Alla mia cartolina provocatoria Markéta rispose con un biglietto breve e banale, le altre lettere che le spedi nel corso delle vacanze non ricevettero risposta. Ero sulla montagna a raccogliere fieno con una brigata dell’università, il silenzio di Markéta mi procurava grande tristezza. Da lì le scrivevo quasi ogni giorno lettere piene di un’infatuazione supplichevole e malinconica; la scongiuravo di fare in modo che potessimo vederci almeno nelle ultime due settimane di vacanza, ero pronto a non andare a casa, non vedere mia madre che era là sola, ad andare dovunque fosse Markéta; e tutto questo non soltanto perché lei mi piaceva, ma soprattutto perché era l’unica donna sul mio orizzonte e perché la condizione di ragazzo senza una ragazza mi era insopportabile. Ma Markéta non rispondeva. Non capivo che cosa stesse accadendo. Tornai a Praga in agosto e riuscì a trovarla a casa. Andammo a fare la solita passeggiata lungo la Vltava e sull’isola - il Prato dell’imperatore (quel prato triste, con pioppi e campi da gioco vuoti) -, e Markéta sosteneva che tra noi non era cambiato nulla, e difatti si comportava come sempre, ma era proprio quell’identicità spasmodicamente immobile (l’identicità del bacio, l’identicità della conversazione, l’identicità del sorriso) a essere deprimente. Quando chiesi a Markéta un appuntamento per l’indomani, mi disse di telefonarle, che ci saremmo messi d’accordo. Telefonai: una voce femminile sconosciuta mi annunciò che Markéta aveva lasciato Praga. Ero infelice come può essere infelice sono un ragazzo di vent’anni quando non ha una donna; un ragazzo ancora abbastanza timido, che finora a conosciuto l’amore fisico solo poche volte, di sfuggita e male, e nel frattempo non smette mai di pensarci. Le giornate erano insopportabilmente lunghe e inutili; non riuscivo a leggere, non riuscivo a lavorare, andava al cinema tre volte al giorno, a tutti gli spettacoli, uno dopo l’altro, pomeriggio e sera, solo per ammazzare in qualche modo il tempo, Solo per coprire in qualche modo quell’ululato di civetta che saliva di continuo da dentro di me.
Milan Kundera, Lo scherzo (1967)






