nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

mercoledì 31 dicembre 2025

Playlist Dicembre 2025

     1.      Gaye Adegbalola, Nightmare – (Bitter Sweet Blues – 1999) – Fame

2.      Jefferson Airplane, Today – (Surrealistic Pillow – 1967) – Presentismo

3.      Franco Battiato, Cuccurucucu – (La voce del padrone – 1981) – Il Maestro

4.      Sophie Zelmani, Dreams Are Better – (My Song – 2017) – A capo scoperto

5.      Irene Grandi, Oltre – (Prima di partire – 2003) – Oltre le imperfezioni

6.      Rodney Crowell, Ignorance Is The Enemy – (The Outsider – 2005) – Provate con l’ignoranza

7.      Bryan Adams, Vanishing – (Waking Up The Neighours – 1991) – Il lettore ideale

8.      Simon & Garfunkel, America – (Bookends – 1968) – Il nuovo antiamericanismo

9.      Ray Davies, In A Moment – (Working Man’s Café – 2007) – Restano tre cose

10.   Manhatten Transfer, Clouds – (Swing – 1997) – Di punto in bianco

11.   Francesco Gabbani, Sorpresa improvvisa – (Volevamo soltanto essere felici – 2022) – Sorprese

12.   Credence Clearwater Revival, Fortunate Son – (Willy and the Poor Boys – 1969) – Er presepio

13.   The Police, Darkness – (Ghost In The Machine – 1981) – La pace oscurata

14.   Francesco De Gregori, Rimmel – (Rimmel – 1975) – Rimmel

martedì 30 dicembre 2025

Rimmel

“E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure”...

In classifica per 60 settimane, alla fine del 1975 si fecero quattro conti e risultò che “Rimmel” era stato l’album più venduto dell’anno.  E pensare che alcuni critici del tempo avevano stroncato l’intero disco dell’allora ventitreenne Francesco De Gregori. Ma chi, in quei giorni di cinquant’anni fa, accendeva di sera la radio e si sintonizzava su Radio Rai 2 per ascoltare le novità discografiche proposte dal mitico programma Supersonic, si ritrovava ad ascoltare, oltre alle varie novità internazionali (Pink Floyd, David Bowie, Chicago, Roxy Music…), quella particolare canzone che dava anche il titolo all’LP (o Long Playing come si chiamavano a quei tempi i dischi a 33 giri): “Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro”. Una vera e propria perla musicale. Le emozioni di tanti ragazzi viaggiavano sulle note del brano che faceva da apripista alle altre 8 incantevoli canzoni di quell’album che avrebbe segnato incisivamente la storia della musica italiana. La melodia delicata e l’atmosfera riflessiva generata dalle capacità canore di quel giovane cantautore, hanno permesso al brano di attraversare, con caparbietà e risolutezza, tanti decenni. Che meraviglia Rimmel. Cinquant’anni e non dimostrarli per niente. Potenza e vitalità di una canzone magica e di un album superlativo… “E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure”…

Canzone del giorno: Rimmel (1975) - Francesco De Gregori
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domenica 28 dicembre 2025

