nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 20 agosto 2026

Il presupposto del dialogo

Silenzio. Nella definizione di silenzio che ne dà l’Enciclopedia Treccani, si legge: «Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o che caratterizza una determinata situazione». La musica ci aiuta a cogliere i limiti di validità di questa definizione. John Cage, ad esempio, in 4’33 ha rivoluzionato il suono o ha annullato il senso del silenzio? Cage ha avuto il merito di aver introdotto il corpo come principale protagonista del suono e antagonista del silenzio, perché il nostro sforzo di annullare il suono non può essere mai appagato fino a quando c’è un cuore che pulsa e un naso che respira. Il silenzio non corrisponde soltanto all’assenza di riproduzione di suoni o alla sua degenerazione in rumore. Il mondo greco aveva intuito un valore antropologico nel silenzio, nelle «parole senz’ali», contrapposte alle parole alate. Il punto debole era quello di aver affidato l’importanza antropologica del silenzio quasi esclusivamente alla donna. Quest’esclusività si trasformava in condanna. Il silenzio invece è anche parte integrante ed è grembo per ogni autentica relazione Io-Tu. Il dialogo che matura in un contesto di silenzio implica che io prenda su di me la risposta dell’altro con responsabilità. Prendere su di sé la responsabilità di un incontro significa innanzitutto tener testa all’ora che ci viene incontro, a ciò o a colui per mezzo del quale la parola ci viene rivolta, accorgersi dell’avvenimento che sta per accadere e capire che quella parola è rivolta proprio a me. Il silenzio accolto e vissuto trasforma il «rispondere a…» in un «rispondere di…». Silenzio e assunzione di responsabilità sono le condizioni basilari nel dialogo, per cui il silenzio autentico non è un defilarsi nell’abitudine o nel disimpegno. Il silenzio, in una relazione dialogica, è una realtà che, col suo esserci o non esserci, spinge ad agire o non agire. Se accetto il silenzio, l’altro non smette di esistere. Il silenzio autentico mi prepara ad accettare il suo punto di vista, ma anche la sua persona, e mi spinge a collaborare alla sua realizzazione. Ponendomi in dialogo con la persona che entra in relazione con me io la accetto, «la combatto come partner, la confermo come creatura e come creazione, confermo anche ciò che mi si oppone come ciò che mi sta di fronte» (Martin Buber).

Nunzio Galantino, il Sole 24 Ore (20/03/2016)

Canzone del giorno: Parla con me (2009) - Eros Ramazzotti
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lunedì 17 agosto 2026

