nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

domenica 26 luglio 2026

Odissea

…la lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi. La storia la sanno anche i sassi: finita la guerra di Troia, Odisseo (non Ulisse, che è di derivazione latina anche se sono la stessa persona, interpretata da un convincente e barbuto Matt Damon) prende la strada per il ritorno a casa dove la moglie Penelope (Anne Hathaway) cerca di tenere a bada i principi che vorrebbero sposarla perché convinti che dopo vent’anni il marito sia morto. Ma quello che in Omero diventa il resoconto di una «pena di vivere» [copyright Nicola Gardini], quella appunto di Odisseo che misura su se stesso la stanchezza per una lotta che sembra non dover mai finire (Polifemo, poi i Lestrigoni, Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, Poseidone e via enumerando), nella rilettura di Nolan diventa qualcosa di più tragico, quasi epocale: non è più pena ma quasi paura di vivere quella che blocca l’eroe, schiacciato dal ricordo (e dalla responsabilità) della violenza che ha innescato per conquistare Troia: troppa brutalità, troppa distruzione, troppi morti. Ed è per questo che nel film lo vediamo spesso fare i conti con il numero dei compagni scomparsi, costretto a scegliere se e chi sacrificare per permettere agli altri di proseguire il loro viaggio. Le vite che ha fatto perdere sono un ricordo che non lo lascerà mai. In questo modo l’Odissea di Nolan non è più il resoconto epico di un eroe costretto ad accettare la propria finitudine, ma il diario drammatico di un uomo sconfitto che deve fare i conti con il proprio fallimento. Inevitabile che faccia di tutto per non tornare a casa perché a Itaca dovrebbe confrontarsi con le proprie responsabilità. Non solo di marito, di padre e di re ma soprattutto di uomo. Nell’economia della narrazione di Nolan la distruzione di Troia arriva alla fine, quando ancora nell’isola di Calipso Odisseo ritrova la memoria e ricorda quello che ha fatto, ma quel massacro (che lui ha innescato con lo stratagemma del cavallo) pesa sulla sua coscienza e se lo porta addosso per tutto il film. Non solo come una sconfitta personale ma come qualcosa di epocale, che segna la crisi di una civiltà, quella che obbediva alla «legge di Zeus», simbolo di un mondo disposto ad accogliere chi bussava alla porta e che proprio a Itaca vediamo non essere più messo in pratica dai pretendenti che aspirano alla mano di Penelope. […] Sono molti gli episodi che mancano (il più vistoso, la sparizione dei Feaci con Nausicaa in testa) o le libertà che si prende (il personaggio di Sinone [Elliot Page] nell’emozionante discesa all’Ade), e altrettante le situazioni stravolte (Pilo era nel Peloponneso e non a Itaca come sembra nel film), così come la vendetta finale aveva ben altro svolgimento nelle pagine di Omero dove Antinoo (Robert Pattinson) veniva ucciso per primo da Odisseo, per non parlare del porcaro Eumeo (John Leguizamo) che nel film è anche cieco. Ma tutto è funzionale a restituirci un mondo buio (metaforicamente e letteralmente: applausi al direttore della fotografia Hoyte van Hoytema), dove possono esistere solo il rimpianto e la disperazione e da cui vorrebbe tener lontano il figlio Telemaco (Tom Holland) per evitargli il peso dei lutti che invece il padre si porta addosso (sono molte le volte in cui i suoi compagni lo accusano di aver causato la morte di alcuni di loro, ben più che in Omero). In fondo la storia poteva prestarsi anche al «solito» elogio del coming home, con la voglia di recuperare quella tranquillità e quegli affetti che la vita ci toglie e la famiglia può restituirci. Nolan invece ne ha fatto una riflessione cupissima e avvincente (volano i 172 minuti di durata) su un mondo che non può cancellare il peso del dolore e della disperazione che proprio gli uomini hanno contribuito a diffondere e di cui non resta che contemplare le rovine. Fisiche e morali.

Paolo Mereghetti, Corriere della Sera (15/7/2026)

Canzone del giorno: Odysseus (2004) - Francesco Guccini
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venerdì 24 luglio 2026

Il valore delle parole

Le parole hanno il valore che dà loro chi le ascolta.

