nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

domenica 30 maggio 2021

Casablanca

Yvonne (Madeleine LeBeau) : Dove sei stato ieri sera?
Rick (Humphrey Bogart):  È passato tanto tempo, non me ne ricordo.

Yvonne: Ci vedremo questa sera?
Rick: Non faccio mai piani così in anticipo.

dal film Casablanca (1942) - Regia di Michael Curtiz


Canzone del giorno: Conversation Piece (2005) - Kings of Leon
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venerdì 28 maggio 2021

Massimo ribasso

Nel leggere l’accusa per gli arresti di Stresa – avere manomesso i freni d’emergenza per non bloccare l’impianto, e avere dunque provocato la tragedia del Mottarone – insieme al disgusto mi è venuta in mente questa frase: l’Italia del massimo ribasso. Procedura che probabilmente non c’entra nulla con la criminale decisione d’inserire sulla funivia il letale “forchettone” (termine molto italiano), ma che molto invece ha a che fare con quella cultura, diciamo così, d’impresa, che pur di aggiudicarsi un appalto – o di garantirsi gli incassi di giornata – non bada a spese. Nel senso che riduce i costi all’inverosimile, comprimendo i salari e favorendo il lavoro in nero. Ma è soprattutto sulla minima sicurezza che si rivale il massimo ribasso, come dimostrano i numeri assurdi degli infortuni sul lavoro: 554.340 denunciati all’Inail nel 2020, leggermente in calo nell’anno della pandemia, ma con 1.270 morti, più 16,6% rispetto al 2019. Senza contare il problema delle infiltrazioni mafiose che nella deregulation trovano sempre un terreno più che fertile. Principio quello di risparmiare su tutto il risparmiabile sul quale si preferisce non sottilizzare troppo nel momento in cui l’Italia riprende a camminare. Infatti, se qualcuno prova a obiettare che la giusta necessità di accelerare il processo produttivo, evitando le lungaggini burocratiche, non può avvenire a discapito dell’incolumità dei dipendenti e degli utenti, apriti cielo. Nel migliore dei casi le osservazioni prudenziali sulla indispensabile incolumità delle persone saranno catalogate come “ideologiche” (ovvero stataliste e dunque anti-industriali). Come se chiedendo verifiche più rigorose avessi parlato male di Garibaldi. Speriamo che dopo le aspre critiche di sindacati, Pd e sinistra sulla bozza del decreto Semplificazioni – con costi abbattuti in eccesso, subappalti a volontà e controlli affidati ai controllati – non si debba un giorno parlare del governo Draghi come del governo del massimo ribasso. E che l’auspicata ripresa non debba mai più consentire che le vite umane siano giocate sulla ruota della fortuna. Fino a quando succede che un cavo si spezza.

Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano (27/5/21)

Canzone del giorno: When the Levee Breaks (1971) - Led Zeppelin
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mercoledì 26 maggio 2021

Piccola stanza

Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti. Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa – sì, io immagino che sia nella testa – ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi. Un po’ come le sale della biblioteca, con tanti scaffali. E per poterci orientare con sicurezza nel nostro spirito, dobbiamo tenere in ordine l’archivio di quella stanza: continuare a redigere schede, fare pulizie, rinfrescare l’aria, cambiare l’acqua ai fiori. In altre parole, tu vivrai per sempre nella tua biblioteca personale.


Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia (2002)


Canzone del giorno: Nella mia stanza (2005) - Negramaro
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lunedì 24 maggio 2021

Tregua

Era un primo passo indispensabile per mettere fine alle sofferenze, ma il cessate il fuoco finalmente accettato la sera del 20 maggio da Israele e Hamas, all’undicesimo giorno di scontri, garantisce solo una tregua, non una pace duratura. Niente impedisce che tra qualche mese o qualche anno, con un’altra scintilla, si ricominci a combattere. Come rompere questo circolo vizioso di violenza? Da anni ormai nessun processo di pace è in corso. Le condizioni di un negoziato oggi non esistono, né sul fronte israeliano, in assenza di un governo stabile e considerata la deriva verso l’estrema destra, né sul fronte palestinese, profondamente diviso. Lo status quo, però, è insostenibile, e non genera rassegnazione, bensì frustrazione e collera. Allora bisogna porsi la domanda tabù: è necessario trattare con Hamas? D’altronde in passato Israele ha negoziato con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’Olp di Yasser Arafat, un’azione all’epoca vietata dalla legge israeliana. Quali possono essere gli argomenti per dialogare con Hamas? Al momento la domanda è puramente retorica, soprattutto dopo gli ultimi sviluppi. Hamas è tuttora considerata un’organizzazione terrorista, responsabile di attentati spietati. Ma la pace si fa con i nemici, non certo con gli amici. In Afghanistan gli Stati Uniti hanno negoziato con i taliban, colpevoli di atrocità indicibili. La trattativa è indispensabile quando non si riesce a far sparire l’avversario. Hamas si nutre dell’assenza di soluzioni, e non sarebbe così forte in un contesto portatore di speranza. L’organizzazione approfitta anche del discredito che ha colpito l’Autorità palestinese di Abu Mazen, che si limita agli affari correnti senza offrire alcuna soluzione. Hamas sarà pure un’organizzazione terrorista, ma trae la sua forza dalla tragedia in corso e si rafforza quando subisce pesanti perdite. (...) Negli ultimi anni diverse voci si sono levate per spingere Hamas ad abbandonare la violenza e diventare una forza politica a tutti gli effetti. Ma non è stato possibile. Forse è un’eresia, e Hamas dovrà essere giudicato per le sue azioni, non per le sue parole. Ma una volta che sarà cessato il rumore delle armi bisognerà porsi la domanda sul “dopo”, cercando in tutti i modi di scongiurare scontri che non farebbero altro che alimentare l’odio e le violenze di domani.

