nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 13 luglio 2023

Markèta

Alla mia cartolina provocatoria Markéta rispose con un biglietto breve e banale, le altre lettere che le spedi nel corso delle vacanze non ricevettero risposta. Ero sulla montagna a raccogliere fieno con una brigata dell’università, il silenzio di Markéta mi procurava grande tristezza. Da lì  le scrivevo quasi ogni giorno lettere piene di un’infatuazione supplichevole e malinconica; la scongiuravo di fare in modo che potessimo vederci almeno nelle ultime due settimane di vacanza, ero pronto a non andare a casa, non vedere mia madre che era là sola, ad andare dovunque fosse Markéta; e tutto questo non soltanto perché lei mi piaceva, ma soprattutto perché era l’unica donna sul mio orizzonte e perché la condizione di ragazzo senza una ragazza mi era insopportabile. Ma Markéta non rispondeva. Non capivo che cosa stesse accadendo. Tornai a Praga in agosto e riuscì a trovarla a casa.  Andammo a fare la solita passeggiata lungo la Vltava e sull’isola - il Prato dell’imperatore (quel prato triste, con pioppi e campi da gioco vuoti) -, e Markéta sosteneva che tra noi non era cambiato nulla, e difatti si comportava come sempre, ma era proprio quell’identicità spasmodicamente immobile (l’identicità del bacio, l’identicità della conversazione, l’identicità del sorriso) a essere deprimente.  Quando chiesi a  Markéta un appuntamento per l’indomani, mi disse di telefonarle, che ci saremmo messi d’accordo. Telefonai: una voce femminile sconosciuta mi annunciò che Markéta aveva lasciato Praga. Ero infelice come può essere infelice sono un ragazzo di vent’anni quando non ha una donna; un ragazzo ancora abbastanza timido, che finora a conosciuto l’amore fisico solo poche volte, di sfuggita e male, e nel frattempo non smette mai di pensarci. Le giornate erano insopportabilmente lunghe e inutili; non riuscivo a leggere, non riuscivo a lavorare, andava al cinema tre volte al giorno, a tutti gli spettacoli, uno dopo l’altro, pomeriggio e sera, solo per ammazzare in qualche modo il tempo, Solo per coprire in qualche modo quell’ululato di civetta che saliva di continuo da dentro di me.

Milan Kundera, Lo scherzo (1967)


Canzone del giorno: Howl (2009) - Florence and The Machine
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martedì 11 luglio 2023