La pace oscurata

Scriveva Simone Weil ne La prima radice che coloro che, avendo «il privilegio di usare la parola o la penna», avevano creato, attraverso articoli, libri e interventi vari, il clima che aveva reso possibile l’ascesa di Hitler al potere, non erano meno responsabili di Hitler stesso per ciò che poi successe in Germania e in Europa. Le parole della filosofa francese tornano spesso alla mente in un periodo – che davvero ha dell’incredibile: nel senso letterale del termine, che si stenta a credere vero –, nel quale è quasi in corso una gara da parte di molti operatori dell’informazione e di molti intellettuali di varia provenienza, oltre che da parte di politici, tecnici ed esperti, a ripetere che «la guerra è alle porte», che anzi «siamo già in guerra», e che non possiamo fare altro che adeguarci, prepararci nei modi più opportuni, a cominciare dalla necessità di armarci e di prendere sul serio la politica della deterrenza, l’unica che a dire di tutti può garantire la pace in futuro; l’unica scelta sensata, se vogliamo difendere la nostra “civiltà”, che poi sarebbe la civiltà del diritto contro la civiltà della violenza e della forza. Ciò che aggiunge stupore allo stupore, in questa narrazione, è il costante e sistematico oscuramento di ogni argomento contrario, che ancor prima di rimanerne delegittimato viene semplicemente ignorato, e non a caso. Perché qualunque arricchimento nel riportare posizioni e opinioni rischierebbe quanto meno di suscitare domande, di far sorgere dubbi; forse, di creare qualche ostacolo se non addirittura di far nascere qualche seria opposizione ad un discorso bellico che si alimenta soltanto di se stesso e finisce, quindi, per mettere in atto ciò che, con pretesa “realista” e scientifica, pretende di descrivere. […] Sono consapevoli gli operatori dell’informazione della loro grande – grandissima – responsabilità nel determinare il clima in cui si stanno facendo scelte così importanti e così preoccupanti? Hanno coscienza del fatto che la loro scelta di oscurare i discorsi e le proposte che muovono dalla pace anziché dalla guerra, finirà per rendere sempre più probabile e sempre più ineluttabile il cammino che porta alla guerra? «Il male è una filiera», come ha ricordato il Cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, in occasione della festa di San Gennaro a settembre: esso «ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia», diceva il Cardinale, e possiamo aggiungere che la guerra ha i suoi cantori mascherati da tecnici, e anche da informatori. Sarebbe il caso, quindi, che ciascuno avesse piena coscienza del posto che occupa nella filiera che porta alla guerra, e del posto che invece potrebbe occupare nella filiera contraria, che alla bruttezza della guerra oppone — e dovrebbe opporre convintamente — la bellezza della pace.

Tommaso Greco, Avvenire (27/12/2025)

Canzone del giorno: Darkness (1981) - The Police
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giovedì 25 dicembre 2025

Er Presepio

Er Presepio

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pe’ st’amore so’ nato e ce so’ morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.


Trilussa (1871 - 1950)


Canzone del giorno: Fortunate Son (1969) - Creedence Clearwater Revival
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mercoledì 24 dicembre 2025

Sorprese

Gli dèi ci creano tante sorprese: l'atteso non si compie e all'inatteso un dio apre la via. 

Euripide, Le Baccanti (480 a.C. - 406 a.C.), 403 a.C.


