Mi sono iscritto in palestra ma non è servito.
Devo capire se cambia qualcosa andandoci.
Mago Forest
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
Devo capire se cambia qualcosa andandoci.
Mago Forest
Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell'Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla. Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella data tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano. Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele. Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba – molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti – ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran – tra cui oltre duecento minori –, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto. Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana – prevedibile – di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm.
Lucia Capuzzi, Avvenire (28/3/26)
Siamo rimasti coinvolti in un mondo materialista e avido, così tanti di noi. Questo ha conseguenze terribili per il futuro. Sembra che ci sia stato qualche distacco tra mente intelligente e cuore umano, amore e compassione. E invece di prendere una decisione importante basata su: “Come influenzerà le generazioni future? Che effetto avrà sul mondo in futuro quando noi non ci saremo?” I criteri oggi sono: “Che effetto avrà questa decisione su di me, su di me e sulla mia famiglia ora? Che effetto avrà sulla prossima riunione degli azionisti? Che effetto avrà sulla mia prossima campagna politica?”.
Jane Goodall (1934 – 2025), Etologa e antropologa britannica
La vittoria del "No" al referendum è soprattutto una sconfitta per Meloni (che ha subito, pubblicamente, accusato il colpo): la prima dopo tre anni e mezzo di governo, una cavalcata travolgente, che adesso subisce un arresto. È un prezzo alto da pagare per la premier, a un anno dalle elezioni politiche in cui si giocherà la riconferma. Lo è perché la separazione delle carriere dei magistrati, che ha difeso con tutte le sue forze nelle due ultime settimane di campagna elettorale, non era una riforma "sua", ma di Forza Italia: un tributo alla memoria del fondatore Berlusconi, con il quale tra l'altro, quando ancora era in vita, Meloni non era mai riuscita ad avere buoni rapporti. Una partita in cui «il gioco non valeva la candela», aveva detto non a caso un uomo di una certa esperienza come il presidente del Senato La Russa. E una sfida interna all'anima manettara di Fratelli d'Italia che incarna la cultura securitaria del governo e ha prodotto un'inutile serie di decreti per l'istituzione di nuovi reati che quasi mai hanno raggiunto lo scopo di tranquillizzare l'opinione pubblica. Inoltre, sul voto avranno influito il clima d'ansia creato dalla guerra in Iran e le conseguenze economiche del conflitto. Ma poteva la presidente del Consiglio tirarsi indietro di fronte alla chiamata di tutta la sua coalizione, timorosa ormai da giorni e giorni di prendersi un ceffone dall'elettorato? E poteva farlo dopo una campagna, appunto, affidata a un ministro come Nordio che è riuscito a farsi rimproverare pubblicamente dal Capo dello Stato per aver usato un linguaggio irriguardoso verso le istituzioni (il Csm «sistema para mafioso»), o alla sua capo di gabinetto Bartolozzi, contestata per aver definito i suoi colleghi giudici «plotone d'esecuzione»? Chiaramente non poteva. E forse sarebbe riuscita perfino a ribaltare una tendenza ormai favorevole al "No" (dopo essere stata, all'inizio, fortemente orientata verso il "Sì"), se non si fosse trovato tra i piedi negli ultimi giorni il cosiddetto "caso Delmastro", cioè l'ennesimo pasticcio combinato dal sotto segretario alla Giustizia già finito nei guai (e condannato a otto mesi) per rivelazione di segreto d'ufficio (le visite in carcere di una delegazione Pd all'anarchico Cospito), per la discussa partecipazione a un Capodanno in cui un altro parlamentare suo amico per festeggiare sparava con una pistola, e adesso alle prese con una società di un camorrista dalla quale in extremis è riuscito a tirarsi fuori. Se non fossero stati proprio gli ultimi giorni prima del voto, Meloni probabilmente il suo sottosegretario lo avrebbe cacciato a pedate dal governo. […] Riusciranno Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda, Magi più gli altri possibili invitati dell'ultima ora a trovare l'intesa che finora è mancata per costruire la loro alleanza? A scegliere (con le primarie, chieste immediatamente da Renzi e Conte, o in qualsiasi altro modo) uno di loro, uno solo, come candidato/a premier da contrapporre a Meloni nel prossimo appuntamento elettorale? A costruire un programma comune, superando punti di divergenza che adesso sembrano insormontabili, come ad esempio le posizioni in politica estera e sulla guerra in Ucraina? Sono queste le principali domande che riguardano i vincitori del 23 marzo. Se non vorranno esserlo per un solo giorno.
