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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

martedì 9 dicembre 2025

A capo scoperto

La rivoluzione corre ancora. L’immagine è folgorante. Almeno per noi che avevamo distolto lo sguardo. Migliaia di giovani iraniane in maglietta rossa e capo scoperto (lunghissimi capelli neri sciolti, code di cavallo, trecce) che si affollano alla partenza e poi scattano in avanti. Nelle gambe hanno tempi diversi — i video lungo il percorso ne mostreranno alcune camminare e chiacchierare a gruppetti — ma in testa hanno tutte la stessa idea. Muoversi, senza veli né corazze, polverizzando i divieti del regime islamico come le tradizioni di infinite culture che chiamano le donne a stare dentro, dietro, possibilmente da  nessuna parte. È successo il primo venerdì di dicembre sull’isola di Kish, nel Golfo Persico. Una corsa su strada, fuori dalle «major» del circuito internazionale: per loro, e pure per noi, la più preziosa tra le maratone che puoi disputare nella vita. Vai e metti il corpo di traverso a chi vorrebbe tracciare un itinerario che chiude il tuo spazio, i tuoi desideri, i tuoi tentativi di scoprire chi sei e potrai essere. È finita nel solito modo: la magistratura, che dipende dalla Guida Suprema Ali Khamenei, ha aperto un procedimento contro gli organizzatori, accusandoli di violazione delle norme su hijab e «decoro pubblico». Ma la verità è che non è finita affatto. Quasi mezzo secolo dopo l’inizio dell’era khomeinista, inverno 1979, il velo rappresenta ancora la sfida più visibile, materiale e ideale assieme, a uno Stato sessista, illiberale, incapace. Così ideologicamente rigido da non saper imboccare la via delle riforme e nello stesso tempo così ferocemente repressivo da saper posticipare il proprio collasso. Le iraniane e gli iraniani non ci chiedono di bombardare Teheran, bensì di continuare a guardare la loro rivoluzione. Come nel film Shahed - La testimone di Nader Saeivar (cui ha collaborato Jafar Panahi) , dove la violenza domestica si intreccia agli abusi di un potere politico e religioso corrotto. E dove tre generazioni di donne combattono allacciandosi l’una all’altra. Nella scena finale, la più giovane — semplicemente — danza uscendo di casa. Il vento spalancherà il cancello del giardino davanti a lei. La vediamo avanzare — ballare/correre, due cose che fanno impazzire le ragazze iraniane (e, in senso opposto, il regime) — e diventiamo così pure noi testimoni.

Barbara Stefanelli, Corriere della Sera (8/12/2025)

Canzone del giorno: Dreams Are Better (2017) - Sophie Zelmani
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