Canzone del giorno: Sorpresa improvvisa (2022) - Francesco Gabbani
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domenica 21 dicembre 2025

Di punto in bianco

Il Pantone Color Institute ha scelto per il 2026 un colore paradossale: il bianco. Per identificarlo lo ha infatti dovuto rappresentare con una donna che danza tra le nubi: «Cloud Dancer». Non quindi un bianco sparato, ma una tonalità ariosa e pacifica come le nubi dei giorni sereni, che invoca calma in una vita maltrattata da un eccesso di stimoli, paure, rumori, fretta... È ora di dare «una mano di bianco» a quest'anima nostra così usurata. Il bianco inaugura, viene prima del colore, come la biacca sulle tele dei pittori. È indossato da chi ha, almeno negli intenti, purezza e virtù: papi, spose, medici, neonati, cuochi, tennisti (a Wimbledon), defunti (in Oriente) e, nell'antica Roma, ragazzi tra 14 e 18 anni e politici in campagna elettorale, «candidato» era infatti chi indossava una veste bianca (candida) in segno di onestà. Un rumore si dice bianco perché contiene tutte le frequenze, smorza gli altri rumori e calma anima e corpo. Sul ponte purtroppo non sventola la bandiera bianca, in compenso prenotiamo le settimane bianche. Notti e balene se sono bianche diventano memorabili. Diciamo bianco il vino che in realtà non lo è, ma il rosso e il bianco, sangue e latte, sono i colori della vita e per questo i primi a esser nominati in quasi tutte le culture. Mettere nero su bianco è chiarezza, avere carta bianca è libertà. E bianco è il Natale anche perché la luce torna a prevalere sul buio. Bianco viene infatti da una radice antica per «splendore». […] L'odierna fortuna dell'armocromia tradisce un profondo bisogno spirituale: rivogliamo i nostri colori in un quotidiano spesso grigio e uniforme in cui non c'è spazio per diventare chi siamo ma solo chi ci dicono o obbligano ad essere. Il bianco ce lo chiede con la sua luce: «Ricomincia, prepara i colori». È il colore del desiderio, che è quella inesauribile mancanza che ci rende incapaci di accontentarci di niente che non sia «per sempre», cioè infinito, e ci spinge quindi a cercare e creare sempre il nuovo: «ancora» è l'avverbio del desiderio. Desideriamo senza poter esaurire il desiderio, perché il desiderio non è di qualcosa di preciso, perché è l'energia stessa che ci rende vivi, ci spinge a mettere vita nella vita, a diventare vivi. Agostino per questo diceva che vivere è esercizio del desiderio: «C’è una preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Se non vuoi interrompere la preghiera, non smettere mai di desiderare. Continuo è il tuo desiderio, e continua sarà la tua voce... non sempre esso giunge alle orecchie degli uomini, ma non resta mai lontano dalle orecchie di Dio». Perché il bianco del 2026 non resti una metafora, una trovata pubblicitaria, un colore da indossare e basta, usiamolo come colore dell'anima. Il Natale è allora l'occasione per riscoprire che cosa ci impedisce di venire alla luce e quindi alla vita, per questo è bianco, non per la neve e le luci artificiali, che sono solo metafore mondane della verità, ma perché illumina, anche con dolore, gli angoli bui della nostra vita: disamore, paure, fallimenti, tristezze, rabbia, fatiche, inquietudine, ferite, tradimenti, delusioni... Ma è proprio grazie a questo buio che può brillare la vita che noi da soli non ci siamo dati e non possiamo darci, ed è questa Vita che è luce invincibile che festeggiamo: «In lui è la vita e la vita è la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1).

