nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

martedì 14 novembre 2023

Sacralizzazione

In Medio Oriente è in corso un dramma che sembra non avere fine. 1.400 israeliani sono stati massacrati dai terroristi di Hamas. In risposta, le forze armate israeliane hanno ucciso più di 10.000 palestinesi durante le operazioni militari condotte a Gaza. Migliaia e migliaia di palestinesi sono stati costretti a lasciare Gaza, ma l'insicurezza pervade anche la popolazione israeliana. Approfittando della guerra, in Cisgiordania gruppi di coloni ebrei occupano con la violenza terreni palestinesi, fomentando ulteriormente il sentimento anti israeliano nel mondo arabo. Come se non bastasse, l'opinione pubblica occidentale è spaccata in due fronti contrapposti, come se il "giusto" e il "torto" fossero distribuiti nell'uno o nell'altro fronte. Perché si è giunti a questo punto? La mia risposta è la seguente: per via della progressiva sacralizzazione del conflitto medio orientale. Mi spiego. Lo scontro tra israeliani e palestinesi è divenuto sempre più dominato dalle rispettive componenti religiose. Più che tra due popoli, quello scontro viene vissuto come uno scontro tra due religioni, l'ebraismo e l'islamismo. Per il primo, la Palestina è la terra biblica che appartiene spiritualmente agli ebrei, il luogo dove questi ultimi possono finalmente ricostituirsi come popolo, perché lì risiede la fonte della loro identità. Per il secondo, la Palestina è parte imprescindibile di un mondo mussulmano più ampio, dotato di una identità religiosa (sunnita) che va al di là delle barriere nazionali tra i Paesi arabi. In tale rappresentazione sacrale del conflitto non vi sono differenze all'interno delle rispettive comunità religiose, tanto meno differenze tra queste ultime e le componenti non religiose. La sacralizzazione è inconciliabile con il pluralismo, sia tra i credenti della stessa fede che tra questi ultimi e i non credenti. La sacralizzazione è l'espressione di una cultura fondamentalista, secondo la quale la religione è un fenomeno unitario, in quanto basata su fondamenti dogmatici. Ogni religione monoteista, nessuna esclusa, ha una vocazione fondamentalista, ovvero ha la predisposizione a disconoscere qualsiasi verità diversa dal dogma che l'ha fondata. Tuttavia, in particolare in Occidente, i processi di secolarizzazione hanno progressivamente spinto le religioni a rappresentarsi, nella sfera pubblica, come parte di un tutto, non già come monopoliste del tutto. Così, il dialogo è diventato per loro una necessità per rapportarsi con il mondo esterno, oltre che per dare voce alle differenze al loro interno. Ciò ha consentito il mutuo riconoscimento tra i credenti, oltre che tra le loro comunità di fede. Tale mutuo riconoscimento è invece impedito dalla sacralizzazione del conflitto medio orientale. […] Secondo le ricerche di John Huber e Ahmed Ezzeldin Mohamed, l'influenza della religione è cresciuta nelle elezioni mentre è diminuita nelle società occidentali. È divenuta una fonte sostitutiva di identificazione politica. Così, inconsapevolmente o meno, essa ha finito per giustificare leader e politiche che vogliono mettere in discussione il contesto pluralistico delle società occidentali, interpretato come la causa della degenerazione valoriale di queste ultime. In nome di valori non-negoziabili (come la difesa della vita, della famiglia naturale o delle gerarchie tra generi), i leader della nuova destra hanno sferrato un attacco senza precedenti all'impianto liberale delle nostre società. Anche da noi, c'è chi non accetta che la politica sia il luogo della ricomposizione delle differenze. Insomma, la sacralizzazione del conflitto medio-orientale costituisce un ostacolo alla risoluzione di quest'ultimo. La sacralizzazione è però una minaccia anche in Occidente, in quanto disconosce i fondamenti pluralistici delle nostre società. Non sarebbe meglio lasciare Dio alle coscienze individuali e trovare invece compromessi politici su tutto il resto?

Sergio Fabbrini, Il Sole 24 Ore (12/11/2023)

Canzone del giorno: Violet Hill (2008) - Coldplay
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domenica 12 novembre 2023

Sciocchezze

Che fortuna possedere una grande intelligenza, non ti mancano mai le sciocchezze da dire.

