"State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria".
Dante Aligheri (1265 - 1321) - Purgatorio, Canto III vv. 37-39
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria".
Dante Aligheri (1265 - 1321) - Purgatorio, Canto III vv. 37-39
«Un parametro fondamentale perché le Regioni cambino colore e la vita di milioni d’italiani venga stravolta è la percentuale di occupazione in terapia intensiva. Oggi più del 80% dei letti sono per i non vaccinati. E non è giusto. Se le Regioni dal giallo passeranno all’arancione, e speriamo non al rosso, la responsabilità sarà in gran parte di chi ha rifiutato la profilassi anti Covid. Infatti i dati dell’Istituto superiore di sanità ci dicono che una persona non immunizzata di 80 anni ha un rischio 85 volte più alto di finire in terapia intensiva rispetto a un vaccinato. Il rischio è 13 volte più alto tra 60 e 79 anni e 6 volte maggiore tra 40 e 59. Vogliamo ancora parlare di persuasione?».
La maggior parte dei 3 milioni di over 50 non vaccinati non sono animati da ideologia ma da dubbi. Fa di tutta l’erba un fascio?
«Il virus non fa distinzioni tra ideologia ed esitazione. Io posso comprendere chi ha dubbi mentre non giustifico chi in una situazione tanto critica per il Paese, dopo due anni di pandemia, nutre certezze paranoidi: chi dice che il vaccino modifica il Dna e rende sterili, chi blatera su un complotto mondiale di big pharma per il controllo dei popoli, chi sostiene che le bare di Bergamo erano vuote».
Oggi lei è inflessibile, perché?
«È accettabile che 9 italiani su 10 debbano pagare per il comportamento di pochi? Per non parlare dei danni economici che si abbattono su alcune categorie quando le Regioni cambiano colore. L’obbligo vaccinale è un provvedimento duro? Il Covid è durissimo».
Intervista di Margherita De Bac a Sergio Abrignani, immunologo dell'Università Statale di Milano (Corriere della Sera - 27/12/2021)
L'anno scorso a Natale non ci si poteva vedere né con tutta la famiglia né con gli amici. Quest'anno si può stare insieme, è il miglioramento che ci ha permesso la scienza, ma le cene e i pranzi saranno all'insegna del sospetto, del pentimento. Soprattutto, sarà un Natale pieno di diffidenza, di timore dei fratelli e dei cugini, e soprattutto dei figli degli altri, e alla fine anche dei propri. In cui quando si avvicina l'ora di andare a casa dei parenti, ti chiedi chi te lo ha fatto fare, e pensi solo che non vedi l'ora che finisca tutto. Quindi fin da quando entri, ti guardi intorno, e capisci che non sai chi è vaccinato, e con quante dosi; quale bambino ha l'età del vaccino e quale altro no; e quei genitori che idee avranno, lo avranno vaccinato? La verità è che da quando c'è il Covid non vuoi più davvero bene a nessuno, cerchi solo di salvaguardare te stesso; speri che i tuoi figli siano dei solitari che se ne stanno chiusi in camera tutta la vita a giocare alla playstation. Ma tutto questo è incoerente: stanno chiusi in camera di pomeriggio, ma la mattina stanno in una classe insieme ad altri venti e cantano a squarciagola le canzoncine di Natale. E proprio adesso che c'è la tregua dalla scuola di venti giorni, li passate andando da una casa all'altra a fare tombole contaminate in cui ci sono in palio soldi contaminati. Tutti andremo a festeggiare il Natale dicendo: ma non è che stiamo facendo una cazzata? Tutti sulla porta prima ci mostreranno il pugno chiuso per salutarci, poi ci diranno vabbè ma diamoci almeno la mano, e poi ci abbracceranno dicendo avevo troppa voglia di abbracciarti: quasi tutta la strategia di questi mesi, dai vaccini in poi, è incostante. Diciamo di non voler andare a cenare da una coppia di amici, ma poi come fai a saltare il compleanno di quell'altro, dove ci sono settanta invitati? Un giorno siamo rigorosi, un altro fatalisti. Diciamo: dovremmo restare chiusi in casa, e poi diciamo: possiamo mai di nuovo chiuderci in casa? A tavola, a Natale, tutti si guarderanno come in un film di Sergio Leone, e intanto si chiederanno chi è più pericoloso, e perché hanno messo proprio quello zio seduto accanto a te. (...) Per tutto il tempo del pranzo di Natale l'argomento unico sarà il Covid, con lamentele e ipotesi fantascientifiche, intervallate di continuo dalla seguente frase: dài, basta parlare di Covid. E tutti risponderanno: sì, è vero, basta, parliamo d'altro; e qualcuno si rivolgerà a un bambino per cambiare discorso: tu che classe fai? E il bambino risponderà in modo insensato: sono in Dad. E si ricomincerà. E tutti intanto pensano: perché è in Dad? Quanto è un pericolo per noi quello che ha appena affermato? Subito, qualcuno si sposta alla finestra, la spalanca e mangia e conversa da là. È il primo che si ammalerà, ma non di Covid, però di una bronchite ostinata che crederà Covid. Il pranzo di Natale sarà una lunga strategia travestita da curiosità per capire se le persone che stanno a tavola con te conducono una vita pericolosa. E quando lo hai capito, ormai è troppo tardi, siete già arrivati al panettone.