Il ponte sospeso sullo Stretto

C’è un ponte sospeso sullo Stretto di Messina. Noi non possiamo vederlo, ma lui sì: il ministro Salvini allunga lo sguardo sullo specchio d’acqua dove un tempo navigava Ulisse, dove secondo la leggenda Colapesce regge l’isola dal fondo per evitare che un giorno s’inabissi, dove l’effetto di Fata Morgana riflette a mezz’aria l’immagine delle due città gemelle, e già vede Scilla e Cariddi coniugate dal mastodonte lungo più di 3 chilometri, retto da due piloni che salgono a 400 metri di quota. Sarà l’ottava meraviglia, la sua piramide privata. Sarà inoltre l’eccezione che smentisce ogni principio conosciuto. Giacché i ponti uniscono, collegano due sponde contrapposte. Invece il ponte sullo Stretto divide, divarica, distanzia. Non solo la politica, con destra e sinistra a fronteggiarsi tra favorevoli e contrari. Benché – diciamolo – a suo tempo l’idea venne sposata pure da Prodi, D’Alema, Rutelli, Renzi, oltre che da Berlusconi. Ma questo ponte ci separa inoltre dalla logica, o almeno dal buon senso. E ci allontana, ahimè, dalla Costituzione, dai suoi valori. Mettiamo da parte i dubbi tecnici, che pure in queste faccende dovrebbero essere importanti. Anche se molti studiosi di strutture in acciaio lo reputano di fatto irrealizzabile, anche se il ponte a campata unica più esteso del mondo (quello dei Dardanelli in Turchia) misura il 63 per cento in meno di quest’ultimo prodigio. Lasciamo altresì da parte il rischio eolico, in una zona battuta da venti formidabili, che impediranno il traffico per almeno 30 giorni l’anno. O il rischio sismico, dopo 36 terremoti catastrofici nell’arco di due millenni (l’ultimo, nel 1908, ha fatto 80 mila morti). E dimentichiamo che le due sponde dello Stretto poggiano su placche continentali che si divaricano d’un centimetro per anno. In due secoli fanno un paio di metri;  e allora il ponte si romperà come una corda tesa. Sì, possiamo trascurare questi leggeri inconvenienti, possiamo perfino disinteressarci della sorte cui vanno incontro le popolazioni locali. Il comitato “Invece del ponte” calcola che i lavori dureranno almeno 10 anni, in base al raffronto con il Terzo valico e con altre opere pubbliche perennemente incompiute. Nel frattempo Messina verrà traforata dalle cave (occorre scavare 8 milioni di metri cubi, secondo alcune stime). Subirà il passaggio di centinaia di camion al giorno. Respirerà nubi di polvere. Verrà assordata dal rumore. Per ottenerne in cambio un’astronave sospesa fra le mulattiere, giacché in Sicilia corre (si fa per dire) il treno più lento d’Italia: 13 ore da Trapani a Ragusa. Ecco, qui comincia ad affacciarsi la regola costituzionale, ammesso che qualcuno voglia prenderla sul serio. In quella Carta non c’è forse scritto che “la sovranità appartiene al popolo”? E si può allora decidere tutto questo pandemonio senza l’assenso popolare? In Francia la legge Barnier del 1995 garantisce il giudizio della cittadinanza sui grandi progetti d’infrastrutture nazionali. Da parte nostra potremmo quantomeno celebrare un referendum consultivo, è il minimo. Magari allargandolo a tutti gli italiani, dato che le grandi opere hanno sempre un rilievo nazionale, dato che in ballo c’è una spesa di 11 miliardi. Il governo, viceversa, ha in odio il dibattito, preferisce l’indottrinamento. Sicché assegna un milione l’anno alla società concessionaria per “sensibilizzare” le popolazioni di Messina e Villa San Giovanni, anche attraverso concorsi nelle scuole. Roba da Minculpop, altro che libertà d’informazione. Ma il governo ha in odio pure la concorrenza, benché a sua volta iscritta nelle tavole costituzionali. Difatti attribuisce l’opera al vecchio General Contractor (disdetto nel 2013) senza una nuova gara; e scaricando per giunta tutti i rischi sulla parte pubblica, come ha denunziato l’Autorità Anticorruzione. Infine, la Costituzione subisce una ferita nella norma – celeberrima – che promette la tutela del paesaggio. Che ne sarà di quel tratto di mare, con una cicatrice nera a sfregiare l’orizzonte? Sennonché lo Stretto di Messina è parte del patrimonio culturale, oltre che di quello naturale. Ne scrisse Omero, e poi anche Tucidide, e Virgilio, e Lucrezio, e Ovidio, e Dante, e Goethe, e Pascoli, e D’Arrigo. Si può oscurare questo lascito in nome della viabilità? Sarebbe come costruire un ponte sospeso sopra il Colosseo, per migliorare il traffico di Roma. Ma lo Stato italiano ha appena riformato l’articolo 9 della Costituzione, per rafforzare la tutela del paesaggio; e con quest’impresa diventa il primo nemico del paesaggio.

Michele Ainis, la Repubblica (10/7/2023)

Canzone del giorno: Oceans of Emotions (2023) - The Teskey Brothers
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sabato 8 luglio 2023