Giovanni Verga (1840 – 1922), Eros (1875)


Canzone del giorno: Le tue parole fanno male (2005) - Cesare Cremonini
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martedì 21 luglio 2026

Il bivio del calcio

È stato un bel Mondiale; ma non certo grazie a Trump, tanto meno a Infantino. È stato un bel Mondiale grazie al centrocampo magico della Spagna, all’ultima splendida stagione di Messi, ai gol di Mbappé, alla classe di Bellingham, alla forza di Haaland. Grazie agli atleti, non agli uomini di potere. Grazie allo sport, non al business. Com’era facile prevedere, alla fine il contesto cede lo spazio al pallone. È sempre così. Il 99 per cento del pubblico non è qui; è davanti alla tv. Non gli importa molto se i biglietti sono cari o meno, se il presidente Fifa viaggia per l’emisfero boreale sul jet privato, se Trump si imbuca nella foto dei vincitori, con il capitano Rodri che gli fa segno: prego presidente, ci lasci soli. Quel che conta sono i gol, proprio come alle Olimpiadi contano i record. Gli uomini. Le storie. E di storie questo Mondiale americano è stato generoso. La favola di Capo Verde, che costringe i campioni del mondo ai supplementari grazie al portiere dentista Vozinha. La vogata vichinga, che ha reso empatico il Paese più freddo del mondo. Il sorriso del fratellino di Lamine Yamal. Le rimonte dell’Argentina, con il capolavoro contro l’Inghilterra. Il passo d’addio di Cristiano Ronaldo, Neymar, Manuel Neuer, Luka Modric. E ovviamente le lacrime del più grande di tutti, Leo Messi. Però non siamo qui per raccontare che va tutto bene. Il calcio è fatto anche di soldi; non può essere soltanto soldi. I bilanci devono essere sani; ma non è possibile ridurre tutto al denaro. La logica commerciale ha permeato ogni cosa. [...] Ora il calcio è a un bivio. Continuare con il gigantismo, comprimendo nella prossima edizione sei Paesi e tre continenti: si giocherà tra Marocco, Portogallo e Spagna, ma il Paraguay, l’Uruguay e l’Argentina faranno il girone in casa, ospitando qualche vittima sacrificale; una scusa buona per tornare nel 2034 in Asia, tra gli sceicchi cari a Infantino. L’alternativa è ritrovare una dimensione umana, che non punti soltanto al fatturato — si parla di dieci miliardi di dollari, il doppio della chiacchierata edizione qatarina — ma parli davvero a tutti i popoli, per cui il calcio rappresenta l’infanzia del mondo. Retorica? Sempre meno di quella arida dei dollari, della mercificazione, della «più grande manifestazione nella storia dell’umanità», com’è stata definita con sprezzo del ridicolo. Sotto il profilo sportivo, il bilancio è ineccepibile. La grande storia resta quella dell’Argentina di Messi; ma la Coppa è andata alla squadra più forte. La Spagna di oggi non vale quella campione nel 2010 in Sudafrica, con Puyol e Sergio Ramos in difesa, Busquets, Xavi e Iniesta a centrocampo, David Villa davanti. Ma ha vinto nonostante non abbiano brillato le stelle dell’ultimo Europeo, Lamine Yamal e Nico Williams, perché il ct ha sempre anteposto il bene del collettivo a quello dei singoli. Il contrario della Francia di Mbappé, che è il nuovo capocannoniere mondiale di ogni tempo, ma ancora una volta non è stato decisivo. La lezione spagnola vale innanzitutto per noi italiani. Raggiungere la qualificazione alla prossima Coppa del Mondo deve diventare la priorità del nostro sport, costruendo una squadra vera. Ha ragione Fabio Cannavaro, quando sostiene che nel 2006 si perse una grande occasione. Vent’anni fa eravamo campioni del mondo, e nonostante Calciopoli la serie A era ancora la lega più importante d’Europa. Da allora nessun calciatore ha più vinto il Pallone d’Oro giocando in Italia. Siamo usciti da due Mondiali ai gironi e ne abbiamo mancati tre. È l’ora della ricostruzione. Le cose da fare le conosciamo: in prospettiva, puntare sui vivai, sulla tecnica, sui nuovi italiani. Fin da ora, restituire alla maglia azzurra l’importanza e il prestigio che ha sempre avuto. Malagò ha fatto bene al Coni. Maldini ha dimostrato al Milan di avere anche da dirigente il talento che aveva sul campo (lui e Buffon sono gli unici italiani che Messi ha inserito nella formazione all time). Ora serve un ct sperimentato, credibile, vincente. Altrimenti la prospettiva è rassegnarci a un declino del calcio parallelo a quello del Paese.

