Un congedo, quello di Nicolás Maduro, che scioglie l’angoscia dei suoi oppositori e apre le incognite di stabilità di un Paese, il Venezuela, vittima della maledizione dell’oro nero. I 300 miliardi di barili di petrolio (sono queste le sue “riserve provate”) lo rendono terribilmente attrattivo; ciò soverchia e annulla qualsiasi distinguo tra democrazia, “democradura”, “dictadura” e “dictablanda”. L’alfa e l’omega della politica internazionale caraibica è descrivibile da due forme espressive, identiche e antitetiche : «nuestro petroleo» e «our oil». Venezuela e Stati Uniti non hanno mai rinunciato negli ultimi decenni a rivendicarne la proprietà. Tutto il resto si riduce a pretestuose esternalità: la lotta al (presunto) narcotraffico, l’esportazione (ennesima) della democrazia americana e l’illegittimità (vera) dell’ultimo mandato presidenziale di Maduro. Nessuno di questi fattori è mai stato il driver del rovesciamento del governo venezuelano. I deputati americani, sia dem, sia conservatori, lo hanno implicitamente ammesso. Il rapporto Onu 2025 è molto chiaro. Il documento afferma che il Venezuela è un attore di scarsissima rilevanza nel teatro del commercio di droghe: una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il Venezuela nel suo cammino verso Usa ed Europa. L’Onu ha dichiarato che il Venezuela ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca e marijuana, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Proprio così: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello venezuelano. Il traffico di droga avviene attraverso la rotta del Pacifico, per l’87% del suo volume. E non attraverso i Caraibi. I Paesi più coinvolti sono Colombia, Messico, Perù, Ecuador. Il Cartel de los soles, più volte definito da Trump come un pericoloso cartello di droga, non esiste. Non viene mai menzionato dal Rapporto Onu, né dalla Dea, l’Agenzia federale antidroga statunitense che combatte il traffico di sostanze stupefacenti. Jeremy McDermott, americano, cofondatore del think tank InSight Crime, ha dichiarato che «il Cartel de los soles non è una organizzazione propriamente detta, ma semplicemente designa la corruzione di alcuni apparati dello Stato». […] In sintesi, la strategia di Trump per l’America Latina, dall’Argentina all’Honduras passando dal Venezuela, punta a indebolire i legami costruiti negli ultimi anni con la Cina e il narcotraffico è un flebile pretesto. La dottrina Monroe, enunciata dal presidente James Monroe nel 1823, è stata ironicamente ribattezzata Donroe, in omaggio all’attuale presidente Donald. È la politica del “patio trasero”, our backyard, il nostro “cortile di casa” e rimarca la volontà di dominio su tutto il continente americano, dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Nelle prossime settimane le petroliere sequestrate al largo di Caracas, dirette in Oriente, avranno ancora meno possibilità di arrivare a destinazione. Karina Sainz Borgo, nel suo libro “Notte a Caracas”, scrive: « Quel mare è una sala operatoria con un bisturi affilato che squarta chi osa attraversarlo».
Roberto Da Rin, Il Sole 24 Ore (4/1/2026)
Canzone del giorno: Foreign Policy (2016) - Megadeth
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