La mancanza di una esplicita presa di posizione da parte dell'Unione Europea dopo lo scoppio della guerra americana ed israeliana contro l'Iran non solo ha suscitato interrogativi sul meccanismo decisionale europeo, ma ha manifestato con evidenza le difficoltà nelle quali versano le sue istituzioni, che sembrano inseguire risposte da dare a singoli problemi senza avere una visione unitaria sul futuro. Come sempre, i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Ed è inutile affidarsi alla speranza che le questioni possano essere risolte solamente prendendo tempo. Affrontare una situazione complessa come quella che ci si presenta oggi, dove i molteplici scenari di guerra generano nuovi problemi economici che si intrecciano con quelli preesistenti, quasi a comporre un complicatissimo mosaico, le cui minuscole tessere devono trovare il modo di incastrarsi tra loro per essere in grado di sviluppare un'immagine compiuta, presuppone una visione d'insieme. Ma non basta una visione, occorre anche l'individuazione degli obiettivi ed un insieme di politiche coerenti per conseguirli. La civiltà occidentale si trova di fronte ad una crisi che rappresenta in realtà il momento di cesura tra il vecchio mondo, fondato sulla libertà individuale e sui rapporti internazionali, in cui la pace veniva garantita da quell'insieme di accordi tra Paesi che costituiscono il diritto internazionale, ed un nuovo assetto. I rapporti internazionali basati sul diritto sono andati in crisi perché la composizione giuridica delle controversie, per avere successo, necessita di tempo, mentre nel mondo di oggi, il mondo del tutto e subito, il tempo è un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri. Ecco perché ha preso spazio l'attitudine al conflitto, che rappresenta un metodo sicuramente più immediato. Gli odierni conflitti armati, ancorché geograficamente delimitati, a differenza del passato hanno effetti diretti anche sui non belligeranti, quasi fossero anch'essi sotto l'effetto dei bombardamenti. Tanto che si potrebbe essere indotti a credere che sia proprio questo il fine che ha mosso chi ha originato il conflitto: danneggiare chi apparentemente ne è estraneo, ma che rappresenta un reale o supposto nemico economico o commerciale. Se questa è la realtà, occorre rapidamente prenderne atto e difendersi. Cosa che l'Europa non sta facendo. La risposta dei non belligeranti, quindi, se non può essere militare, deve necessariamente attuarsi nel campo economico, sviluppando una reattività in grado di contrastare efficacemente le minacce degli aggressori. Sono proprio questi i frangenti in cui ci si rende conto degli errori commessi nel passato. Avere abbandonato agli altri, semplicemente perché si riteneva più conveniente, la produzione di beni e di servizi e il monopolio delle materie prime indispensabili per l'industria e per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione, si è dimostrato un tragico errore di calcolo. Ma il passato è passato. E il momento di correre ai ripari. E, per farlo, non deve mancare la coerenza. Occorre far rientrare "in casa" le produzioni industriali, esigenza che sembra ormai unanimamente condivisa. Obiettivo, tuttavia, che postula l'esigenza di adottare scelte impegnative, che riguardano sia il sistema industriale, sia un più incisivo utilizzo di risorse pubbliche, indispensabili per metter in moto un volano di crescita: una nuova ambiziosa politica industriale, in cui la sinergia tra pubblico e privato consenta di mobilizzare una massa di capitali in grado di realizzare l'interesse generale. […] In verità, il patto di stabilità è stato sospeso negli anni del covid. Ma adesso l'Europa tentenna. Sembra ormai prevalere una sindrome assai simile a quella dell'asino di Buridano, che, nel dubbio se fosse meglio prima mangiare o bere, finì per morire di fame. Così, nel dubbio se sia meglio disporre di finanze solide o di risorse per affrontare la crisi, non sa cosa decidere. Con il risultato che rischia di essere travolta dalla sua stessa indecisione. Ma questa sembra essere la sua natura. Basti considerare il tema della sovranità. Anche in questo caso, non riuscendo a decidere se la sovranità appartiene all'Europa o ai singoli Stati che la compongono, si aspetta che siano gli altri a scegliere. Senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento è quello che consente a chi oggi apparentemente sembra più forte di applicare il vecchio principio del "divide et impera": chi riesce ad ottenere contrasti nel campo avversario vince sempre. Invece, sono proprio le difficoltà del momento attuale che dovrebbero farci rendere conto che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.
Giuseppe Vegas, Il Messaggero (16/03/2026)
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