Aldo Cazzullo, Corriere della Sera (21/7/2026)

Canzone del giorno: Dai Dai (2026) - Shakira ft. Burna Boy
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domenica 19 luglio 2026

Le virtù del silenzio

In vita sua aveva parlato molto e ora era giunto il momento di tacere. Si ricordava di aver letto da qualche parte che per imparare a parlare bisogna imparare a comunicare con gli esseri umani, ma il compito degli dèi è di insegnare il modo perfetto di tacere. Qualcuno aveva anche detto che Dio ti parla nel silenzio e, benché non fosse religioso, Javier aveva letto che Buddha, Gesù Cristo, Maometto avevano taciuto giorni interi. Solo nel silenzio avevano avuto la rivelazione ed erano diventati i fondatori delle dottrine più diffuse nel mondo. Quanto alle virtù del silenzio, ricordò le parole del suo vecchio insegnante di filosofia: “il primo livello di sapienza è saper tacere, il secondo è saper esprimere molte idee con poche parole, il terzo è sapere parlare molto senza dire troppo e male”.

Hernàn Huarache Mamani (1943 – 2016), La donna della luce (2007)

Canzone del giorno: Silenzio (2024) - Gianna Nannini
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giovedì 16 luglio 2026

Frustazioni

Perché Trump ha ordinato di ripristinare il blocco navale e chiede un pagamento del 20% alle navi che passano? 

«Siamo entrati nel ciclo dell'escalation, ma la soglia del dolore degli iraniani è più alta della nostra. Il presidente è frustrato e arrabbiato perché aveva iniziato la guerra per impedire all'Iran di acquisire l'arma nucleare, ma così ne ha prodotta una nuova, cioè l'uso della geografia come arma da parte di Teheran. Non è una posizione negoziale o una tattica della Repubblica islamica, sono i pasdaran che decidono cosa pensano sia nell'interesse del paese, con l'acquiescenza della guida suprema».

Come può rispondere Trump?

«Continuare il blocco navale, usare la potenza militare per sopprimere le difese aeree iraniane ed erodere le loro capacità di lanciare missili e droni, oppure ordinare al Pentagono di riaprire lo Stretto con la forza scortando le petroliere. Questa però sarebbe un'operazione lunga e costosa, col rischio di parecchie vittime americane, senza risolvere il problema strategico di base, perché l'Iran con i droni e i missili a corto raggio potrebbe sempre intimidire gli assicuratori e le compagnie di navigazione, che in realtà sarebbero disposte a pagare Teheran pur di passare in sicurezza. Il presidente si è chiuso in una scatola e non sa come uscirne».

Se lavorasse per lui, cosa gli consiglierebbe?

«Lascia perdere la forzatura militare e il blocco, punta su un vero accordo complessivo sull'Iran».

Perché il memorandum of understanding è finito?

«E' un documento terribile, frutto della disperazione, che dà tutte le carte agli iraniani. Questo succede quando affidi i negoziati al tuo miglior amico e a tuo genero. Non sono questioni che si risolvono al cellulare o sul tovagliolo di un cocktail, e gli effetti si sono visti anche in Ucraina e Gaza».

Cosa bisognerebbe negoziare?

«Un patto strategico complessivo con l'Iran, che dovrebbe accettare vincoli e restrizioni serie sull'infrastruttura nucleare, oltre a diluire l'uranio altamente arricchito, in cambio di migliaia di dollari, alleggerimento delle sanzioni, scongelamento dei beni sequestrati all'estero, libertà di vendere petrolio».