Alessandro D’Avenia, Corriere della Sera (15/12/2025)

Canzone del giorno: Clouds (1997) - Manhattan Transfer
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venerdì 19 dicembre 2025

Restano tre cose

“Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare: dell’interruzione, un nuovo cammino, della caduta, un passo di danza, della paura, una scala, del sogno, un ponte, del bisogno, un incontro.”

Fernando Sabino (1923 – 2004)

Canzone del giorno: In A moment (2007) - Ray Davies
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martedì 16 dicembre 2025

Il nuovo antiamericanismo

“In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti. Dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. La perfida battuta attribuita a Winston Churchill — certo non un ammiratore degli italiani, con qualche eccezione (per esempio Mussolini) — torna in mente leggendo nel rapporto Censis 2025 che il 73,7% degli italiani non considera più gli Stati Uniti un modello di riferimento. Da affiancare al 38,7% per cui le democrazie non sono più adeguate a questo mondo. E soprattutto al 29,7% che apprezza i regimi autocratici. Riflesso diretto di tanto disamore per l’America, la sensazione che tra i decisori economici e politici nostrani si guardi alla Cina non più quale futuro Numero Uno ma come egemone in carica. Destinato a segnare questo secolo come l’America guidò il Novecento. Per conseguenza, schizziamo Washington e accostiamo a Pechino. Aveva dunque ragione Ennio Flaiano quando attribuiva agli italiani la vocazione a correre in soccorso del vincitore? Premesso che l’opportunismo è sport praticato alle più varie latitudini, quel che di casa nostra impressiona è la rapidità con cui a ogni variazione atmosferica saltiamo da un carro all’altro. Talvolta fuori tempo. Sicché ci rompiamo l’osso del collo. L’ultima ondata di simmetrica sinofilia e americanofobia risale all’emergenza Covid. Quando commossi dal profluvio di mascherine cinesi — e dalla parallela missione sanitaria russa, con retrogusto di intelligence — ci scoprimmo improvvisamente innamorati di Pechino (e di Mosca). Sentimento rovesciato appena esaurita la fase acuta del virus. Spesso ci lamentiamo di essere trascurati dalle potenze “amiche e alleate”. Triplo errore. Primo, perché i lamentosi si autosqualificano in quanto tali, specie in questa «età selvaggia, del ferro e del fuoco», come definita nel citato rapporto Censis curato da Massimiliano Valerii. Secondo, perché per essere presi sul serio nel mercato della politica internazionale bisogna scegliere una posizione, oppure nessuna, se ci si vuole specializzare nell’antica e nobile arte della pirateria, nuovamente di moda. Terzo, perché in politica, giusto il postulato di Lord Palmerston, non esistono amici o nemici eterni. Perpetuo resta solo l’interesse della nazione. Non entriamo qui nel merito della disputa su chi oggi comandi il mondo. Dibattito abbastanza ozioso, visto che siamo all’alba di una rivoluzione che nasce dalla fine dell’impero globale a stelle e strisce senza che nessuno ne abbia preso il posto. Interessa invece evocare il pericolo cui l’italica furbizia ci espone. Noi non siamo in grado di difenderci dall’attacco di potenze di qualche peso. Non tanto per deficit di armi e soldati quanto per indisponibilità psicologica e culturale a batterci. Sarà per la disabitudine al conflitto maturata negli ottant’anni di pace guadagnata volendo perdere la guerra mondiale, come diagnosticato nel 1945 da Salvatore Satta. Sarà perché un popolo di mediamente cinquantenni, nel quale le classi sociali che hanno sostenuto il peso delle grandi guerre sono virtualmente scomparse, anche volesse non potrebbe schierare un esercito all’altezza della sfida. Sarà soprattutto perché la morte cerebrale della politica esprime e rafforza l’inclinazione a pensare ciascuno per sé e nessuno per tutti. Se qualcosa di vero c’è in questa diagnosi, dubitiamo che l’antiamericanismo sia utile all’Italia. Trump può dire quel che vuole, ma l’Italia è militarmente parte del suo schieramento strategico. Le basi Usa, con tanto di bombe atomiche a (teorica) doppia chiave, diventerebbero immediatamente bersagli del nemico. Perciò restano l’unico deterrente di cui disponiamo. Regolato in gran parte da accordi segreti “negoziati” nel dopoguerra fra il vincitore e lo sconfitto. Sarebbe tempo di aggiornarli, non solo nel nostro interesse. Durante la guerra fredda il potenziale aggressore sovietico era certo — forse sbagliando — che in caso di attacco all’Italia avrebbe dovuto affrontare l’America. Oggi questa certezza, con relativa deterrenza, non c’è più. Anzi. Prima di dare il calcio dell’asino agli States, ragioniamo sulle probabili conseguenze della nostra furbizia. E magari diamo il nostro contributo alla pace, fosse solo per puro egoismo di Belpaese a scarsa vocazione bellica.

Lucio Caracciolo, Repubblica (14/12/2025)

Canzone del giorno: America (1968) - Simon & Garfunkel
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lunedì 15 dicembre 2025

Il lettore ideale

Torino, 7 giugno 1907

Concedetemi, cortese Amico, ch’io venga a disturbare la vostra solitudine per dirvi grazie di tutto il bene che pensate di me. Temo anzi che troppo bene Voi pensiate molto più ch’io non meriti; ma giova lasciarsi blandire da una qualche gentile voce di lusinga. Il lettore ideale è quello che sente, che quasi s’impossessa dell’anima di chi scrive…

Amalia Guglielminetti (1881 – 1941), da Lettere d’amore – Guido Gozzano Amalia Guglielminetti

Canzone del giorno: Vanishing (1991) - Bryan Adams
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venerdì 12 dicembre 2025

Provate con l'ignoranza

“Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza”. 

