nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 27 febbraio 2021

Guerra dei Vaccini

Per capire quanto sia grave la situazione nella prima Guerra dei Vaccini (quella che è appena scoppiata, senza che nessuno la dichiarasse) basta rileggere, malgrado sia stata riportata in forma indiretta e attenuata – sia nei retroscena che nelle cronache – la battuta fatta giovedì da Mario Draghi nel vertice dei capi di stato dell’Unione europea sulla pandemia: “Va presa in considerazione l’idea di vietare l’export di vaccini alle aziende che non rispettano gli impegni contrattuali verso l’Unione”, ha detto il premier italiano. Draghi ha raccolto reazioni gelide, sia dentro il vertice che fuori, dove le aziende produttrici si sono risentite. L’attacco esplicito del presidente del Consiglio italiano ai signori dei vaccini è la prima prova tangibile che svela un segreto di Pulcinella sopravvissuto fino ad oggi: se esiste un mercato parallelo dei vaccini, in queste ore, in Italia e nel mondo, è perché questi vaccini qualcuno li produce e li vende. E, se c’è qualcuno che li vende, è perché le falle sono aperte in entrambi i capi della catena: sia a quello terminale, dove si vende, che a quello di partenza, dove si produce. Un signore che di mestiere fa il mediatore saltuario, pochi giorni fa, mi ha detto: “Se si sa cercare, in ogni momento, persino su Alibaba si trova qualcuno che vende milioni di dosi: 8 su 10 di loro sono millantatori, gli altri hanno i quantitativi con cui si può vaccinare un intero Stato”. Ecco perché il segreto di Pulcinella, fino a ieri, è stato quello che ha permesso di far finta che questo “mercato parallelo” non esistesse, per il semplice motivo che dal punto di vista contrattuale si diceva che non potesse esistere. Era vero il contrario: può esistere perché (inspiegabilmente) i contratti restano secretati. Di nuovo la battuta folgorante del mediatore anonimo che mi ha chiamato: “Noi siamo ancora convinti che i governi stiano comprando i vaccini. Mentre, piuttosto, è vero il contrario. Sono i vaccini, oggi, che stanno comprando i governi”. [...] Quello che i mediatori dimenticano di ricordare è che l’Europa (e la Germania) hanno finanziato la ricerca della BioNTech. Ovvero della società di ricerca fondata da un figlio di immigrati turchi, Ugur Sahin, e da sua moglie, che è arrivata “prima” nel mondo, assicurando il suo brevetto a Pfizer. Quello che le grandi aziende non raccontano è che ci sono contratti di fornitura tra gli Stati e le Big Pharma che non sono stati rispettati.
Ma i sostenitori del “libero mercato” dei vaccini rispondono che nessuno ha letto in integrale i contratti di fornitura con l’Europa. E assicurano che in realtà non ci sia nessuna esclusiva. Questo è un altro punto di verità, purtroppo: perché parti importanti di questi accordi restano tutt’ora secretate, malgrado le tante dichiarazioni di Ursula von der Leyen. Ma, se fosse vero quello che dice la presidente della Commissione europea, da dove saltano fuori le sue dosi – milioni, non migliaia – che finiscono sul mercato parallelo? [...] È chiaro a tutti che il primo giro di vaccinazione, in Europa, finirà proprio quando dovrà iniziare il secondo. Il mondo del dopo-Covid dipenderà dalle campagne vaccinali, dai tempi delle campagne vaccinali, dai loro dosaggi e dalla loro efficacia. Dalla velocità con cui arrivano o no una dose e una partita, dalla varietà delle offerte, e dalle risposte alle varianti del Covid. Dal secondo, e adesso – è notizia recente – anche dal terzo, richiamo. I vaccini arriveranno a contare come le forniture del greggio a metà degli anni Settanta. Anzi, è già così. Solo che ancora non leggiamo tutti, nel modo corretto, le informazioni che sono già in nostro possesso. Durante la Guerra Fredda contavano le potenze nucleari, ovvero quelle che avevano i loro arsenali all’Uranio e la capacità di utilizzarli sul campo. Dopo la pandemia conteranno quelli che avranno un loro vaccino da somministrare o da vendere. Siamo appena entrati – quasi senza accorgercene – nell’era della Geopolitica vaccinale.