E riapertura di Hormuz.

«Sì, ma anche se Teheran prometterà la libera navigazione nello Stretto, vivremo sotto la spada di Damocle perché sappiamo che può chiuderlo a piacimento. La comunità internazionale non accetterà mai di codificare il dominio iraniano su Hormuz, ma non esistono molte alternative».

David Aaron Miller (ex inviato per il Medio Oriente del dipartimento di Stato americano), da un'intervista a Paolo Mastrolilli (Repubblica, 14/7/2026)

Canzone del giorno: The Promise (2003) - Danny Caron
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martedì 14 luglio 2026

Copione antichissimo

Attraversarono i Quattro Canti e continuarono lungo corso Vittorio Emanuele in direzione del Comando. Quando ci arrivarono si trovarono di fronte all’anticamera dell’oltretomba. Le divise dei militari erano tutte impolverate, tutte incomplete. A qualcuno mancavano i bottoni, a qualcun altro le stellette. I volti erano spenti e smarriti. Beatrice pensò: “Finiscono tutti così gli imperi. È un copione antichissimo che il mondo recita da molto prima che nascesse Sofocle. Il finale non cambia. Certi uomini amano perversamente la morte. La amano sopra ogni cosa, e la tragedia è che sono sempre loro a comandare”. 

Ruggero Cappuccio, La principessa di Lampedusa (ed.Feltrinelli – 2024)

Canzone del giorno: Pigs (1977) - Pink Floyd
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sabato 11 luglio 2026

Il futuro della Nato

L’annuale vertice Nato ad Ankara, il 7 e 8 luglio, si confronta con una contraddizione: mai gli Stati membri hanno speso tanto per la difesa, eppure mai l’Alleanza atlantica è stata così debole. Un anno fa il presidente americano Donald Trump ha spinto i Paesi Nato a impegnarsi a raggiungere la soglia del 3,5 per cento del Pil in spese militari calcolate secondo i criteri Nato, con l’obiettivo di arrivare al 5 per cento entro il 2035. Un salto notevole rispetto al precedente obiettivo del 2 per cento. Nel solo 2025, la spesa per la difesa dei paesi europei è salita del 20 per cento, dunque Trump potrebbe essere soddisfatto: finalmente non sono più soltanto gli Stati Uniti a garantire la sicurezza dell’emisfero occidentale, soprattutto nei confronti della Russia. Eppure, questo aumento di spesa europea potrebbe indicare un passaggio di consegne, non una maggiore condivisione: gli Stati Uniti hanno ritirato 5 mila uomini dalla Germania, hanno passato i comandi operativi di Norfolk, in Virginia, e Napoli a generali rispettivamente della Gran Bretagna e dell’Italia. […] Il problema è che il fondamento dell’alleanza non è più credibile: l’articolo 5 che prevede la difesa collettiva in caso di attacco a uno dei membri è un residuo del passato. È ormai evidente che Trump non andrebbe mai in guerra contro la Russia di Vladimir Putin in caso di attacco in Estonia in Polonia. Il presidente Russo lo sa e ne approfitta: i droni russi, quelli ucraini deviati dalla Russia, hanno provocato una crisi di governo in Lettonia e diversi feriti in Romania, le petroliere illegali trasportano il petrolio nel Mar Baltico e nel Mediterraneo, una fregata russa ha sparato colpi di avvertimento a uno yacht inglese nel canale della Manica. Ma nessuno sogna di invocare l’art.5, perché l’unico risultato sarebbe certificare che gli Stati Uniti non garantiscono più la sicurezza europea, come è diventato evidente nei mesi scorsi anche dalle minacce americane di arrivare a un conflitto armato per annettersi la Groenlandia, cioè un pezzo di territorio di un membro della Nato, la Danimarca. La sicurezza degli Stati europei sarà garantita in futuro soltanto da un altro articolo che prevede la difesa collettiva: il 42.7 del trattato alla base dell’Unione Europea. Ma per dargli sostanze ci vuole ancora tempo.

Stefano Feltri, Vanity Fair -Il globalista (luglio 2026)

Canzone del giorno: Born To Be Wild (1968) - Steppenwolf
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