Tanta roba

Silvio Berlusconi lascia tanta roba, ma tanta sul serio. Una vertigine, uno sterminio, una tale infinità di soldi, aziende, ville, palazzi e ammennicoli che nell’immaginario italiano, ormai da più di trent’anni, supera la semplice dimensione contabile per entrare in quella incandescente e contagiosa del Mito. Dalla Bibbia, per intendersi, a Paperon de Paperoni che si tuffa e fa il bagno nelle monete. E questo anche perché ai veri miliardari “la ricchezza non basta — ha scritto sull’Avvenire Luigino Bruni, economista e grande esegeta delle Scritture: — i veri potenti hanno bisogno che la loro ricchezza sia vista, lodata, invidiata, e quindi deve essere eccessiva, dissipata, sprecata in cose inutili. Perché in realtà, per loro, essere ricchi e potenti è troppo poco: vogliono essere Dio, esseri divini e come tali adorati e venerati dai sudditi. Il vitello d’oro dell’Antico Testamento — continua Bruni — non è solo l’icona dell’oggetto, ma anche l’immagine del soggetto idolatrico, di chi, una volta conquistati tutti i beni, avverte invincibile il desiderio del bene finale, escluso ai mortali in quanto prerogativa degli dei. E così tenta quest’ultimo folle volo…”. Ma zàc, e addio Cavaliere! Posto che Berlusconi è stato troppe cose per essere ridotto alla sola ricchezza, occorre riconoscere che la sua non è mai apparsa avara e anzi, come ammesso di recente da Pierluigi Bersani (gemello astrologico di Silvio), è stato capace “di trasmettere una certa generosità”. D’altra parte è pur vero che il Cavaliere era consapevole che la sua conclamata munificenza lo rendeva diverso da chiunque altro rientrando a pieno titolo nella sua concezione di sovrano. Per cui da sempre ha operato in pubblico come un assiduo e magnifico donatore. Natali, capodanni, compleanni, cerimonie di fine legislatura, premi per i collaboratori (con Dell’Utri non si pensi mica che è la prima volta), ricompense per le amichette (ciò che gli ha creato un sacco di guai); ogni occasione era buona e Berlusconi regalava automobili, appartamenti da Milano a Palermo, gioielli, costosi bracciali, un tempo palmari e poi telefonini per i suoi parlamentari, una volta anche un tapis-roulant a ciascuno. […] Molti ne hanno certamente approfittato; ma il Cavaliere ha sempre ignorato tanto i numerosi vampiri quanto i furboni. Altre contingenze minacciavano il suo patrimonio. Perciò continuava a far scorte di regali prevedendo occasioni e opportunità. Ha raccontato l’avvocato Ghedini dopo l’impiccio di Noemi, quando il gioielliere Damiani venne convocato ad Arcore e il Cavaliere “si mise lì, paziente, a ordinare: 30 collanine, 20 ciondoli, 40 bracciali. Berlusconi — insisteva — è fatto così, gli piace sorprendere e gratificare”. Forse c’entra poco, o forse è una pretesa eccessiva cercare di capire oggi se nell’ultimo regalo della sua vita è riuscito a sorprendere e gratificare tutti e cinque i figli intorno ai quali, a partire dalla prima lettera di Veronica (gennaio 2007) s’era venuto a creare, nei criteri di ripartizione tra primo e secondo letto, un discreto, ma stringente groviglio ereditario. Nel frattempo l’eccezionale e debordante ricchezza di Berlusconi ha cessato di essere di un solo uomo. Finisce il Mito, inizia lo spezzatino del vitello d’oro.

Filippo Ceccarelli, la Repubblica (7/7/2023) 

Canzone del giorno: The Big Money (1985) - Rush
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venerdì 7 luglio 2023

Testamento aperto

 

Claudio Cadei, da google.it













Canzone del giorno: Il testamento di Tito (1970) - Fabrizio De Andrè
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martedì 4 luglio 2023