Parole sacrosante e poco ascoltate soprattutto dai politici queste di Derek Bok, antico rettore della celebre università di Harvard. A livello un po’ più banale, si potrebbe allegare un corollario pratico: quante volte si esige che i musei siano gratuiti, soprattutto per i giovani, i quali però non si lamentano di versare decine e decine di euro per l’ingresso in una discoteca o in uno stadio. Investire nell’istruzione qualificata è, comunque, una scelta produttiva ed efficace. Al contrario, ci troviamo spesso di fronte a quel risultato che il grande Montaigne sintetizzava lapidariamente: avremo scienziati senza conoscenza, magistrati senza giurisdizione, buffoni senza commedia. Governanti ignoranti sono alla fine più costosi al bene pubblico di una classe dirigente formata con un lungo e qualificato apprendistato, a causa dei danni che essi possono infliggere alla società con una politica incapace. Continuando la nostra riflessione lungo altre direzioni, teniamo a motto una delle Massime di Goethe: «Nulla è più terribile di un’ignoranza attiva». Essa imperversa soddisfatta, non conosce pudore, non accetta consigli, ostenta sempre sicurezza. Il campionario, al riguardo, è molteplice e, sconsolati, contro di loro si può solo ripetere il monito del Virgilio dantesco: «Oh creature sciocche, / quanta ignoranza è quella che v’offende!» (Inferno VII, 70-71). Procedendo lungo i diversi aspetti del tema, ricordiamo un’ulteriore distinzione spesso non sottolineata: intelligenza e sapienza non sono sempre sinonimi. Ci sono, infatti, cervelli raffinati ma crudeli (gli scienziati che lavoravano per Hitler ne sono un esempio) e, per dirla con un altro americano, lo scrittore Saul Bellow, «ci sono fessi con un alto quoziente d’intelligenza». La sapienza è, invece, comprensione con umanità, conoscenza con amore, esperienza con umiltà.

Gianfranco Ravasi, Domenica - Il Sole 24 Ore (14/9/2025)

Canzone del giorno: Ignorance Is The Enemy (2005) - Rodney Crowell
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giovedì 11 dicembre 2025

Oltre le imperfezioni

“Essere felici non significa che tutto è perfetto. Vuol dire che hai deciso di guardare oltre le imperfezioni.” 

Louise L. Hay (1926 – 2017)

Canzone del giorno: Oltre (2003) - Irene Grandi
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martedì 9 dicembre 2025

A capo scoperto

La rivoluzione corre ancora. L’immagine è folgorante. Almeno per noi che avevamo distolto lo sguardo. Migliaia di giovani iraniane in maglietta rossa e capo scoperto (lunghissimi capelli neri sciolti, code di cavallo, trecce) che si affollano alla partenza e poi scattano in avanti. Nelle gambe hanno tempi diversi — i video lungo il percorso ne mostreranno alcune camminare e chiacchierare a gruppetti — ma in testa hanno tutte la stessa idea. Muoversi, senza veli né corazze, polverizzando i divieti del regime islamico come le tradizioni di infinite culture che chiamano le donne a stare dentro, dietro, possibilmente da  nessuna parte. È successo il primo venerdì di dicembre sull’isola di Kish, nel Golfo Persico. Una corsa su strada, fuori dalle «major» del circuito internazionale: per loro, e pure per noi, la più preziosa tra le maratone che puoi disputare nella vita. Vai e metti il corpo di traverso a chi vorrebbe tracciare un itinerario che chiude il tuo spazio, i tuoi desideri, i tuoi tentativi di scoprire chi sei e potrai essere. È finita nel solito modo: la magistratura, che dipende dalla Guida Suprema Ali Khamenei, ha aperto un procedimento contro gli organizzatori, accusandoli di violazione delle norme su hijab e «decoro pubblico». Ma la verità è che non è finita affatto. Quasi mezzo secolo dopo l’inizio dell’era khomeinista, inverno 1979, il velo rappresenta ancora la sfida più visibile, materiale e ideale assieme, a uno Stato sessista, illiberale, incapace. Così ideologicamente rigido da non saper imboccare la via delle riforme e nello stesso tempo così ferocemente repressivo da saper posticipare il proprio collasso. Le iraniane e gli iraniani non ci chiedono di bombardare Teheran, bensì di continuare a guardare la loro rivoluzione. Come nel film Shahed - La testimone di Nader Saeivar (cui ha collaborato Jafar Panahi) , dove la violenza domestica si intreccia agli abusi di un potere politico e religioso corrotto. E dove tre generazioni di donne combattono allacciandosi l’una all’altra. Nella scena finale, la più giovane — semplicemente — danza uscendo di casa. Il vento spalancherà il cancello del giardino davanti a lei. La vediamo avanzare — ballare/correre, due cose che fanno impazzire le ragazze iraniane (e, in senso opposto, il regime) — e diventiamo così pure noi testimoni.

