nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 20 giugno 2026

Occasioni sprecate

Cosa c’è di peggio, per Donald Trump, di non avere vinto la guerra in Iran? C’è il fatto di avere sprecato l’occasione di mettere il sigillo finale alla trasformazione radicale già in corso nel Medio Oriente. Gli Stati Uniti rischiano di portare questa croce a lungo. La guerra al regime degli ayatollah iniziata il 28 febbraio è in genere vista come un fatto a sé: in realtà è stata la continuazione del conflitto cominciato il 7 ottobre 2023, giorno del pogrom feroce di Hamas contro gli israeliani. Da allora, soprattutto per opera dell’esercito di Tel Aviv, la mappa della regione è totalmente cambiata, la rete di alleati di Teheran è stata demolita, l’Iran ha vacillato. L’attacco di Trump e Benjamin Netanyahu contro il regime oscurantista e desideroso di armi nucleari doveva essere l’ultimo atto di una nuova realtà mediorientale, più stabile, senza terrore. Il presidente americano l’ha buttato via. Al di là di come evolveranno gli accordi tra Washington e Teheran, non si è ovviamente tornati alla situazione di qualche anno fa. Dopo il 7 ottobre, Israele si è trovata attaccata su più fronti: già il giorno successivo alla strage, Hezbollah lanciò razzi contro il Paese. Via via, al gruppo terroristico libanese e ad Hamas si sono aggiunti i colpi degli Houthi, delle milizie filoiraniane dell’Iraq e della Siria, dell’Iran stesso. Una rete negli anni organizzata e foraggiata dagli ayatollah con l’obiettivo di egemonizzare la regione. Questo fronte di alleati è però stato enormemente ridimensionato dall’azione militare israeliana, fino addirittura al crollo del regime siriano degli Assad. E nel gennaio scorso, milioni di iraniani sono scesi in piazza contro il regime, drammaticamente repressi, migliaia di morti. In questa nuova situazione, nella quale Teheran aveva perso la sua rete di ricatti e di provocazioni decennali, Washington e Tel Aviv hanno visto l’opportunità di stabilire un nuovo ordine in Medio Oriente, con il regime iraniano depotenziato e, magari, crollato. [...] Si tratterà ora di vedere se i grandi danni subiti durante la guerra e l’accordo che forse, forse, sarà raggiunto nei prossimi mesi porteranno all’estinzione del programma atomico iraniano. Non è detto: i colpi subiti dal regime e dai suoi alleati lasciano aperte tutte le evoluzioni possibili nella regione ma che gli ayatollah continuino a seguire il modello nordcoreano è più che possibile, soprattutto con i dollari americani in arrivo. I milioni di manifestanti iraniani che a inizio anno si erano mobilitati contro il regime sembrano oggi annichiliti dalla repressione e dalla propaganda del regime che ritiene di avere vinto per il fatto di non avere perso contro la superpotenza. Israele, che non ha firmato il memorandum tra Washington e Teheran, si sente tradita da Trump, di fronte a un Iran che ancora ribadisce di volerla distruggere: non era questo l’esito a cui puntava la grande maggioranza degli israeliani dopo la tragedia del 7 ottobre. I Paesi arabi del Golfo, che speravano di togliersi di dosso la pressione degli ayatollah, devono ora valutare fino a che punto è credibile la vicinanza da quasi alleati con Washington. Lo Stretto di Hormuz resterà un collo di bottiglia problematico ma non devastante per l’economia mondiale come si temeva. L’America stessa dovrà fare i conti con le ricadute in termini di credibilità di una guerra lanciata (con ragioni pessime o buone che si voglia) e non vinta. Ovviamente, niente è certo: dopo tanti sconvolgimenti, nel tempo spesso arrivano le sorprese, forse nello stesso Iran, indebolito all’interno e fuori.