Generazione della rinuncia

Cosa succede se le nuove generazioni perdono la fiducia nel futuro e nella possibilità di cambiare il mondo? Se il loro desiderio si spegne? In Francia, l'uccisione da parte della polizia del diciassettenne Nahel è stata la miccia che ha acceso la rabbia latente di tanti ragazzi. Combinandosi con il senso di discriminazione razziale e la forte contrarietà già presente verso il decisionismo di Macron, il disagio generazionale si è reso evidente in una forma distruttiva. In Italia (con un tasso di abbandono scolastico del 13% tra i più alti d'Europa e un esercito di 2 milioni di under 30 che non studiano né lavorano), il disagio diffuso delle nuove generazioni si manifesta in una forma meno eclatante, ma non per questo meno preoccupante. Psicologi e servizi sociali segnalano l'aumento di forme gravi di ritiro sociale, e più in generale di uno stato ansiogeno che diventa un vero fattore di blocco per tanti ragazzi. Le dipendenza sono diffuse (alcool, droghe, videogiochi, azzardo), gli episodi di violenza di gruppo ripetuti, le relazioni affettive fragili e ritardate, il lavoro tenuto a distanza. I turni, lo stress, la fatica fisica: le imprese si stanno accorgendo quanto sia complicato trattare con i più giovani che, anche di fronte a una proposta di lavoro, valutano solo i «contro» (che in moltissimi casi superano i «pro», questo va detto) e declinano. Relegata in una condizione di instabilità cronica, da cui peraltro non ha fretta di uscire, buona parte della coorte giovanile contemporanea si dispone lungo uno spettro che va dal disagio acclarato alla disaffezione nei confronti del mondo circostante. Non protesta, ma ha distacco e disillusione. Una generazione che è nella condizione di poter desiderare, sembra incapace di farlo. E la società degli adulti certo non aiuta. Chi è nato negli anni 2000 è cresciuto in un mondo instabile. Prima la lunga stagione di difficoltà provocata dai dissesti finanziari del 2008; poi la pandemia e ora la guerra in Europa. Per le ultime generazioni, il mondo è pericoloso e il futuro fuori controllo. Mentre gli effetti a medio - lungo termine del cambiamento climatico sono vissuti fatalisticamente: «Saremo noi a pagare il conto di chi ci ha preceduto». In buona sostanza, i giovani - numericamente pochi - pensano di aver ereditato un «bidone»: un mondo avariato, intrattabile e per di più refrattario al cambiamento. Questa sfiducia di fondo si combina col benessere a cui i giovani, anche quelli delle fasce più marginali, possono in un modo o nell'altro accedere. Livelli di consumo più che soddisfacenti sono garantiti dalla famiglia, dalla possibilità di lavoretti più o meno precari o (specie al sud) da qualche forma di sussidio pubblico. Senza dire che, di norma, i ragazzi arrivano fino ai 20-25 anni senza nessuna esperienza concreta (lavoro, volontariato, responsabilità) dentro la bolla di una scuola (per chi la frequenta) che rimane ingessata e astratta. I social (accusati da Macron di aver fomentato la rivolta) hanno un peso importante, anche perché nessuno ha educato al loro uso. Soprattutto dopo il lockdown, l'abitudine a stabilire rapporti a distanza filtrati dallo schermo fa perdere competenze relazionali essenziali per il saper vivere. Grande è la tentazione di rimanere all'interno di un mondo virtuale fatto a propria immagine e somiglianza, in cui l'incontro con l'altro reale non avviene mai. D'altra parte, in una società come quella italiana, con una mobilità sociale bloccata da anni, in cui le posizioni più interessanti sono stabilmente occupate da generazioni che invecchiano molto più tardi, è difficile per un giovane immaginare di farcela. E d'altra parte, in un mondo in cui è la figura stessa dell'adulto a essere evaporata e/o deludente, non è chiaro per quale ragione si debba desiderare di diventarlo. E in un mondo in cui sia l'esperienza famigliare che quella lavorativa sono del tutto scomposte, non è scontato per i ragazzi avere dei punti di riferimento saldi. Così, le gerarchie sociali sono completamente risegnate: mentre crolla l'autorevolezza dei genitori, degli insegnanti, dei politici, visti come già superati dall'innovazione incalzante, i nuovi riferimenti sono figure mediatiche idealizzate (campioni sportivi, youtuber, influencer, personaggi della moda e dello spettacolo). Di fronte a un mondo che non capiscono e non amano, molti ragazzi si sentono soli. Incapsulati in piccole nicchie di benessere, faticano a capire ciò per cui valga la pena vivere. E temendo la fatica e la frustrazione - a cui nessuno li ha educati - rifuggono il rischio della prova. Per questo, alla fine, si ritraggono. E la generazione della rinuncia. Non tutti sono così. Ci sono giovani meravigliosi che sono molto più avanti dei loro padri. Più intelligenti, più critici, più capaci, più consapevoli delle sfide da affrontare. Ma sono una minoranza. Molti di più sono quelli che si accucciano in una sorta di posizione fetale, che è insieme fuga dal mondo e fuga da sé. Il transito generazionale è a rischio. Anche senza esplodere come in Francia, da noi la questione generazionale è un problema serio e urgente.


Mauro Magatti, Corriere della Sera (4/7/2023)


Canzone del giorno: My Starless Sky (2023) - Graziano Romani
Clicca e ascolta: My Starless Sky....

domenica 2 luglio 2023

La profondità degli abissi

C'è chi insegue la sua occasione
C'è chi cerca d'esser miglioreC'è chi insegue il suo grande amoreE c'è chi insegue la sua ossessione
La veritàLa verità la so organizzareLa veritàSe servirà, si può travestireMi fido soloQuando vedo quello che fissiLa profondità degli abissiLa profondità degli abissi
Manuel Agnelli, La profondità degli abissi (2022)

Canzone del giorno: La profondità degli abissi (2022) - Manuel Agnelli
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sabato 1 luglio 2023

Playlist Giugno 2023

     1.      Lou Reed, Nobody’s Business – (Conely Island Baby – 1976) – Emergenze

2.      John Lennon, Woman Is The Nigger of the World – (Some Time in New York City  – 1972) – La viltà dei violenti

3.      Supertramp, Know Who You Are – (Famous Last Words – 1982) – Come noi

4.      Nick Drake, Pink Moon – (Pink Moon – 1972) – Formicai

5.      Negrita, Vertigine – (Radio Zombie – 2001) – Implosione tunisina

6.      Tom Waits, Closing Time – (Closing Time – 1973) – Berlusconi

7.      Paolo Conte, Pomeriggio zenzero – (Amazing Game – 2016) – Pomeriggio

8.      Papa Roach, Snakers – (Infest – 2000) – Rapito

9.      Bad Company, Live For The Music – (Run With The Pack – 1976) – Live For The Music

10.   Elisa, Un filo di seta negli abissi – (L’anima vola – 2013) – Abissi

11.   Uriah Heep, Bird Of Pray – (Salisbury – 1971) – Ammutinamento

12.   The Black Keys, Things Ain’t Like They Used to Be – (Attack & Release – 2008) – Multipolare