Francesco Piccolo, la Repubblica (24/12/2021)
Ammettiamolo con franchezza: nelle ultime settimane abbiamo un po’ abbassato la guardia nella lotta al Covid, cullandoci nell’illusione che le vaccinazioni e il green pass esteso anche ai luoghi di lavoro ci proteggessero dalla Delta e dalle nuove e più aggressive varianti, come la Omicron. Invece siamo tornati verso i 30 mila contagiati e oltre i 100 morti al giorno. La Omicron è ormai presente in oltre 60 Paesi, dilaga in Gran Bretagna, per la Von der Leyen sarà probabilmente dominante in Europa già a metà gennaio e l’Oms si attende uno “tsunami di contagi nel mondo”, mentre in Olanda tornano i lockdown. Ci siamo illusi (complici anche alcuni virologi troppo tranquillizzanti) che Omicron sia meno virulenta e letale della Delta, ma non ci vuole un dottorato in matematica per capire che se è 2 o 3 volte più contagiosa e meno virulenta del 20-30%, è comunque destinata a far aumentare i malati, i ricoverati in ospedale, gli intubati in terapia intensiva e i morti. Abbiamo tardato con le terze dosi e con le vaccinazioni dei bimbi: così, come ha detto la presidente dei pediatri Annamaria Staiano, abbiamo già avuto 250 mila piccoli contagiati, con oltre mille ospedalizzati, di cui 36 in terapia intensiva e 9 morti. Abbiamo riaperto spensieratamente le scuole buttando alle ortiche l’esperienza controversa ma preziosa della Dad, mentre forse sarebbe stato meglio tenere metà allievi in aula e metà in Dad, magari a rotazione settimanale. Così avremmo sfoltito le “classi pollaio” e dimezzato la circolazione del virus tra bambini e ragazzi. Invece dobbiamo rincorrere il virus anziché anticiparlo come eravamo riusciti a fare fino a ottobre e siamo costretti ad accelerare: Draghi ha prorogato lo stato di emergenza sino a fine marzo; Speranza ha imposto tamponi e quarantene a chi entra in Italia dall’estero, anche dai Paesi europei, provocando le ire della Commissione Ue; il Cts ha chiesto tamponi anche ai vaccinati per i grandi eventi e sono tornate le regioni a colori. Insomma, l’ansia di normalità, per quanto comprensibile, si conferma la migliore alleata del virus.
Paolo Mazzanti, www.inpiu.net
Non mi stupisce che ci siano intolleranti medici No Vax capaci di insultare i colleghi che fanno il loro dovere. Mi stupisce molto di più che oggi — otto mesi dopo il decreto che li obbligava a vaccinarsi — solo a Roma non siano stati ancora sospesi 500 medici No Vax che vanno tranquillamente in ospedale o in ambulatorio senza essere insultati dai loro tolleranti colleghi.
Sebastiano Messina, Cucú - la Repubblica (21/12/2021)
Dovevo essere giustiziato alle cinque ma ho un avvocato in gamba.
Woody Allen, Amore e guerra (Love and Death) - 1975
Esserci senza esserci è il talento del capo, ma senza dubbio lo è anche del dipendente. Dipendente non a scelta: deve esserci ed esserci completamente - inchiodato alla scrivania o incastrato in riunione - ma sempre con la capacità di lasciar vagabondare lo spirito oltre il proprio corpo, fluttuare liberamente dal ricordo di una notte d’amore alla prospettiva di un weekend al mare. Esserci senza esserci e ciò che rende simili il capo e i suoi collaboratori. Il capo è lontano ma il suo spirito è lì; i dipendenti sono lì ma hanno la testa altrove.
Jul e Charles Pépin , Platon La gaffe - Sopravvivere al lavoro con filosofia (2013)