Danilo Taino, Corriere della Sera (19/6/2026)

Canzone del giorno: Wasted Days (2022) - John Mellencamp feat. Bruce Springsteen
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giovedì 18 giugno 2026

338 parole

Uno studio uscito di recente sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science rivela infatti che, tra il 2005 e il 2019, nei Paesi occidentali abbiamo detto ogni anno in media 338 parole al giorno in meno rispetto all’anno precedente: siamo passati da 16mila parole al giorno nel 2005 a 12.700 nel 2019, per un totale di 120mila parole sottratte in un anno. 338 parole stanno in una pagina e si possono dire tutte insieme in una conferenza, ma i ricercatori spiegano che quel che è venuto meno sono piccoli frammenti di quotidianità:  «Non è un’unica lunga conversazione che abbiamo smesso di fare, ma sono parole sparse in piccoli momenti quotidiani. Il breve scambio alla cassa, il vicino che incontravi per strada, lo sconosciuto a cui una volta avresti chiesto informazioni. Quei momenti si accumulano, e si accumula anche la loro assenza». Quel che abbiamo ridotto all’osso sono quindi gli “sfridi”: le conversazioni cosiddette incidentali, che non hanno uno scopo preciso ed emergono spontaneamente nelle interazioni. […] Quelle 338 parole rappresentano, insomma, una porzione di momenti relazionali che, pur richiedendo un investimento emotivo e di tempo limitato, ci permettono di mantenere una rete di conoscenze molto più ampia e possono diventare vettori di mobilità sociale. Ora che sappiamo che quella rete si sta assottigliando al ritmo di 338 parole all’anno, mentre ci domandiamo se “abbiamo perso le parole, oppure sono loro che perdono noi” (cit. Ligabue), potremmo anche chiederci quali e quanti vuoti stiamo creando nella nostra società – pieni di cose che non ci diremo più.

Riccarda Zezza, Vita.it (4/6/2026)

Canzone del giorno: Ho perso le parole (1998) - Ligabue
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martedì 16 giugno 2026

La bontà

“Per quel che mi riguarda, la bontà viene addirittura prima dell’intelligenza, o meglio è la forma più alta dell’intelligenza. È una bontà che si manifesta nella pratica quotidiana; che non è animata da nessun pensiero salvifico sull’intera umanità; che si accontenta di far “lavorare” il proprio minuscolo granello di sabbia. Nel tentativo di recuperare una relazione umana che sia effettivamente tale”.

José Saramago (1992 – 2010)

Canzone del giorno: Io sono l'altro (2019) - Niccolò Fabi
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sabato 13 giugno 2026

Esercito di riserva

Il caporalato in varie forme, non solo il lavoro nero, non è un residuo del passato, di un capitalismo e di un’economia di mercato ancora primitivi e da società arretrata. È uno strumento strutturale di una grossa fetta dell’economia italiana, trasversale a molti settori – dall’agricoltura alle costruzioni, dalla logistica alla moda. Può contare sulla disponibilità di un “esercito di riserva” non più limitato alla popolazione locale e la cui sfruttabilità e ricattabilità è rinforzata dall’incertezza dello status giuridico causata dalle procedure che regolano gli ingressi e la permanenza degli stranieri in Italia: migranti in attesa di permesso di soggiorno, o cui è scaduto il permesso, stranieri arrivati per vie legali, con un contratto di lavoro, ma che all’arrivo non trovano le condizioni statuite e/o che per avere quel contratto hanno dovuto pagare qualcuno. Non c’è solo il fenomeno della delocalizzazione verso Paesi dove i salari sono più bassi e i diritti sindacali, civili, sociali, inesistenti. C’è anche l’importazione di manodopera a basso prezzo e senza diritti. Tutto nell’indifferenza, quando non nella connivenza, delle aziende che utilizzano il loro lavoro. Succede a Milano, come si è da ultimo scoperto nel caso della costruzione del nuovo consolato statunitense dove operai indiani, arrivati con un contratto regolare, lavoravano praticamente in schiavitù. Succede nel Foggiano, dove da anni un Centro di prima accoglienza è un bacino di forza lavoro a costi infimi. Succede nella piana di Sibari e in molte aree agricole al Sud come al Nord. C’è un intreccio con la criminalità organizzata autoctona, ma anche con l’irresponsabilità sociale di troppe imprese che basano la concorrenza sul ricorso a rapporti di lavoro al di fuori della legalità. […] L’orrendo assassinio dei quattro operai ad Amendolara nasce in questo contesto di indifferenza e complicità, che rende invisibile ciò che è ampiamente noto e sotto gli occhi di tutti: non solo della popolazione locale, ma anche degli amministratori locali, della polizia e carabinieri locali, così come del governo nazionale e del Parlamento. Ne è sconsolante testimonianza lo scarto tra l’immediata partecipazione e vicinanza manifestata dalle più alte cariche dello Stato dopo la tragedia di Modena e i silenzi e le assenze di fronte al delitto di Amendolara e al contesto che lo ha generato. Non il presidente della Repubblica, non la presidente del Consiglio, non il ministro degli Interni, non la ministra del Lavoro, neppure un sottosegretario qualsiasi hanno ritenuto doveroso andare a portare la propria solidarietà a dei disgraziati così sfruttati nella Repubblica fondata sul lavoro da temere, a ragione, per la propria vita se si ribellano. E a impegnarsi perché questo non possa succedere più. Liquidare gli omicidi di Amendolara come una resa dei conti tra stranieri, certo da “punire in modo esemplare” come ha dichiarato la presidente del Consiglio, serve ad evitare, per l’ennesima volta, l’assunzione di responsabilità per un inadeguato contrasto del fenomeno dello sfruttamento para-schiavistico su cui si regge una parte dell’economia italiana. Anche questa è omertà, non solo quella degli abitanti della zona che tacciono e non danno informazioni agli inquirenti. Anzi, la prima legittima e rafforza la seconda: se lo Stato non c’è, perché mai i cittadini dovrebbero metterci la faccia e rischiare in proprio?