Luca Telese, tip.it (27/2/2021)

Canzone del giorno: War (2005) -  Element Eighty
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giovedì 25 febbraio 2021

Datificati

I browser per navigare sul web, le app sul telefono, i social network, ma anche le visite mediche, i pagamenti elettronici, e ora persino la scuola e l’università. Sono sempre più numerose le nostre attività che generano dati capaci di parlare di noi. Siamo tutti cittadini “datificati”. Sottoposti cioè a quella “datificazione” entrata nella Treccani tra i neologismi del 2019 e definita come «il processo tecnologico che trasforma vari aspetti della vita sociale o della vita individuale in dati, che vengono successivamente trasformati in informazioni dotate di nuove forme di valore anche economico ». I nostri figli, le nostre famiglie, le nostre vite: tutto viene trasformato in dati, che vengono condivisi e venduti come “materie prime” su cui guadagnare anche senza il nostro esplicito – o almeno del tutto consapevole – consenso. Essere datificati è inquietante. È sgradevole la sensazione che si prova quando, dopo avere abbozzato un controllo di massima, ci si accorge di quante siano le informazioni sul nostro vissuto che comunque abbiamo messo e continuiamo a mettere a disposizione di aziende private. Grazie alle decine di “Termini e condizioni” che abbiamo accettato senza leggere o perché non avevamo scelta, abbiamo offerto a queste aziende la possibilità di usare le nostre informazioni personali per costruirci attorno delle “identità uniche digitali” da vendere ai famigerati “soggetti terzi”: investitori pubblicitari (nel migliore dei casi), compagnie assicurative, banche o potenziali datori di lavoro (negli scenari più minacciosi). [...] Ne emerge una realtà allarmante su come i dati personali raccolti influenzano le nostre vite. A partire dai bambini, che sono profilati ancora prima di esistere. Come? Nel momento in cui una donna cerca su internet informazioni riguardanti una gravidanza ancora solo da progettare, ad esempio, il motore di ricerca inizia a raccogliere i primi da- ti sul bambino che verrà. Le app per tracciare la gravidanza collezionano informazioni sui progressi dell’embrione fino alla nascita. Le ricerche dei genitori sul web e le informazioni sul figlio che renderanno pubbliche nel tempo sui social network contribuiranno a costruirgli un “primo livello” di profilazione. Gli assistenti vocali che sempre più persone si mettono in casa, poi, ascoltano quello che si dice in famiglia e raccolgono a loro volta informazioni preziose per definire l’identità di genitori e figli. La creazione di questo enorme database prosegue negli asili e nelle scuole, dove inizia la profilazione “professionale” della persona. Strumenti come il registro scolastico elettronico o le piattaforme per seguire le lezioni a distanza e fare i compiti possono raccogliere un’enormità di dati su rendimento scolastico e abitudini di apprendimento dei singoli alunni. In alcuni casi questi dati possono essere ceduti a terzi. [...] La grande minaccia di Big Data è quella di una società dove la diseguaglianza è inesorabile, perché le persone sono condannate ad essere quello che ha deciso per loro un algoritmo segreto in base ai dati che è riuscito a raccogliere. 

Claudia La Via, Avvenire (24/2/2021)

Canzone del giorno: Trappole (2008) - Marracash
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martedì 23 febbraio 2021

Prima


Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro.

