nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 29 settembre 2018

Chi non ride


Chi non ride mai, non è una persona seria.

Fryderyk Chopin




Canzone del giorno: Smile Like You Mean It (2004) - The Killers
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giovedì 27 settembre 2018

Robaccia

L’inquinamento da plastica sta rapidamente diventando un problema importante a livello mondiale: detto semplicemente, abbiamo prodotto un’enorme quantità di robaccia che adesso non sappiamo più dove mettere. Dagli anni 50 sono stati prodotti nel mondo oltre 8 miliardi di tonnellate di plastica prodotta a partire da idrocarburi fossili. Di questa, il 9% è stato riciclato, il 12% è stato incenerito, il resto è ancora in giro. È quasi una tonnellata di rifiuti di plastica per ogni essere umano che vive oggi. E continuiamo a produrre plastica: oggi se ne producono circa 380 milioni di tonnellate all’anno e il totale continua ad aumentare. E’ questa l’origine della quantità di plastica che vediamo sparpagliata in giro dappertutto. Ma non è solo un problema estetico: stiamo tutti mangiando particelle di microplastica e nessuno sa che effetti avranno sulla nostra salute. A lungo andare, poi, tutta la questa plastica sarà ossidata e trasformata in CO2 gassoso che contribuirà al riscaldamento globale.
Quindi, abbiamo un grosso problema: cosa possiamo fare?
I Verdi nelle loro varie sfumature risponderanno con la parola magica “riciclare!” Ma sono anni che se ne parla e la quantità di plastica riciclata rimane una piccola frazione di quella prodotta. Ma il vero problema è un altro: non è possibile riciclare nulla per più di una quantità limitata di volte. Alla fine, anche le plastiche riciclate devono diventare rifiuti e siamo di nuovo al punto di partenza. C’è poi il partito degli inceneritoristi che già sta cominciando a urlare: “bruciamola!”. Non solo facciamo sparire questa robaccia ma, nel processo, creiamo magicamente energia! Non è una buona idea? Forse, ma se mai c’è stata una perfetta illustrazione del concetto di “nascondere il problema sotto il tappeto”, è proprio questo. Quando viene bruciato, il materiale plastico non scompare: si trasforma semplicemente in CO2 che entra nell’atmosfera per creare più riscaldamento globale. E l’energia che possiamo ottenere dal processo è ben poca ed è ottenuta in modo sporco e inefficiente.
C’è poi la possibilità della bioplastica. Sembra una soluzione perfetta: tutto rimane com’è, non ci accorgiamo di niente eccetto che le plastiche diventano magicamente biodegradabili. La bioplastica non è una cattiva idea ma, come sempre, le cose non sono così semplici. A parte che costa più cara, per sostituire la plastica da idrocarburi, dovremmo moltiplicare la produzione attuale di bioplastiche di un fattore 100 circa. Qui sta il problema: la bioplastica si produce oggi principalmente da prodotti alimentari, cereali oppure zucchero. (...)
Ma il problema dell’eliminazione della plastica non è poi così difficile. E’ solo che va affrontato nel modo giusto. Ci sono pochi usi per i quali la plastica è veramente indispensabile: applicazioni biomediche, gomme degli autoveicoli e altre cose. Ma moltissima plastica è sprecata per degli usi francamente stupidi e inutili, tipo le bottiglie usa e getta. Ne potremmo fare benissimo a meno e sostituire la plastica con metalli, carta, ceramica, tessuti naturali e altre cose. Per quello che rimane, possiamo usare la bioplastica. Non è un problema di tecnologia, è un problema di gestione. Noi (intesi come umanità) siamo stati in grado di gestire ragionevolmente bene l’eliminazione di alcune sostanze nocive dalla produzione industriale. Pensiamo al piombo come componente di vernici o benzina. Pensiamo al mercurio nei termometri, al berillio in alcune leghe, ai CFC nei frigoriferi, al DDT come insetticida e in molti altri casi. Tutte cose che sono state eliminate mediante accordi internazionali.

Ugo Bardi, Il Fatto quotidiano (26/9/2018)

Canzone del giorno: Mercy Mercy Me (The Ecology) (1971) - Marvin Gaye
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martedì 25 settembre 2018

Blocco

Finalmente qualcuno di buona (e determinante) volontà è riuscito, alla fine, a non far più squillare o a rendere inattivi i telefonini in classe. Un liceo soltanto in tutta la penisola ma meglio che niente. Quasi sicuramente non è il solo ma i giornali ci comunicano che al paritario di San Benedetto di Piacenza gli insegnanti e i genitori indigeni si sono confrontati, hanno discusso fra di loro e messo in atto un piccolo capolavoro di civiltà: basta smartphone sui banchi durante le lezioni. Un po' di buon senso ogni tanto non fa male.
Commenta Beppe Persichella, sul Corriere della Sera: "Niente più foto e video che dopo poche ore magari finiscono online. Nell’istituto sono convinti che così facendo gli studenti potranno essere più attenti, «meno dipendenti dalla tecnologia», «meno coinvolti in atti di cyberbullismo» e «meno distratti».
Artefice di tutto è il preside Fabrizio Bertamoni che si è messo alla ricerca fino a quando ha trovato la soluzione a un pensiero su cui si arrovellava da tempo: «Quello per cui “le cose che desideri possedere alla fine ti possiedono”. È ciò che sta accadendo con gli smartphone», sostiene. Da ora in poi spera che non sarà più così per i suoi studenti, almeno per metà della giornata".
Un progetto semplice che ha messo d'accordo (finalmente) famiglie e professori nella gestione di un mezzo che, come ci ricorda il preside Bertamoni, pur essendo di grande utilità, è sempre più una "fonte di distrazione, di comportamenti asociali e di conflitto sia a scuola che a casa".
La scuola ha adottato tutto un sistema di consegna, custodie e schermatura dei cellulari che rende il meccanismo un po' più indolore per gli alunni che li consegnano all'inizio della lezione. Ma questo è un piccolo particolare che rende ancora più efficace l'iniziativa, ben accolta dai genitori piacentini e che si spera sia "copiata"  da tanti altri Istituti scolastici.