Barbara Stefanelli, Corriere della Sera (8/12/2025)

Canzone del giorno: Dreams Are Better (2017) - Sophie Zelmani
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sabato 6 dicembre 2025

Post Scriptum Film

Il Maestro

REGIA: Andrea Di Stefano
INTERPRETI: Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Dora Romano, Paolo Briguglia, Edwige Fenech, Carlo Gallo, Valentina Bellè
SCENEGGIATURA: Andrea Di Stefano, Ludovica Ramboldi
FOTOGRAFIA: Matteo Cocco
MUSICHE: Santi Pulvirenti
DURATA: 125'

USCITA: 13/11

"Chi è molto contento quando qualcuno gli risponde male?". La risposta all'indovinello (decisamente un po' datato!) ha a che fare con una delle tante situazioni di stress che coinvolgono chi partecipa ad una gara di Tennis. Nel rettangolo di gioco il tennista è da solo a combattere contro l'avversario che si trova dall'altra parte della rete. Ogni punto è fondamentale e se il proprio rivale risponde male a qualche servizio non può che essere “contento”. Ogni tennista (come ogni essere umano) lotta un po’ contro se stesso e, soprattutto, contro i propri errori. 
Il Maestro, film ben riuscito di Andrea Di Stefano,  utilizza proprio la spietatezza del gioco del tennis come metafora della vita. Lo stress psichico, le emozioni, i rimpianti, le cadute e le ripartenze che coinvolgono i protagonisti sono tutte componenti di una parte del divenire umano. 
L’ambientazione della trama negli anni ’80 rende ancora più dolce e drammatico il legame fra Felice (Tiziano Menichelli), giovane talento del tennis (soprattutto nelle ambizioni del padre che s’indebita pur d’inserirlo nel circuito dei tornei nazionali), e Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), ex tennista professionista che diventa suo maestro. Il film si concentra più sulle “sconfitte” che sulle vittorie della vita: l’allievo e il maestro si ritrovano entrambi a fare i conti con la fragilità della vita, ognuno nel proprio ruolo si ritrova ad affrontare situazioni che hanno a che fare non tanto con lo sport ma con la dimensione umana delle proprie debolezze. 
Ancora una volta Favino, forte delle sue straordinarie doti recitative, convince nel ruolo di un allenatore decaduto, assalito dalla disperazione e da un continuo stato di depressione. 
Il Maestro è un film che emoziona. La strana coppia, che gira l’Italia alla ricerca del successo, intraprende un percorso dentro i propri fallimenti ma, nello stesso tempo, scopre, tra vittorie mancate, strani incontri, inganni e bugie varie, che non sempre vale la pena di stare in difesa ma è necessario avere il coraggio di “scendere a rete” e attaccare.

Canzone del giorno: Cuccurucucu (1981) - Franco Battiato
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giovedì 4 dicembre 2025