Italo Calvino




Canzone del giorno: Before And After (1974) - Rush
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sabato 20 febbraio 2021

A scuola

È un anno ormai che a scuola si va e non si va, ma soprattutto non si va. È un anno quindi che manca a una gigantesca quantità di ragazzi la consuetudine, quella metà di vita quotidiana che è un dovere e uno spazio e un tempo dove accade quasi tutto. Le scuole non sono soltanto dei contenitori di esseri umani molto giovani, di quantità di ormoni scattanti, e di compiti, interrogazioni e spiegazioni. Ma sono dei contenitori di esperienze e di emozioni che prescindono dal programma scolastico – di cui si occupano ossessivamente i genitori nella chat di gruppo, fin dalla scuola materna, quando cominciano a dire sospettosi che hanno la sensazione che la classe stia un po’ indietro con il programma, e continueranno a scriverlo in modo compulsivo su whatsapp fino all’ultimo giorno della carriera scolastica dei loro figli. Della vita, invece, si occupano i figli. La didattica a distanza è svegliarsi a casa, fare lezione a casa, e non dover tornare a casa perché ci sei già. La scuola è uscire, vestirsi con quel maglione perché quella della 3C ti ha detto che è di un bel colore, inzupparsi sotto la pioggia, saltare giù di corsa alla fermata, sentire chiarissimo l’odore della primavera, oppure correre nel gelo e pensare che il futuro è tuo. È tornare a casa affamati, farlo insieme a un amico facendo progetti per la sera, o guardando gli altri che si divertono e tu che torni da solo. Perché non manca solo la felicità, l’euforia, la sensazione di avercela fatta a stare nel mondo; ma manca anche la solitudine, pensare che non andrai mai in un bar a bere la birra con quegli amici o qualsiasi altro essere umano. La irripetibilità dei giorni e degli anni di scuola sta nel fatto che pensi che il mondo sia quello, che qualsiasi persona non vada più a scuola sia decrepita e non ha più senso che stia al mondo; sta nel fatto che pensi che sarai per sempre il più fico, il più sfigato, il più simpatico, il più coglione. Per sempre. […] A scuola accadono tante cose che non riguardano la scuola. La classe, quello dietro di te, quello che arriva in ritardo e ha sempre una scusa nuova, da applausi, quelli che non entrano oggi perché c’è sciopero, e quei tre che invece sono entrati (chissà mai perché) e saranno loro, come accade dalla preistoria ai giorni nostri, a prendersi addosso una lunga tirata del professore di turno contro la scelta di non venire a scuola, detta con violenza a chi a scuola ci è venuto. Ma da quando suona la sveglia di mattina fino a quando si torna a casa urlando: sono io!, c’è tutta quella mezza vita che comprende anche l’altra metà: il primo bacio fuori scuola, la prima volta che ti hanno lasciato sulla panchina del cortile, il primo invito a una festa, il primo bigliettino passato da un banco all’altro, diventare un eroe per aver risposto male al prof, innamorarsi della lezione di un altro prof, nascondere qualcosa in bagno, le chiacchiere sugli scalini pensando non voglio tornare a casa mai più, quei brividi di freddo dell’inizio influenza e qualcuno che viene a prenderti, dire a un compagno se vuole venire a studiare da te e lui dice non posso e poi va da un altro, il dolore che non se ne va per un sacco di tempo e il corpo che impara a sopportarlo, e impara anche a capire che il dolore passerà, che quando la compagna di banco bellissima ti dice no, poi passerà, come passa il 3 al compito di matematica e tu prometti che recuperi […] In più, è a scuola, in mezzo agli altri, durante quelle ore infinite, che ci si sente soli, che ci si sente infelici e si pensa che sarà così per sempre. È a scuola che si va incontro alla primavoltità dei fallimenti, è lì che ti puoi sentire l’ultimo al mondo, una sensazione da cui la casa ti protegge, e se invece ti sei sentito, a ragione ma più probabilmente a torto, l’ultimo al mondo, è in quel momento che hai capito di più di te stesso, e da quel te stesso non ti allontanerai più. A scuola, e non a casa, si sentono più nitidi i giorni di infelicità, di tristezza insensata. E tutto questo groviglio si scioglie in una sensazione più precisa, che si può sintetizzare in una sola parola: amarezza. E l’amarezza si può sentire in mezzo agli altri, o tornando a casa a testa bassa dopo essersi allontanati dagli altri. L’amarezza è la sintesi dei grovigli che quando si è ragazzi, non si saprà mai perché, sono in maggior numero rispetto alle euforie. A scuola si sente, e si impara a riconoscere, e a capire, l’amarezza. E senza, come ci si potrà sedere davanti alla commissione, come si può diventare grandi, come si può entrare per davvero nel centro del mondo?