Pietre Haski, radio France Inter (21/5/2021) - www.internazionale.it (traduzione di Andrea Sparacino)

Canzone del giorno: On Your Way Home (2021) - Patrick Droney
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sabato 22 maggio 2021

Rivelazioni


Non l'arte imita la vita, ma la vita l'arte; le cose non esistono se prima non le rivelano gli artisti.

Guido Gozzano (1883 – 1916), L’altare del passato (1917)


Canzone del giorno: Beyond and Before (1969) - Yes
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mercoledì 19 maggio 2021

Battiato

A un orecchio distratto i testi di Franco Battiato sembrano un’accozzaglia di frasi incomprensibili e citazioni esotiche, pieni di parole buttate a caso senza riferimenti precisi. Come se fossero soltanto un mezzo, l’esibizione di una cultura alternativa e di un gusto un po’ freak. L’atmosfera musicale di alcuni brani sembra avvalorare questa ipotesi: sonorità leggere, giocose, altamente orecchiabili. Al contrario, i testi e le musiche di Battiato hanno sempre avuto un’intenzione filosofica netta e precisa, e una vera e propria funzione sociale: aumentare il livello medio di coscienza di una popolazione - quella italiana - continuamente immersa in una cultura vecchia, fatta di comportamenti ipocriti e finzioni, in cui ogni azione priva di etica viene giustificata dall’idea che tanto così fan tutti.  Per Battiato la musica è sempre stata un veicolo per la trasmissione di condizioni interiori, e ripercorrere una parte della sua discografia permette di rintracciare i tratti fondamentali di una poetica insolita, particolarissima, che gli ha permesso di trasmettere idee millenarie a milioni di persone.  (...) Seppure  in atmosfere sognanti e in testi suggestivi, la poetica di Battiato è intrisa di devastante consapevolezza, privata perché impersonale e politica perché è calata in un mondo palesemente in declino. 
Nella sua opera Battiato ha raccontato - a volte in modo allusivo - le proprie mediocrità, i limiti, le storture su cui ha cercato di lavorare, e forse è stata proprio la manifestazione del suo percorso di trasformazione a spingerci a vederlo talvolta come un guru o un’autorità, anziché come un essere umano che ha tentato di osservare le proprie identificazioni e che ha cercato un “centro di gravità permanente, che non mi faccia più cambiare idea sulle cose e sulla gente“. 

Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Linus -  Omaggio a Franco Battiato (ottobre 2020)


Canzone del giorno: Centro di gravità permanente (1981) - Franco Battiato
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domenica 16 maggio 2021

Pochi figli

L’Italia ha appena vissuto il più rapido calo di popolazione mai registrato nella sua storia unitaria ad eccezione del 1919, anno di febbre spagnola. Nel 2020, abbiamo perso quasi quattrocentomila abitanti. Anche questa volta una pandemia ha contribuito drammaticamente alla recessione demografica, ma cercare di spiegare tutto così significherebbe mettere la testa nella sabbia. È da sei anni che la popolazione in Italia non fa che scendere, anno dopo anno. Qualcosa del genere non era mai accaduto in un secolo e mezzo di Stato unitario, al massimo c’era stato un biennio di calo proprio all’uscita dalla prima guerra mondiale. Invece ora siamo in tempo di pace eppure dal 2015 abbiamo già perso poco meno di 1,1 milioni di abitanti, senza mai riuscire a invertire la rotta. E anche se lasciamo per un momento da parte i valori e la psicologia di una nazione, un fenomeno del genere avrà sempre conseguenze concrete. Poiché in media un italiano spende quasi 17 mila euro all’anno in consumi (mangiare, vestirsi, riscaldarsi o andare in vacanza), oltre un milione di abitanti in meno alla lunga creano differenze strutturali. Equivalgono all’uno per cento di prodotto interno lordo in meno, ogni anno: meno consumi, minore fatturato delle imprese, meno investimenti per vendere prodotti a una platea che si restringe e invecchia, meno gettito fiscale, meno capacità di sostenere i sistemi di welfare. Per un Paese in recessione demografica permanente, la crescita necessaria a sostenere il debito pubblico più alto della sua storia diventa una chimera. Non siamo in equilibrio, non possiamo semplicemente rassegnarci all’idea di un’Italia un po’ meno popolata. Anche perché tutto questo non nasce oggi, ma viene da lontano e rischia di proseguire molto a lungo se non si fa niente per spostare la traiettoria del Paese.  A guardar bene, questo è un fenomeno che le classi dirigenti italiane del dopoguerra non hanno mai realmente cercato di governare. L’hanno lasciato a se stesso, come facesse parte della natura e non della politica. (...) Le élite italiane, ammesso che fossero tali, non ci hanno mai dedicato un pensiero. Il risultato è che dopo la guerra gli italiani erano tre milioni più dei francesi e ora sono otto di meno. I bebè erano quasi un quarto di più e ora sono poco più della metà, al conto dell’anno scorso.

Federico Fubini, Corriere della Sera (15/5/2021)


Canzone del giorno: My Three Sons (2008) - Elvis Costello
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