Mi preoccupano gli appelli a favore
della didattica a distanza lanciati da alcuni collettivi studenteschi. Dopo l’esperienza terribile della pandemia,
come si fa a non capire che le lezioni virtuali danneggiano soprattutto gli
studenti? L’autentico insegnamento, si sa, non può prescindere dall’esperienza
umana e intellettuale che si compie nelle aule, ogni giorno, in un mondo vivo e
reale, fatto di incontri e scambi concreti tra professori e discenti. Ridurre questa esperienza a una relazione
virtuale significherebbe trasformare l’istruzione in uno sterile mercato di
lauree e diplomi e gli studenti in clienti da fidelizzare. In diversi
atenei la cosiddetta didattica mista si è rivelata un fallimento: molti dei
posti disponibili sono rimasti vuoti. Dopo quasi due anni di incertezza, ora è
importante riconquistare la «postura» smarrita: svegliarsi al mattino e arrivare
a lezione in orario educa a gestire con rigore le proprie responsabilità.
Prorogare il doppio regime (presenziale e telematico) laddove non è necessario,
significa ritardare il ritorno alla normalità e sostenere una pericolosa
istruzione on demand. Anziché cavalcare
l’onda del virtuale, sarebbe opportuno per gli studenti rivendicare un radicale
cambio di passo: la necessità di avere buoni insegnanti, il diritto di
studiare per diventare migliori e non solo per apprendere un mestiere, il
ritorno a un’educazione libera dalle pressioni del mercato e del profitto, la
garanzia di frequentare edifici sicuri, la certezza del sostegno a coloro che
hanno problemi economici o che sono affetti da disabilità. Se non si riducono le ataviche
disuguaglianze, è illusorio parlare di «merito». L’autentico merito
presuppone delle precondizioni che, contro i privilegi sociali e di casta,
puntano ad offrire a tutti le stesse opportunità. Destinare i fondi del Pnrr
solo al digitale non servirà a favorire un’istruzione di qualità per formare
cittadini colti e dotati di senso critico.
SCENEGGIATURA: Francesca Archibugi, Laura Paolucci, Francesco Piccolo FOTOGRAFIA: Luca Bigazzi
MONTAGGIO: Esmeralda Calabria
DURATA: 126'
USCITA: 14/10/
Quando si ha a che fare con delle
trasposizioni cinematografiche di opere letterarie, è facile imbattersi nel
classico luogo comune: “I film sono sempre peggiori dei romanzi da cui sono
tratti“. Tratto
dall’omonimo e famoso romanzo di Sandro Veronesi, “Il Colibrì“ è un film che
rischiava di impantanarsi fra le molteplici complessità di un corpo letterario suggestivo e originale. Francesca Archibugi, sicuramente
cosciente dell’ardua sfida, per trovare il giusto equilibrio fra il testo e la
sua interpretazione personale, si è affidata a un cast di eccezione, facendosi coadiuvare nella sceneggiatura da autori di rilievo come
Francesco Piccolo e Laura Paolucci nonché ingaggiare un pregevole e raffinato direttore della fotografia come Luca Bigazzi. Il romanzo di Veronesi è pieno di vita ma, nello stesso tempo,
colmo di dolore e morte. È il racconto di un uomo che tenta, e spesso ci
riesce, di rimanere sempre uguale a se stesso. La regista cerca di restare
fedele alla struttura portante del romanzo e ripercorre con innumerevoli flash
back a incastro le vicissitudini del protagonista (come al solito un Francesco
Favino in piena forma e credibile nel ruolo che interpreta) che si svolgono dai
primi anni ‘70 ai giorni nostri e, alla fine, anche in un futuro prossimo. E
qui si ritorna al “luogo comune”: sicuramente per i tanti lettori del libro di
Veronesi, il film riesce a presentarsi come un efficace adattamento pur non sempre cogliendo i
tanti momenti di emozione e poesia che si ritrovano fra le pagine del romanzo. Coloro
che, invece, non hanno avuto a che fare con il libro, si ritroveranno a vedere
un film forse un po’ troppo stracarico di drammi, ma nel quale la regista cattura
il pubblico con le sensibilità, le ansie e le complessità dei tanti personaggi che,
con il moltiplicarsi degli avvenimenti, diventano sempre più interessanti nel
loro percorso di vita.
Canzone del giorno:Caro amore lontanissimo (2022) - Marco Mengoni