Anton Čechov (1860 - 1904), Quaderni, 1891/1904

Canzone del giorno: Wreck of the Hesperus (1987) - George Harrison
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giovedì 9 novembre 2023

Post Scriptum Film

C'è ancora domani


REGIA: Paola Cortellesi
INTERPRETI: Paola Cortellesi, Valerio Mastrandrea, Emanuela Fanelli, Vinicio Marchioni, Giorgio Colangeli, Romana Maggiora Vergano, Francesco Centorame
SCENEGGIATURA: Furio Andreotti, Giulia Calenda, Paola Cortellesi
FOTOGRAFIA: Davide Leone
DURATA: 118'

USCITA: 26/10

Esordio alla regia di grande personalità quello di Paola Cortellesi, per di più riservandosi un ruolo da protagonista che conferisce spessore e delicatezza a una storia sulla forza delle donne. C’è ancora domani è un film ambientato nella primavera del 1946 (il riferimento temporale è importante e alla fine del film si capirà il perché) che si sofferma su ferite, dolori e voglia di emancipazione di una donna nella Roma del secondo dopoguerra, impegnata a barcamenarsi fra le percosse dell’irascibile marito (interpretato in modo eccellente da Valerio Mastrandrea) e la gestione dei tre figli. Progredire all’interno di una società dalla mentalità patriarcale significa per Delia/Cortellesi intraprendere un percorso irto di ostacoli e solo quando la primogenita della coppia decide di fidanzarsi, l’apparente remissività della protagonista si trasformerà, pian piano, in una vigorosa temerarietà.
Un’opera prima sorprendente che amalgama, con grande intensità, neorealismo (scelta azzeccatissima girare il film in bianco e nero), commedia all’italiana, situazioni drammatiche e, anche, puntuali momenti musicali con la deliziosa scelta di inserire delle canzoni contemporanee a fare da cornice in alcune parti salienti del film.
Tante le idee interessanti e gli accorgimenti originali. Una sceneggiatura che permette dei passaggi narrativi in grado di emozionare e anche far commuovere. La nostalgia racchiusa nei brevi incontri fra Delia e il suo ex fidanzato di gioventù interpretato dal bravo Vinicio Marchioni (tenerissima la sequenza nelle quali i due ridono dopo essersi scambiati della cioccolata e la macchina da presa inquadra i loro sorrisi con i denti sporchi), la sincera amicizia che la lega ad una fruttivendola (interpretata con efficace espressività da Emanuela Fanelli), il rapporto in continua trasformazione con la figlia (Romana Maggiora Vergano).
Una regia accurata che si contraddistingue anche nelle parti più ironico-sarcastiche.
Si sorride assistendo alle chiacchere delle petulanti vicine di casa, l’ironia è dissacrante durante la veglia funebre del suocero, il pranzo con i possibili consuoceri è un tradizionale quadretto dal graffiante effetto.
Un film sulla condizione delle donne che affronta tematiche che continuano a essere presenti nella nostra società contemporanea.
Nella scena finale l’ingegnoso espediente scelto è un vero e proprio canto libero sull’impegno civile e sul riscatto di chi decide di difendere la propria dignità, guardando alle possibilità che può riservare il futuro.

Canzone del giorno: A bocca chiusa (2013) - Daniele Silvestri
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martedì 7 novembre 2023

Assuefazione

L’angoscia, il terrore per le prime immagini dell’invasione russa in Ucraina durarono sì e no tre giorni. Passato il weekend, ecco i distinguo, i “ma”, i “se”, le prime avvisaglie di stanchezza. Ecco l’ironia sui social, i meme, le battute per esorcizzare la paura, cavalcando anche le atmosfere subito surreali della tv e la farsa trash del “pluralismo”, coi conduttori a battersi il petto per avere il loro freak in studio. La guerra in Ucraina sarebbe stata (e sarà) ancora lunga, ma dopo tre giorni era diventata monotona. Iniziava a stancare. Tre-quattro giorni è il tempo di reazione, nella nostra epoca, per metabolizzare il trauma. Per addomesticare immagini raccapriccianti come quelle di questa settimana così incredibilmente orribile nella sua escalation (anche se trattandosi di Israele i distinguo qui sono iniziati subito). Poi però le atrocità diventano un ingrediente tra i tanti nel flusso disordinato di intrattenimento che scorre impetuoso sui nostri smartphone. […] Forse le immagini peggiori sono però quelle banali fotografie di famiglie felici e sorridenti, giovani mamme e papà e figli piccoli, di lì a breve sterminati a sangue freddo dentro casa loro, guardandoli negli occhi prima di sparargli addosso. Ma qui subito qualcuno ci farà notare che dovremmo commuoverci e indignarci anche per le immagini dei bombardamenti israeliani, i cadaveri dei palestinesi tra le macerie, gli stenti, la fame e poi ancora, nel vortice d’una insaziabile sete di giustizia sempre più orizzontale, democratica e universale, dovremmo farci carico anche di tutto il resto, i morti per il terremoto in Afghanistan, i migranti abbandonati in mare. Tutti. Ci vuole un hardware che forse non abbiamo. Quante immagini di morte, distruzione, catastrofi, odio disumano si possono immagazzinare? Forse lo scrolling sul nostro telefono serve anche a questo: lasciare che tutto scorra in un flusso indistinto di morte, odio, atrocità. Vedere tutto, quindi alla fine non vedere proprio nulla. Anestetizzarsi.