Canzone del giorno: Stop Drinking (2000) - Van Morrison
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domenica 23 settembre 2018

Senza 'e te


...e si chest nunn'è ammore 
ma nuje che campamme a ffà 
e se chiove o jesce o sole 
je te voglie penzà, 
pecchè senza 'e te nun sò niente. 



Pino Daniele, Senza 'e te (2001)

Canzone del giorno: Senza 'e te (2001) - Pino Daniele
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giovedì 20 settembre 2018

Vulnerabile



«Io sono vulnerabile. Commetto errori. Sono imperfetto. Ho paura. In altre parole, sono un essere umano. Ed è la cosa più preziosa. E tutto ciò che voglio essere».


                                                                      Leo Buscaglia

Canzone del giorno: Vulnerable (1994) - Roxette
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lunedì 17 settembre 2018

Pino Puglisi

È la sera del 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno (56 anni), quando don Pino Puglisi, parroco di San Gaetano a Brancaccio, viene ucciso da Salvatore Grigoli (che gli spara un colpo di pistola alla nuca, da pochi centimetri), per ordine dei fratelli Graviano, boss del quartiere. Ucciso per il suo impegno antimafia poco appariscente ma concreto. Non era un “professionista dell’antimafia”, ma tutti i giorni lavorava per rendere vivibile un rione ostaggio della mafia, per educare le persone a non sottomettersi e a rivendicare i propri diritti. «Cercava di levare i ragazzini dalle mani dei criminali per non farli diventare mafiosi, faceva manifestazioni, tutto questo dentro quel quartiere che era un regno dei Graviano», dirà al processo il pentito Antonio Calvaruso.  Era diverso padre Puglisi dagli altri “parrini”, espressione paradigmatica che fonde in un’unica parola prete e padrino, perché «un prete che si fa i fatti suoi campa cent’anni – aggiungerà un altro pentito, Salvatore Cancemi – Questo qua invece disturbava Cosa Nostra». Anomalo, quindi, rappresentante di una chiesa altra, non sottomessa né collusa, che andava ricondotto all’ordine, oppure tolto di mezzo. (…) Nasce il Centro “Padre Nostro”: spazio socio-culturale, centro di assistenza per i più poveri, luogo dove si impara a conoscere e a rivendicare i propri diritti («non chiedete come favore ciò che è vostro diritto ottenere», ripete), spezzando i meccanismi di sottomissione e di clientelismo che da sempre regolano la vita a Brancaccio. Pappalardo manda tre suore e un viceparroco per aiutarlo, ma di fatto lo isola. «Se il cardinale avesse preso una chiara posizione per far comprendere che Puglisi non era solo ma anzi godeva del sostegno della Chiesa palermitana probabilmente sarebbe ancora con noi», ricorda Giuseppe Martinez, uno degli animatori del Comitato intercondominiale. Il parroco dà troppo fastidio ai Graviano, iniziano intimidazioni e minacce, anche nei confronti di chi collabora con lui: vengono incendiate le porte delle abitazioni dei tre leader dell’Intercondominale, un giovane della parrocchia viene aggredito. Puglisi va avanti. Fino al 15 settembre 1993.


Luca Kocci, Il Manifesto (16/9/2018)

Canzone del giorno: E se ognuno fa qualcosa (2014) -  Pippo Pollina
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domenica 16 settembre 2018

Homo Stupidus

La comunicazione in tempo reale esprime non solo una variabile di velocità, ma un modo nuovo di relazionarsi, poiché ricevuta una e-mail subito si risponde con un’altra e-mail e qualora si dovesse aspettare più di dieci secondi si trasmetterebbe un segnale indiretto di inefficienza, di non organizzazione. In un’epoca in cui tutto deve necessariamente avvenire in tempo reale, si darebbe prova di una latenza che ti butta fuori mercato, per cui capisci allora che non c’è assolutamente tempo per pensare, o meditare (altro termine desueto, ormai da buttare). (...) Ogni notizia diventa stimolo che fa partire un’immediata risposta, come se non dovesse sostare neppure un attimo dentro la testa ma subito produrre una reazione che di fatto si pone come nuovo stimolo cui si “deve” rispondere, e così ad infinitum. E allora la mente non serve, ma contano di più le dita che digitano; la vita dipende, più che dal pensiero, dalla velocità dei polpastrelli che battono su una tastiera di computer, anche se per poco ancora, visto che molto presto per attivare la macchina basterà pronunciare alcune parole o fissarla con uno sguardo che attiva l’on e poi l’off. Insomma, si tratta di un mutamento non di quantità, ma di qualità della relazione. Noi ormai siamo in contatto con persone che non si sentono né si toccano, che forse nemmeno esistono, ma che comunque attivano il mondo.

                                                                                                                               Vittorino Andreoli

Canzone del giorno: Stupid (2005) - Toni Braxton
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