Francesco Piccolo, Robinson (La Repubblica – 20/2/2021)

Canzone del giorno: Primavera (1997) - Marina Rei
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giovedì 18 febbraio 2021

Sguardi

 


“Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell'essere umano.”

Paulo Coelho


Canzone del giorno: Damn Your Eyes (1988) - Etta James
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martedì 16 febbraio 2021

Settarismi

Ne valeva la pena? La domanda, spesso iraconda, tachicardica, elettrizza il Paese e parla del Paese: ne valeva la pena? E cioè: valeva la pena di inchiodare a una crisi bimestrale il governo per poi ritrovarsi con Mario Draghi al posto di Giuseppe Conte? E la piccola riflessione potrebbe chiudersi qui. Fine del rovello, fine dell’articolo. Se non altro per non umiliare troppo l’intelligenza già umiliata da un abuso di suffragio universale (per i giudici dell’istante: non sto contestando il suffragio universale, ma l’impiego dissoluto che ne facciamo), attraverso il quale abbiamo stabilito che le istituzioni sono una multiproprietà, si va e si viene, posso scendere sotto casa e dire al mio fornaio (per i giudici dell’istante: il mio fornaio è un fuoriclasse in fatto di rosette e pizza bianca, pura, altissima élite), ehi, ti va di fare il ministro dello sviluppo economico, tu che hai sviluppato così bene la tua attività? E quindi questo articolo parla alla nostra irresistibile, sesquipedale ridicolaggine: ne valeva la pena? Cioè, valeva la pena tutto ’sto casino per mettere a Palazzo Chigi l’unico fuoriclasse come tale riconosciuto all’estero al posto di un avvocato spuntato dal nulla della polvere accademica e della totale inesperienza e guidato dal funambolico portavoce al reality del comando? A me pare evidente che il problema non è la risposta, il problema è già nel porsi la domanda. [...] Perché poi questo è un paese devastato dal settarismo insufflato da superiorità antropologica, a chi gli vengono le bolle a pensare a un governo con dentro la Lega, a chi un governo con dentro Renato Brunetta, a chi un governo con dentro i cinque stelle, a chi uno con le zecche e a chi uno coi fasci. E va bene, nessuno è immune dal settarismo, ma almeno bisognerebbe provare a essere asintomatici. [...] Poi certo, di difetti ce ne sono, è evidente il solito maltrattamento delle donne (rivolgersi soprattutto a sinistra, zero ministre fra Pd e Leu), ma Marta Cartabia alla Giustizia riempie il cuore, è il semplice, non piccolo passaggio dalla forca in streaming per i ladri di cavalli all’illuminata civiltà del diritto. Luciana Lamorgese rimane all’Interno, per dire che i ministeri di peso alle donne li ha dati soltanto Draghi. E se vi schifa la straripanza partitica, ricordate che siamo una Repubblica parlamentare e in Parlamento ci vanno i partiti. Ma a cercare i difetti con spirito entomologico si finisce come il comandante di Auschwitz che in Schindler’s List cercava la macchia nella vasca appena pulita dal bambino ebreo, e la macchia la trovava sempre. Dunque, ne valeva la pena? Che domanda scema, che risposta ovvia: mille volte sì.

Mattia Feltri, HuffPost (13/2/2021)

Canzone del giorno: Heart Of The Matter (1986) - Joe Cocker
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domenica 14 febbraio 2021

Similitudini

 

Tale e quale all'Italia di oggi, un governo a colori.

Jena, La Stampa (13/2/2021)



Canzone del giorno: Colors of the Sun (1973) - Jackson Browne
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