Andrea Minuz, Il Foglio (14/10/2023)

Canzone del giorno: Everybody's Got Their Hand Out (2001) - Michael Burks
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sabato 4 novembre 2023

Fuorisede

Anche quest’anno la meglio gioventù della borghesia meridionale si è spostata in massa verso gli atenei del Centronord, quelli che promettono lavoro sicuro e persino qualificato. I politecnici di Torino e Milano, la Bocconi, la Cattolica, il San Raffaele Vita e salute, la Sapienza di Roma, Iulm, Lumsa, Ied. Privato è meglio. Si entra più facilmente anche se si paga di più. Ma i figli sono pezzi di cuore. Nessuno lo sa meglio di una madre o di un padre che vivono in un Mezzogiorno travolto dalla crisi economica, demografica, dove persino le mafie ormai recalcitrano a investire. I bravi genitori che hanno accettato una decadenza senza fine, in peggioramento con l’imminente arrivo dell’autonomia regionale differenziata, gettano il cuore oltre l’ostacolo ogni mese fra tasse di iscrizione e rate di frequenza che possono arrivare a 20.140 euro l’anno, come nel caso dell’International Md program del San Raffaele, contro un’immatricolazione per la magistrale in Bocconi a quota 16.103 euro. L’università può non essere la spesa maggiore. A Milano, soprattutto, ma anche a Torino, Bologna, Firenze, Padova, una stanza in condivisione a 900 euro entro i confini municipali è un costo ancora economico. […] «È la nuova questione meridionale», dice Luca Bianchi, direttore generale del centro studi Svimez nato nel dicembre 1946, sei mesi dopo il referendum monarchia-repubblica stravinto dai Savoia al Sud. «La migrazione dei talenti e delle competenze negli ultimi vent’anni ha portato a una perdita di 300 mila laureati al Sud e il saldo dell’ultimo anno disponibile, il 2021, è di -21 mila, con una quota in crescita. Gli emigrati laureati aumentano anche quando aumenta l’occupazione perché sono posti a basso valore aggiunto, nel turismo, nel commercio. Per le immatricolazioni agli atenei del Centro-nord, invece, si parla di un quarto di iscritti che vengono dal Sud». Dal rapporto annuale che Svimez presenterà a fine novembre, l’Espresso può anticipare che ogni laureato vale 150 mila euro di spesa pubblica. «Questa cifra proiettata sui ventimila che vanno via ogni anno», aggiunge Bianchi, «dà 3 miliardi di euro di trasferimento implicito verso Nord. La contabilità territoriale chiesta dall’autonomia differenziata non ha senso in un paese integrato come l’Italia e lo svantaggio distributivo patito dal Nord è un mito». I costi di investimento pubblico, ovviamente, non includono la spesa diretta delle famiglie sul mantenimento e, per così dire, la manifattura del futuro laureato. A volersi divertire con le cifre, il Miur ha annunciato che nell’anno accademico 2022-23 ci sono state 331 mila immatricolazioni (147 mila maschi, 184 mila femmine). È una cifra costante negli ultimi anni. Il 25 per cento di studenti meridionali fuori sede elaborato da Svimez si traduce in oltre 82 mila partenze. Applicando il criterio di spesa prudenziale dei 30 mila euro l’anno per ogni studente, il prodotto della moltiplicazione è di 2,47 miliardi di euro in fondi privati trasferiti dal Sud al Centro-nord, da aggiungere ai 3 miliardi di spesa pubblica dei laureati. […] La macchina che ha tenuto in piedi il boom economico del secolo scorso era fatta di contadini o sottoproletari emigrati verso le industrie del settentrione con le loro rimesse ad alimentare il Mezzogiorno. Oggi quel sistema è completamente saltato e nemmeno un insegnante può permettersi la vita da fuori sede al Centronord. In un certo senso, vige la teoria economica del trickle-down al rovescio. Al posto dei ricchi che guadagnano sempre di più e che fanno “gocciolare” parte della ricchezza verso gli strati inferiori della scala sociale, ci sono le famiglie borghesi del Sud che aumentano il benessere già consistente di chi ha una rendita di posizione nei centri urbani del Nord. E il fenomeno si allarga dai giovani ai genitori stessi che, alla lieta novella dell’impiego dei pargoli, ergo della possibile nuova famiglia, progettano di trasferirsi a fare i nonni con il vantaggio di un sistema sanitario migliore. Proiettato in un futuro più vicino, lo scenario della nuova migrazione diventa catastrofico se l’aspetto di depauperamento patrimoniale si combina con il cosiddetto inverno demografico. L’Istat ricorda che nell’anno di grazia 2061, al Sud vivrà il 30,7 per cento degli ultrasettantenni e nel rapporto dello scorso 12 ottobre dedicato ai “Giovani del Mezzogiorno” segnala un crollo nel numero di giovani in tutta Italia. Nel periodo 2002-2022 i cittadini fra 18 e 34 anni sono scesi di 3 milioni dai 10,2 milioni di vent’anni fa. Ma in percentuale il Sud ha perso quasi l’8 per cento in più del Centronord e questo dato è ancora ottimistico perché gran parte degli studenti meridionali fuori sede aspetta di avere trovato un lavoro post laurea prima di cambiare residenza. Altri decidono di fare la triennale al Sud e prendere la magistrale al Centronord. Il totale è che nelle città meridionali, durante la stagione accademica, è arduo vedere in giro un ventenne. «Per i giovani del Mezzogiorno», afferma l’istituto nazionale di statistica, «la migrazione universitaria, che si attiva soprattutto verso gli atenei settentrionali, assume proporzioni considerevoli: coinvolge oltre un caso su quattro all’atto dell’iscrizione, e oltre un terzo al conseguimento della laurea. Inoltre, il fenomeno della mobilità per studi universitari nel Mezzogiorno riguarda in misura leggermente superiore gli uomini rispetto alle donne».

