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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 4 dicembre 2025

Presentismo

Non siamo condannati al declino, dice Sergio Mattarella, intervenendo sulla denatalità e fotografando una generazione - quella dei nostri giovani - fatalmente in ritardo sulle tappe della vita. Le ragioni sono note: stipendi bassi e servizi carenti. Manca un orizzonte e non solo all'Italia. La vera condanna dell'Occidente è dunque il presentismo. Una società che, secondo l'osservazione di sociologi come Zygmunt Bauman e Francois Hartog, vive immersa nell'oggi, perdendo la capacità di progettare il domani e di assumersi la responsabilità del futuro. L'ossessione del presente, la ricerca di dividendi politici ed economici immediati, l'illusione di risolvere problemi complessi con misure che garantiscano un ritorno nel breve periodo, tutto questo spiega perché siamo lungimiranti solo nel pronosticare le emergenze che i nostri figli e i nostri nipoti dovranno affrontare. Il presentismo non ha l'attitudine, né la volontà, per prendere di petto la crisi demografica, il nodo della produttività e dei salari bassi, la sostenibilità di welfare e sanità, la transizione energetica, il grande tema dell'innovazione con le implicazioni dell'Intelligenza artificiale. Qualche esempio: non si può immaginare che una seria strategia di stimolo della natalità possa produrre effetti prima di 20-25 anni. Nel frattempo, per compensare la diminuzione della forza lavoro, sarà inevitabile programmare l'ingresso di migranti qualificati. E ovviamente far crescere la produttività grazie alla spinta dell'IA, che richiede a sua volta una formazione seria a scuola e una riqualificazione negli uffici Il guaio è che gli interventi che comportano dei costi oggi e dei benefici domani sono "elettoralmente tossici": quale maggioranza di governo - e quale opposizione che aspiri a diventare maggioranza di governo - è disposta a rinunciare al proprio tornaconto, perché un giorno lo riscuota qualcun altro? Sono soprattutto le democrazie a scontare questa miopia intergenerazionale. Lo potremmo definire il consumismo del consenso: i cicli elettorali e politici sono brevi; la pressione dell'opinione pubblica e dei media è sempre più alta; il dibattito sui  social impone risposte pronte all'uso, con slogan che parlano alla pancia dell'elettorato e non al suo cervello. Il nuovo imperativo è la velocità, mentre gli investimenti - economici, politici, sociali - hanno per forza di cose un rilascio lento. Non a caso, agli antipodi dei governi segnati da quel "breve termine" che l'Ocse ha definito un limite strutturale, si pone la Cina, il Paese programmato dal partito unico e dal suo leader Xi Jinping per diventare la prima economia nel mondo entro la metà del secolo e che persegue l'autosufficienza tecnologica nel 2035. Una notevole dimostrazione di pazienza, sottratta allo scrutinio popolare. La Cina ha tutto il tempo che l'Unione europea cerca faticosamente di ritagliarsi, tra mille retromarce e divisioni. E' un buon motivo per abbandonare i sistemi democratici? Decisamente no. Ma perché sopravvivano, è necessario che tornino a guardare al futuro, recuperando una capacità di visione e una generosità nei confronti delle nuove generazioni che sono state il tratto distintivo della ricostruzione nel Dopoguerra. Si sono ipotizzati strumenti molteplici: piani pluriennali vincolanti, la verifica in ogni legge e Manovra delle ricadute sui giovani, la creazione di commissioni intergenerazionali. Insomma, si è fatta molta accademia nessuno di questi strumenti funzionerebbe senza un nuovo contratto tra le forze politiche, una reale assunzione di responsabilità bipartisan, una programmazione di poche essenziali riforme che resistano all'alternanza delle maggioranze e delle leadership. Ma per un patto di questo tipo, per così dire un Next Generation italiano, bisognerebbe avere la forza - e il coraggio-di mettere da parte un presente troppo invadente.

Guido Boffo, Il Messaggero (2/12/2025)

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