Marcello Sorgi, La Stampa (24/3/2026)
Le cose non dette
Mi piace il verbo sentire…
Sentire il rumore del mare,
sentirne l’odore.
Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,
sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.
Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce
e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni,
ci si sdraia sulla schiena del mondo
e si sente…
Alda Merini (1931 – 2009)
La mancanza di una esplicita presa di posizione da parte dell'Unione Europea dopo lo scoppio della guerra americana ed israeliana contro l'Iran non solo ha suscitato interrogativi sul meccanismo decisionale europeo, ma ha manifestato con evidenza le difficoltà nelle quali versano le sue istituzioni, che sembrano inseguire risposte da dare a singoli problemi senza avere una visione unitaria sul futuro. Come sempre, i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Ed è inutile affidarsi alla speranza che le questioni possano essere risolte solamente prendendo tempo. Affrontare una situazione complessa come quella che ci si presenta oggi, dove i molteplici scenari di guerra generano nuovi problemi economici che si intrecciano con quelli preesistenti, quasi a comporre un complicatissimo mosaico, le cui minuscole tessere devono trovare il modo di incastrarsi tra loro per essere in grado di sviluppare un'immagine compiuta, presuppone una visione d'insieme. Ma non basta una visione, occorre anche l'individuazione degli obiettivi ed un insieme di politiche coerenti per conseguirli. La civiltà occidentale si trova di fronte ad una crisi che rappresenta in realtà il momento di cesura tra il vecchio mondo, fondato sulla libertà individuale e sui rapporti internazionali, in cui la pace veniva garantita da quell'insieme di accordi tra Paesi che costituiscono il diritto internazionale, ed un nuovo assetto. I rapporti internazionali basati sul diritto sono andati in crisi perché la composizione giuridica delle controversie, per avere successo, necessita di tempo, mentre nel mondo di oggi, il mondo del tutto e subito, il tempo è un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri. Ecco perché ha preso spazio l'attitudine al conflitto, che rappresenta un metodo sicuramente più immediato. Gli odierni conflitti armati, ancorché geograficamente delimitati, a differenza del passato hanno effetti diretti anche sui non belligeranti, quasi fossero anch'essi sotto l'effetto dei bombardamenti. Tanto che si potrebbe essere indotti a credere che sia proprio questo il fine che ha mosso chi ha originato il conflitto: danneggiare chi apparentemente ne è estraneo, ma che rappresenta un reale o supposto nemico economico o commerciale. Se questa è la realtà, occorre rapidamente prenderne atto e difendersi. Cosa che l'Europa non sta facendo. La risposta dei non belligeranti, quindi, se non può essere militare, deve necessariamente attuarsi nel campo economico, sviluppando una reattività in grado di contrastare efficacemente le minacce degli aggressori. Sono proprio questi i frangenti in cui ci si rende conto degli errori commessi nel passato. Avere abbandonato agli altri, semplicemente perché si riteneva più conveniente, la produzione di beni e di servizi e il monopolio delle materie prime indispensabili per l'industria e per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione, si è dimostrato un tragico errore di calcolo. Ma il passato è passato. E il momento di correre ai ripari. E, per farlo, non deve mancare la coerenza. Occorre far rientrare "in casa" le produzioni industriali, esigenza che sembra ormai unanimamente condivisa. Obiettivo, tuttavia, che postula l'esigenza di adottare scelte impegnative, che riguardano sia il sistema industriale, sia un più incisivo utilizzo di risorse pubbliche, indispensabili per metter in moto un volano di crescita: una nuova ambiziosa politica industriale, in cui la sinergia tra pubblico e privato consenta di mobilizzare una massa di capitali in grado di realizzare l'interesse generale. […] In verità, il patto di stabilità è stato sospeso negli anni del covid. Ma adesso l'Europa tentenna. Sembra ormai prevalere una sindrome assai simile a quella dell'asino di Buridano, che, nel dubbio se fosse meglio prima mangiare o bere, finì per morire di fame. Così, nel dubbio se sia meglio disporre di finanze solide o di risorse per affrontare la crisi, non sa cosa decidere. Con il risultato che rischia di essere travolta dalla sua stessa indecisione. Ma questa sembra essere la sua natura. Basti considerare il tema della sovranità. Anche in questo caso, non riuscendo a decidere se la sovranità appartiene all'Europa o ai singoli Stati che la compongono, si aspetta che siano gli altri a scegliere. Senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento è quello che consente a chi oggi apparentemente sembra più forte di applicare il vecchio principio del "divide et impera": chi riesce ad ottenere contrasti nel campo avversario vince sempre. Invece, sono proprio le difficoltà del momento attuale che dovrebbero farci rendere conto che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.