Acqua azzurra

La nouvelle vague della nuova Italia. Novella, Federica, Benedetta, Sara. Sono quattro le Superwomen italiane che hanno nuotato nel mondo e che l’hanno strapazzato prima dei maschi. E ognuna con il suo stile ha parlato alla società mostrando che le ragazze made in Italy erano sveglie, attive, in grado di reggere l’onda. Ognuna aveva una geografia diversa. Novella Calligaris è stata la prima: aveva 19 anni a Belgrado nel ’73 quando sconvolse gli 800 stile libero, Federica Pellegrini ne aveva 20 a Roma nel 2009 quando di record ne fece addirittura due, nei 200 e nei 400 stile libero (ma in vasca lunga in tutto sono 9 e 2 in quella corta), Benedetta Pilato a 16 anni e mezzo nel 2021 a Budapest ha migliorato il primato dei 50 rana e ora Sara Curtis a quasi 20 (li compie mercoledì) a pancia in su ne ha realizzati due consecutivi in due giorni nei 50 dorso. Novella e Federica venivano dal Veneto (Padova e Spinea), Benedetta da Taranto, Sara arriva da Savigliano, provincia di Cuneo. Un po’ di nord-est, un po’ di sud e di nord-ovest. In 53 anni l’onda azzurra ci aiuta a capire meglio quello che è diventata l’Italia, ma Curtis è una rivoluzione per tutta l’Europa. Nell’ultimo decennio i 50 dorso femminili sono stati nelle mani di Usa e Australia (con qualche inserimento di Canada, Cina e Brasile), paesi che hanno università e oceani capaci di fare le baby-sitter all’infanzia e poi di accompagnarla verso altri traguardi. Sara che è andata a studiare (e a progredire) in America è anche la prima nuotatrice nera della storia ad arrivare al record mondiale individuale in vasca lunga. E la sua storia racconta (sua mamma è immigrata dalla Nigeria) che lo sport ancora una volta è capace di integrare, se raccoglie le diversità e offre mezzi e palcoscenico. Oggi di Sara, che toglie il primato all’australiana McKeown, si occupa anche il New York Times che ne riconosce la statura e la maturità internazionale. Loro che hanno avuto le sorelle Williams a rompere la barriera del tennis come sport only white, capiscono la forza di avere una stella in piscina che illumina il futuro e ogni eclisse. Da ora qualsiasi bambina in Italia, non importa quale sia la storia della sua famiglia e il colore della sua pelle, sa che l’acqua è il suo ambiente e non un elemento ostile. Non esistono sport geneticamente per neri e per bianchi, per uomini e donne, tutti hanno diritto a muovere il loro corpo e sognare a occhi aperti. Di conoscersi, di confrontarsi, di esaltarsi. Quell’acqua nemica che affoga i tanti che cercano un futuro diverso oggi è amica e premia una ragazza capace di divertirsi tra le onde e si spera di aprire piscine (decenti) a una nuova generazione. In poco più di mezzo secolo sono solo sei gli azzurri arrivati al record: alle quattro donne vanno aggiunti due uomini, Lamberti nell’89 (200 stile libero) e Ceccon nei 100 dorso. Da notare la progressione: Pilato nel 2021, Ceccon nel 2022, Curtis nel 2026. Segno che non solo si sa stare a galla ma che si sa abitare la contemporaneità. E non è un caso che gli sport che più hanno saputo aprirsi alle trasformazioni delle società (volley, atletica) diano soddisfazioni mentre il tennis è sì meraviglioso, vincente e di successo, ma ancora non si è troppo mischiato. Si può nuotare guardando il cielo, dando le spalle al mondo, e toccare per prime. Acqua azzurra.

Emanuela Audisio, Repubblica (14/8/2026)

Canzone del giorno: Fight Song (2016) - Rachel Platten
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domenica 16 agosto 2026

Stop

Come non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l’acqua con l’acqua, così non si può eliminare la violenza con la violenza.

Lev Nikolaevic Tolstoj (1828 - 1910), La schiavitù del nostro tempo (1900)

Canzone del giorno: Behind Blu Eyes (1975) - The Who
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giovedì 13 agosto 2026