Gianfrancesco Turano, L’Espresso (26/10/2023)

Canzone del giorno: Show Me the Way to Go Home (1977) - Emerson Lake & Palmer
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giovedì 2 novembre 2023

Umani

Maicol & Mirco, da google.it

















Canzone del giorno: Humankind (1983) - Ramones
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mercoledì 1 novembre 2023

Playlist Ottobre 2023

     
     1.      Teresa De Sio, Ninna Nanna – (Sacco e fuoco – 2007) – Essere bambino

2.      Tears of Fears, Shout – (Songs from the Big Chair – 1985) – Nagorno Karabakh

3.      Elio e le Storie Tese, Una sera con gli amici – (L’album biango – 2013) – Chi sa fare

4.      James Blunt, Cry – (Back To Bedlam – 2004) – Oltre

5.      Satchel, Not Too Late – (Family – 1996) – I punti interrogative d’Israele

6.      Tracy Chapman, Something To See – (Our Bright Future – 2008) – Something To See

7.      Zac Brown Band, Family Table – (Welcome Home – 2017) – Oasi

8.      Ivano Fossati, Pane e coraggio – (Lampo viaggiatore – 2003) – Io Capitano

9.      Sanguine Hum, It Grows in Me Garden – (What We Ask is Where We Begin – 2016) – Pistacchiera

10.   Jack Savoretti, Tight Rope – (Sleep No More – 2016) – Tempo per capire

11.   Bill Evans, Peace Piece – (Everybody Digs Bill Evans – 1958) – Tra le cose perdute

12.   Gary Moore, World of Confusion – (Scars – 2002) – Idee chiare

13.   The Police, Invisible Sun – (Ghost in the Machine – 1981) – Cosa c’entrano quei bambini