Giuseppe Vegas, Il Messaggero (16/03/2026)
“Tra i piaceri della vita, la musica è seconda solo all’amore. Ma l’amore stesso è musica”
Aleksandr Sergeevic Puškin (1799 – 1837)
Abito blu di Brioni, camicia bianca, cravatta in seta colorata e, ai piedi, un paio di francesine di vitello nero by Florsheim (dal costo di 145 dollari). Donald Trump è talmente “ossessionato” da queste scarpe che ha iniziato a regalarle a ministri, parlamentari e industriali. L’iter, secondo quanto scrive il Wall Street Journal, è sempre lo stesso: il presidente degli Stati Uniti accoglie l’ospite nello Studio Ovale, chiede quale taglia porti e lo riferisce a uno dei suo assistente. Ma, sempre secondo il Journal, in una stanza della Casa Bianca ci sarebbero decine di scatole impilate già corredate da biglietti e autografi di Trump. Nelle ultime settimane le scarpe sono comparse ai piedi di diversi dei fedelissimi del tycoon: dal vicepresidente JD Vance al segretario di Stato Marco Rubio fino ancora a Pete Hegseth, Howard Lutnick e ai presentatori di Fox News. Quello che oggi fa notizia, però, è una foto pubblicata su X dall’account del giornalista Derek Guy, forte di 1,4 milioni di follower con i suoi post sul vestire maschile. Nell’immagine si vede Mark Rubio indossare le “fatidiche” francesine almeno due numeri più grandi. Stando a un resoconto di Vance, Trump qualche giorno fa avrebbe detto che “si capiscono molte cose di un uomo dalla taglia delle sue scarpe”. Una battuta che avrebbe spinto il Segretario di Stato degli Stati Uniti a ordinare un 45 e mezzo pur essendo alto 1 metro e 78 con l’evidente risultato di avere due dita di vuoto tra il tallone e la tomaia. L’ossessione del presidente per queste scarpe “made in Chicago” sembra non fare per nulla piacere al proprietario dell’azienda che le produce. Thomas Florsheim jr. ha negato di essere a conoscenza degli ordini presidenziali e più volte, in passato, ha avuto parole durissime verso il tycoon e la sua politica di dazi. Florsheim, infatti, produce in Cina e ha dovuto quindi vedersela con le tariffe, arrivate fino al 145%. Neppure il tentativo di spostare la produzione in India era servito visto che anche New Delhi è stata colpita dalla misura economica. A dicembre, l’azienda ha fatto causa al governo federale, quantificando in 16 milioni di dollari quanto pagato a causa delle tariffe. E li ha chiesti in risarcimento.
da sky.it (12/3/2026)
Luigi Pirandello (1867 – 1936), Il fu Mattia Pascal (1904)
Quanto potrebbe durare il conflitto in base alle disponibilità militari di Washington e Teheran?
Non ci sono stime accurate di quanto potrà durare questa guerra. Soprattutto perché non c’è chiarezza sull’obiettivo finale di Stati Uniti e Israele e siccome esiste questa incertezza non è prevedibile se durerà giorni, settimane o mesi.
In che modo i curdi parteciperanno al conflitto?
Non è prevedibile con quale consistenza le forze curde parteciperanno alla guerra, partendo dal nord dell’Iraq, e non si conoscono ancora quali potrebbero essere le conseguenze per la stabilità della regione, ma lo scenario è molto preoccupante.
Qual è l'obiettivo strategico degli Usa?
Washington non ha un vero e coerente obiettivo strategico, sebbene lo staff di Donald Trump abbia chiarito che sarebbe quello di fermare l’Iran dall’essere una minaccia per la stabilità regionale. Ma non è stato ben definito dal presidente americano se si vuole anche un regime change, annullare il programma nucleare, quello missilistico e la capacità del regime di Teheran di dare sostegno al terrorismo.
E invece quale potrebbe essere il fine di Israele?
E’ probabile che lo Stato ebraico miri di più a un regime change e che veda alla guida del nuovo stato il figlio dell’ultimo scià Reza Pahlavi affiancato da qualche esponente dell’opposizione, ovvero un governo che sia meno ostile a sé, a Israele.