Il ritorno della geografia

Francis Fukuyama già alla fine del ‘900 teorizzava la fine della Storia: le tensioni geopolitiche accumulatesi negli ultimi quattro anni e acuitesi con l’esplosione del conflitto in Iran hanno dimostrato l’esatto contrario. No, la Storia non è finita. Continua, con imperio, e con gli imperi, e con essa è prepotentemente tornata anche la Geografia. Tutta la difficoltà di un attacco all’Iran era già leggibile all’inizio, guardando una cartina e il collo di bottiglia dello stretto di Hormuz. Lo affermava anche Sun Tzu nell’opera “L’arte della guerra”: conoscendo se stessi e il proprio nemico, la vittoria è assicurata in cento battaglie su cento. Da una parte si è provato a disarmare la mano iraniana sporca di uranio arricchito, dall’altra la si è tuttavia munita di uno strumento altrettanto pericoloso. La Geografia appunto. Teheran sa bene che il controllo dello stretto di Hormuz rappresenta una formidabile spada di Damocle da tenere puntata alla giugulare dell’Occidente, per via degli effetti tellurici sull’economia mondiale. La sottovalutazione di Hormuz e l’assenza di coordinamento con la popolazione locale per rovesciare il regime sciita sembrano avallare la tesi di un errore strategico. Atteso inoltre come non sia ancora andato a buon fine il proposito di annichilire la tirannide degli ayatollah, la cui struttura e capacità di mobilitazione sopravvivono. L’analista Aaron Maclean ha descritto il momento come passibile di evolvere secondo quattro scenari. Il primo consta di un valzer più o meno lento di passi avanti e passi indietro, di dichiarazioni sull’imminente fine del conflitto seguite poi da smentite. Con la cornice mediatica di roadmap posticce, mediatori perfettibili e intese sottoscritte in situazioni inusuali come l’ora della soupe. Una dinamica di progressivo logoramento che gli USA non possono accettare nel medio-lungo periodo: a differenza dell’Iran. Il secondo scenario, improponibile, è quello di lasciare a Teheran il controllo dello stretto di Hormuz. Altrettanto impraticabile la terza opzione, ovvero l’annientamento totale dell’Iran. Rimane la strategia di un conflitto a bassa intensità, con Washington impegnata nell’attività di scorta al transito delle navi mercantili, una sorta di Project Freedom prolungato. Certo i Pasdaran sono consapevoli di negoziare da una posizione che li vede custodi di uno dei principali choke point (colli di bottiglia) del commercio mondiale, con impatti rilevanti sul prezzo del petrolio. Nondimeno, al desco imbandito dell’instabilità geopolitica globale è seduto un ulteriore convitato, la Cina. A cui da tempo si rivolgono le attenzioni di Washington, con l’aumento dell’impegno nell’Indo-Pacifico a presidio anche di Taiwan. Dal punto di vista dell’approvvigionamento, il blocco di Hormuz ha danneggiato Pechino, sebbene essa tenti di aggirare l’impasse creando nuove vie per perseguire i propri interessi. È pur vero tuttavia che tali alternative non si costruiscono con l’immediatezza dell’hic et nunc. Per contro gli Stati Uniti, dopo l’operazione in Venezuela che ha assicurato loro il controllo dei giacimenti sudamericani, possono contare su una resilienza energetica quasi perfetta. La quale mitiga i contraccolpi delle tensioni in Medio Oriente, anche visto l’aumento delle esportazioni verso l’Europa (soprattutto gas naturale liquefatto). “Aut viam inveniam aut faciam”: e la Geopolitica, come la Natura di Aristotele, ha orrore del vuoto. Gli assetti cambiano ma influenza e potere di condizionamento strategico non restano apolidi, mai. Ciò che perde una parte è inevitabilmente a vantaggio di un’altra, indispensabile perciò dimostrarsi pronti nel leggere i tempi. Le variabili sono molteplici ed è complicato stabilire a chi possa più giovare questa situazione. Scontato invece come vada a detrimento di noi Europei, deboli e dipendenti mentre ai nostri confini si decidono le sorti del mondo. Storia e Geografia hanno suonato la sveglia. Non conviene voltarsi dall’altra parte.

Sara Garino, Il Sole 24 Ore (13/08/2026)

Canzone del giorno: No Man's Land (2020) - AC/DC
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martedì 11 agosto 2026

Proseguire

“Ci sarà sempre qualcuno che non comprenderà una tua scelta. Ma si sceglie per proseguire, non per essere compresi.”

Joel Dicker


Canzone del giorno: All Along The Way (2022) - Jack White
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sabato 8 agosto 2026