Chiara Saraceno, La Stampa (10/10/2026)

Canzone del giorno: Country Boy (1966) - John Lee Hooker
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giovedì 11 giugno 2026

Piccole risposte

“Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte”.

Wislawa Szymborska (1923 - 2012)


Canzone del giorno: Looking For Answers (1998) - Susan Tedeschi
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lunedì 8 giugno 2026

Strumenti potenti

Leggo Magnifica humanitas da una prospettiva laica e scientifica. Il fatto che la prima Enciclica di papa Leone XIV sia dedicata all’Intelligenza artificiale è già un segnale importante: riconosce che questa tecnologia non appartiene più solo ai laboratori o alle grandi aziende digitali, ma incide ormai su lavoro, salute, educazione, sicurezza e produzione della conoscenza. Non entro nel merito teologico del documento. Il punto che mi interessa è un altro: come sviluppare tecnologie sempre più potenti senza perdere di vista la persona, i diritti e le responsabilità delle nostre scelte. L’Intelligenza artificiale non è una forza autonoma. È il risultato di modelli, dati, infrastrutture e decisioni progettuali. Può accelerare la scoperta di nuovi farmaci, migliorare la sanità, rendere più efficienti i processi industriali, aumentare la sicurezza sul lavoro e supportare la ricerca scientifica. In molti ambiti sta diventando parte integrante delle infrastrutture con cui produciamo conoscenza e prendiamo decisioni. Per questo va affrontata con serietà. L’IA non è coscienza, non ha intenzioni. Le intenzioni restano umane, così come le responsabilità. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui governi, imprese e organizzazioni scelgono di svilupparla e utilizzarla. La ricerca deve poter sperimentare liberamente. Senza libertà scientifica non esiste progresso. Ma quando una tecnologia esce dal laboratorio e incide sulla vita delle persone servono regole, verifiche e responsabilità. Nessuno accetterebbe un farmaco o un aereo senza controlli rigorosi. Lo stesso principio deve valere per l’Intelligenza artificiale nei settori sensibili: trasparenza, valutazione del rischio, responsabilità giuridica e standard tecnici affidabili. Questo tema riguarda direttamente anche l’Europa. […] Per l’Italia questa è una questione strategica. Abbiamo un problema demografico, una produttività stagnante e una carenza strutturale di competenze tecnologiche. L’IA può contribuire a migliorare servizi, industria, sanità e qualità della vita, ma solo se investiremo davvero in ricerca, capitale umano e trasferimento tecnologico. La tecnologia migliore non è quella che impressiona di più, ma quella che rende le persone più autonome, sicure e capaci di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica. In questo senso, la custodia dell’umano può diventare un terreno comune tra sensibilità diverse: per la ricerca significa sviluppare tecnologie affidabili e utili, per le istituzioni costruire regole efficaci, per le imprese innovare con responsabilità, per la scuola e la società diffondere competenze, spirito critico e cultura scientifica. La sfida non è fermare la conoscenza, ma orientarla verso obiettivi condivisi e socialmente desiderabili.

Giorgio Matta (Direttore scientifico, Istituto Italiano di Tecnologia), Avvenire (6/6/2026)

Canzone del giorno: Retrospettiva futura (2022) - Joe Barbieri
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domenica 7 giugno 2026

Un'eco


“La vita è come un’eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii”.

 James Joyce (1982 - 1941)

Canzone del giorno: Same Sky (2016) - Maggie Rose
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