Quale sarà il ruolo di Cina e Russia in questa crisi?
Pechino e Mosca non giocheranno un ruolo di primo piano in questo conflitto, ma se le forniture di energia continueranno ad essere tagliate nella regione la situazione in Medio Oriente diventerà ancora più complicata.
Brian Katulis (analista del Middle East Institute), intervista di Chiara Clausi – Il Giornale (6/3/2026)
Tra le vittime più o meno illustri della nuova Guerra del Golfo c'è anche il referendum sulla giustizia. Come è naturale che sia, della questione, tutta domestica, se ne parla assai meno. E comunque, anche quando se ne parla, l'attenzione è bassa: nei talk sul tema scende la curva degli ascolti, nei giornali compare tra le notizie non in primo piano. Già prima (della guerra) non c'era tutto questo clima da ordalia finale, figuriamoci ora col Medioriente in fiamme. Neanche la frase di Giorgia Meloni sui «giudici che bloccano i rimpatri degli stupratori», che in altri tempi avrebbe scatenato un putiferio, ha distolto l'attenzione dal macro-tema e così, a girare in lungo e in largo l'Italia, è rimasto il ministro Carlo Nordio. Insomma, non ci vuole una Cassandra per prevedere, in questo clima, una scarsa partecipazione alle urne dal momento che nulla, ma proprio nulla, suggerisce tempi brevi per la soluzione della crisi iraniana. Anche prendendo per buone le famose «quattro settimane» di Trump — e ci vuole un bello sforzo di autoconvincimento — il referendum si celebrerà sempre in mezzo al fuoco e alle fiamme mediorientali. Bel problema per il governo: se fino a sabato scorso, giorno dell'attacco, portare a votare il suo elettorato era un problema, ora diventa un'ardua impresa. La sinistra invece potrebbe trarne un vantaggio. Non solo perché il disinteresse generale impatta meno sugli elettori dell'attuale opposizione, da sempre più motivati ad andare a votare. Ma anche per un'altra ragione: se prima il referendum era solo contro Giorgia Meloni che, in un impulso di autolesionismo, aveva fatto di tutto per "politicizzare" il voto, ora diventa contro Meloni anche in quanto "amica di Trump". E più dura la guerra più questo sentiment si accende. […] A questa difficoltà, tutta politica, si aggiunge qualcosa di più profondo: il timore che, essere associati a Trump, faccia perdere la connessione col senso comune delle persone. In fondo, basta sentire cosa si dice nei bar, in ufficio, alla bocciofila: Trump è visto come un prepotente, un bullo, insomma un «matto» che accende focolai solo in nome degli affari suoi, fregandosene del resto. Finché si parla di Venezuela, Groenlandia o dazi non va comunque bene, in un mondo così interconnesso, ma almeno è lontano da noi. Col Medioriente a due passi e i droni che arrivano a Cipro, la sensazione diventa di pericolo imminente. Peraltro amplificata da una comunicazione da film di guerra hollywoodiano: «Li massacriamo», «siamo in grado di fare la guerra per sempre», aerei che nei video della Casa Bianca decollano sulle note della Macarena. Se poi questo pericolo, in termini di sicurezza, si somma al portafoglio più leggero quando vai a fare il pieno di benzina o alle borse che bruciano anche i denari del famoso ceto medio, la questione si fa seria. L'Italia è un paese che ama il quieto vivere, non le avventure. E proprio in nome di questo finora ha premiato la navigazione del governo, che non brilla per realizzazioni ma ha garantito stabilità, anche barcamenandosi con l'inquilino della Casa Bianca.
