eppure.

Michele Serra, L’amaca – Repubblica (9/4/2026)

Canzone del giorno: Dark Heart (2022) - Layla Zoe feat.Henrik Freischlader
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giovedì 9 aprile 2026

Fragili

Claudio Gentile, cosa significa la maglia azzurra tanto sbiadita?

«Mi fa male: è come se le continue sconfitte della Nazionale avessero cancellato anche un po’ di quello che conquistammo noi. Una macchia per tutti».

Perché è successo?

«Siamo genitori e nonni di ragazzi troppo fragili, noi non avevamo niente, loro hanno tutto, vogliono diventare Sinner, ma senza faticare troppo. Io all’oratorio menavo e non ci stavo a perdere, mai».

Come se ne esce?

«Cambiando un sistema dalla A alla Z, non solo qualche nome. La Federcalcio è totalmente da ricostruire, bisogna ridare libertà agli allenatori».

In che senso?

«Le squadre le fanno i procuratori, anche la Nazionale, soprattutto la Nazionale. Quando allenavo la Under 21, vennero da me con una borsa piena di denaro: è tuo, mi dissero, se convochi chi diciamo noi. Risposi di andarsene subito, altrimenti avrei chiamato i carabinieri».

E come finì?

«Finì che mi fecero fuori. Se non sei un burattino non fai parte del gioco, però questa storia deve cambiare». […]  «Io vado spesso allo stadio a vedere il Como, mi diverto, però in quella squadra non c’è l’ombra di un italiano. E allora mi dico che così non va. Devono scrivere una norma che renda obbligatoria la presenza di almeno quattro giocatori italiani nella formazione iniziale di ogni club di serie A, ma io farei anche cinque. Mezza squadra, insomma. I talenti potenziali ci sono, le rappresentative giovanili azzurre stanno facendo meglio della Nazionale maggiore».

Intervista di Maurizio Crosetti a Claudio Gentile, Repubblica (4/4/2026)

Canzone del giorno: Fragile (2022) - Laufey
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martedì 7 aprile 2026

Solo tuo

“I momenti migliori nella lettura sono quelli in cui trovi qualcosa – un pensiero, un sentimento – che pensavi fosse solo tuo. E invece è lì, scritto da qualcuno che non hai mai incontrato… ed è come se una mano fosse uscita e avesse preso la tua”.

Alan Bennett

Canzone del giorno: Baby Let Me Hold Your Hand (1951) - Ray Charles
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sabato 4 aprile 2026

Mutazione antropologica

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa. Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...). […] Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli », che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza» ), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi. […] La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza.

Alessandro D’Avenia, Corriere della Sera (28/3/2026)

Canzone del giorno: Are You Losign Your Mind? (1981) - Buddy Guy
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