Presentismo

Non siamo condannati al declino, dice Sergio Mattarella, intervenendo sulla denatalità e fotografando una generazione - quella dei nostri giovani - fatalmente in ritardo sulle tappe della vita. Le ragioni sono note: stipendi bassi e servizi carenti. Manca un orizzonte e non solo all'Italia. La vera condanna dell'Occidente è dunque il presentismo. Una società che, secondo l'osservazione di sociologi come Zygmunt Bauman e Francois Hartog, vive immersa nell'oggi, perdendo la capacità di progettare il domani e di assumersi la responsabilità del futuro. L'ossessione del presente, la ricerca di dividendi politici ed economici immediati, l'illusione di risolvere problemi complessi con misure che garantiscano un ritorno nel breve periodo, tutto questo spiega perché siamo lungimiranti solo nel pronosticare le emergenze che i nostri figli e i nostri nipoti dovranno affrontare. Il presentismo non ha l'attitudine, né la volontà, per prendere di petto la crisi demografica, il nodo della produttività e dei salari bassi, la sostenibilità di welfare e sanità, la transizione energetica, il grande tema dell'innovazione con le implicazioni dell'Intelligenza artificiale. Qualche esempio: non si può immaginare che una seria strategia di stimolo della natalità possa produrre effetti prima di 20-25 anni. Nel frattempo, per compensare la diminuzione della forza lavoro, sarà inevitabile programmare l'ingresso di migranti qualificati. E ovviamente far crescere la produttività grazie alla spinta dell'IA, che richiede a sua volta una formazione seria a scuola e una riqualificazione negli uffici Il guaio è che gli interventi che comportano dei costi oggi e dei benefici domani sono "elettoralmente tossici": quale maggioranza di governo - e quale opposizione che aspiri a diventare maggioranza di governo - è disposta a rinunciare al proprio tornaconto, perché un giorno lo riscuota qualcun altro? Sono soprattutto le democrazie a scontare questa miopia intergenerazionale. Lo potremmo definire il consumismo del consenso: i cicli elettorali e politici sono brevi; la pressione dell'opinione pubblica e dei media è sempre più alta; il dibattito sui  social impone risposte pronte all'uso, con slogan che parlano alla pancia dell'elettorato e non al suo cervello. Il nuovo imperativo è la velocità, mentre gli investimenti - economici, politici, sociali - hanno per forza di cose un rilascio lento. Non a caso, agli antipodi dei governi segnati da quel "breve termine" che l'Ocse ha definito un limite strutturale, si pone la Cina, il Paese programmato dal partito unico e dal suo leader Xi Jinping per diventare la prima economia nel mondo entro la metà del secolo e che persegue l'autosufficienza tecnologica nel 2035. Una notevole dimostrazione di pazienza, sottratta allo scrutinio popolare. La Cina ha tutto il tempo che l'Unione europea cerca faticosamente di ritagliarsi, tra mille retromarce e divisioni. E' un buon motivo per abbandonare i sistemi democratici? Decisamente no. Ma perché sopravvivano, è necessario che tornino a guardare al futuro, recuperando una capacità di visione e una generosità nei confronti delle nuove generazioni che sono state il tratto distintivo della ricostruzione nel Dopoguerra. Si sono ipotizzati strumenti molteplici: piani pluriennali vincolanti, la verifica in ogni legge e Manovra delle ricadute sui giovani, la creazione di commissioni intergenerazionali. Insomma, si è fatta molta accademia nessuno di questi strumenti funzionerebbe senza un nuovo contratto tra le forze politiche, una reale assunzione di responsabilità bipartisan, una programmazione di poche essenziali riforme che resistano all'alternanza delle maggioranze e delle leadership. Ma per un patto di questo tipo, per così dire un Next Generation italiano, bisognerebbe avere la forza - e il coraggio-di mettere da parte un presente troppo invadente.

Guido Boffo, Il Messaggero (2/12/2025)

Canzone del giorno: Today (1967) - Jefferson Airplane
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martedì 2 dicembre 2025

Fame

Vauro, da google.it












Canzone del giorno: Nightmare (1999) - Gaye Adegbalola
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lunedì 1 dicembre 2025

Playlist Novembre 2025

      

      1.      Red Hot Chili Peppers, Under The Bridge – (Blood Sugar Sex Magik – 1991) – Computo metrico

2.      David Cook, Time Marches On – (This Loud Morning – 2011) – Continua a scorrere

3.      Lauryn Hill ft. D’Angelo, Nothing Even Matters – (The Miseducation Of Lauryn Hill – 1998) Rinunce sanitarie

4.      Pino Marino, La mia velocità – (Tilt – 2020) – Velocità

5.      Snow Patrol, Chocolate – (Final Straw – 2003) – La cioccolata

6.      Talking Heads, The Book I Read – (Talking Heads 77” – 1977) – Tornare a leggere

7.      Deep Purple, Place In Line – (Who Do We Think We Are – 1973) – Place In Line

8.      Beatles, Revolution 1 – (The Beatles – 1968) – Controrivoluzione

9.      Mina, Ridi pagliaccio – (Ridi pagliaccio – 1988) – Pagliacci

10.   Tricarico, Oroscopo – (Giglio – 2008) – Gemelli

11.   Ramones, Cretin Family – (Adios Amigos! – 1994) – Il cretino

12.   Stevie Wonder, The Secret Life Of Plants – (Journey throgh the Secret Life of Plants – 1979) – Rosmarino

13.   Le Orme, Amico di ieri – (Smogmagica – 1975) – Amico di ieri