Alessandro De Angelis, La Stampa (6/3/2026)
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| Alex, da google.it |
La questione iraniana incombe da 47 anni: dalla rivoluzione islamica e la presa di ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran. In questo mezzo secolo gli ayatollah hanno costruito il loro impero persiano. A spese del popolo — privato di diritti, benessere e un futuro decente — hanno foraggiato milizie terroristiche, scatenato guerre, edificato alleanze con Russia e Cina. Strumentalizzando a fini di potere la tragedia palestinese, hanno goduto di simpatie in fasce di opinione pubblica araba e occidentale: fino all’indifferenza mondiale verso i massacri di migliaia di manifestanti perpetrati dal regime a gennaio. Il risultato finale però ha creato una congiuntura favorevole all’attacco Usa-Israele. L’ayatollah Khamenei è stato ucciso, un capitolo di storia si chiude: lui fu al fianco della prima guida suprema, Khomeini. L’isolamento dell’Iran è visibile. Ieri si è ricompattata una vasta coalizione arabo-sunnita moderata, ha condannato le ritorsioni iraniane ma non l’attacco iniziale di Stati Uniti e Israele. Stavolta non c’è il rischio che l’attacco esterno stringa la popolazione iraniana attorno al regime. Al contrario, nelle ultime manifestazioni contro la dittatura islamica si erano levate sempre più spesso delle invocazioni dalle piazze, a favore di un intervento «liberatore» dall’esterno. Trump era stato rimproverato per aver promesso un aiuto al popolo iraniano durante le stragi di gennaio, e quell’intervento americano non c’era stato. Perché alla fine Trump si è deciso ad agire, e quali sono i suoi veri obiettivi? Anzitutto, c’è stata una trattativa diplomatica, e ha confermato l’intransigenza del regime. Nessun cedimento sui dossier chiave: l’arricchimento di uranio, gli arsenali di missili, l’appoggio agli «eserciti-sicari» di Hamas, Hezbollah, Houthi. Per Trump si tratta di neutralizzare anzitutto queste tre minacce. Si sono aggiunti, in modo esplicito, altri due obiettivi: decapitare gli apparati di sicurezza responsabili delle stragi di gennaio; deporre il gruppo dirigente. […] Che cosa ha conquistato Trump agli argomenti di Netanyahu, che premeva per questa offensiva? Il punto di partenza è la constatazione che Teheran non ha voluto negoziare sull’arsenale missilistico e il sostegno a Hamas, Hezbollah, Houthi. Continuare a trattare avrebbe prolungato uno stallo, offrendo al regime tempo e ossigeno politico. Per Khamenei sopravvivere anche solo fisicamente era una vittoria. C’era l’opzione di un raid americano breve come quello del 21 giugno scorso, stavolta mirato a strutture dei Pasdaran e delle milizie Basij, colpevoli della repressione dei manifestanti. Ma un’azione circoscritta avrebbe avuto effetti modesti sul calcolo strategico iraniano. Ha prevalso l’opzione di un’operazione prolungata, per decapitare la leadership iraniana e costringere quel che rimane a scegliere: tra la sopravvivenza al prezzo di concessioni drastiche e un conflitto esistenziale. Un elemento ha pesato: la credibilità degli Stati Uniti. Dopo la «linea rossa» che Barack Obama annunciò nel 2013 al dittatore siriano Assad contro l’uso di armi chimiche, e poi non fece rispettare, un bis avrebbe convinto Teheran che Washington evita il confronto quando il costo sale. […] Trump ha un fronte interno. L’America Maga aborrisce le «interminabili guerre mediorientali». Il Congresso scalpita quando questo presidente ordina azioni militari senza consultarlo. In diverse città americane sono annunciate manifestazioni contro questa guerra. Molti giudicano gli eventi secondo un riflesso condizionato: le valutazioni dipendono più dall’opinione su Trump e Netanyahu, che dalla realtà iraniana. Gli ultimi massacri del regime erano caduti nell’indifferenza occidentale. Ma la vastità della ribellione e la forza del rigetto nei confronti degli ayatollah ha contribuito ad accelerare la resa dei conti, alterando i calcoli sui rapporti di forze in campo.
Federico Rampini, Corriere della Sera (01/03/2026)
1.
Nicole
Jaskot, Irresponsible – (2025) – Niscemi
2.
The Cure,
Disintegration – (Disintegration
– 1989) – Facciamo
il ponte
3.
Rod
Stewart, Ten Days of Rain – (Every
Beat of My Heart – 1986) – Incuria
4.
Elton
John, I’m Still Standing – (Too
Low for Zero – 1983) – Opzionale
5.
Supersonica,
Il centro della fiamma – (L’eclissi
– 2007) – La
fiaccola e il buio
6.
Lucio
Battisti, Per una lira –
(1966) – Nemmeno mezza lira
7. Tom Waits, That Feel – (Bone Machine – 1992) – La grazia
8.
Marco
Mengoni, Dove si vola – (Dove
si vola – 2009) – Pensieri
felici
9.
Nick
Moss, Privileged of Birth – (Privileged
– 2010) – Board
of Peace
10.
Kings of
Leon, Walls – (Walls
– 2016) – Il
muro dell’ignoranza
11. Catfish & the Bottlemen, Soundcheck – (The Ride – 2016) – Una rimpatriata
12.
The
Script, Hall of Fame (#3
– 2016) – Forza
d’animo