Fiumi, mari e inerzia

«Qui Ministero dell’Interno, contro il caldo africano non posso purtroppo fare nulla! Come va da voi?» Sono passati pochi anni da quel 2 agosto 2018 in cui Matteo Salvini in un meriggio d’afa fece lo spiritoso su Twitter. Altro governo, altri alleati, altro clima. Il guaio è che da allora, in soli otto anni, il caldo si è fatto ancor più soffocante. E l’impennata di bollini rossi (+ 50%) è schizzata fino a 27 città su 27. Che il governo «non possa purtroppo fare nulla», poi, non è vero. Certo, non sui tempi brevi. L’andazzo, dicono gli scienziati, è quello. A partire dalla temperatura dei mari in cui l’Italia è immersa: il 7 agosto 2016 la temperatura media superficiale era attorno a 25,5–26°, oggi sui 28° «con vaste zone di Tirreno e Ionio a 28–30°» e punte a 33°. E non c’è bacchetta magica per rovesciare il trend. Ma o il problema viene preso di petto o sarà sempre peggio. Prima si parte meglio è. Ed è questa, probabilmente, la consapevolezza che manca. Ma mai come oggi, asfissiati dalla calura che crea allarmi sanitari e non solo, dalla siccità che per Confagricoltura potrebbe devastare campi, frutteti e risaie con danni oltre i due miliardi nel solo Piemonte, dall’avanzata del cuneo salino che per chilometri e chilometri risale i nostri fiumi a partire dal Po aggravando i precedenti disastri, rischiamo di abbandonarci, rassegnati, ai capricci degli eventi. Per poi scattare, alla prima calamità, nella gara di solidarietà in cui non siamo secondi a nessuno. Sarebbe un errore fatale. […] E chi diffida della scienza rilegga la tabella citata ne l’Italia dei disastri 1861-2013 di Guidoboni-Valensise: 162 frane in tutta la penisola nella seconda metà dell’800, 509 nella prima metà del ‘900, 2.204 del 1950 ad oggi. Con le vittime salite rispettivamente da 614 a 1.207 per moltiplicarsi fino alla cifra agghiacciante di 4.103. Numeri che danno i brividi e purtroppo, a dispetto di quanti toccano ferro e si affidano agli amuleti, sono destinati ad aumentare. Quell’immensa, spropositata, cappa di calore che si sta da settimane addensando sul nostro Paese, dicono gli scienziati, è destinata a rovesciarsi e abbattersi ai primi freddi. Auguri. Confidiamo nella buona sorte? Come ricorda Giulio Boccaletti, Direttore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, docente ad Oxford e autore di Siccità. Un paese alla frontiera del clima (Mondadori), «non è che gli indiani assistano sbalorditi all’arrivo del monsone annuale come se non se l’aspettassero. E così i giapponesi all’arrivo dei tifoni non gridano «Oddio è un’emergenza». Sanno che arrivano. E si attrezzano come meglio possono ad affrontare il problema. Il paese si ferma, la gente smette di prendere treni ad alta velocità, a volte si spostano 8 milioni di persone, fanno casse di espansione... Sanno che non c’è argine che possa salvarti dalla quantità d’acqua che scende quando c’è un tifone. Non si fasciano la testa: affrontano la cosa nel modo più dinamico possibile. Sapendo che ogni volta può essere diversa». […] E torniamo al tema: la sfida ai nuovi problemi posti dal cambiamento climatico (esempio, il ciclone mediterraneo Harry che a gennaio investì Sicilia, Calabria, Sardegna e Malta con mareggiate, piogge intense e danni pesantissimi) non può essere affrontata più con i manufatti edilizi, gli accorgimenti tecnici, le strutture politiche e burocratiche che fino a qualche tempo fa parevano offrirci sicurezze oggi perdute. Occorre una svolta. Netta. E mette malinconia vedere come, al contrario, il tema non appassioni minimamente la politica. Passato il caldo, fino alla prossima emergenza, non ci penserà nessuno.

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera (8/8/2026)

Canzone del giorno: What Fools We Mortals Be (1970) - Etta James
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giovedì 6 agosto 2026

Francesco Guccini


"Se son d’umore nero allora scrivo

Frugando dentro alle nostre miserie

Di solito ho da far cose più serie

Costruir su macerie o mantenermi vivo"...

Francesco Guccini, L'avvelenata (1976)



Canzone del giorno:  L'avvelenata (1976) - Francesco Guccini
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