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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

lunedì 29 gennaio 2024

Jannik

Jannik, le prime sensazioni dopo questo trionfo?

“Di sicuro ci vuole un po' di tempo per elaborare tutto. Sono estremamente contento di come ho gestito le cose oggi. La situazione in campo era molto, molto difficile. Penso che la parte più importante sia stato il supporto che ho avuto in queste due settimane. Sentivo che molte, molte persone guardavano anche da casa in tv, quindi ho solo fatto del mio meglio”. 

Primo italiano a vincere in Australia. Quanto significa rappresentare l'Italia?

“Significa molto. Forse la cosa più importante. Perché il supporto che ricevo dagli italiani, ormai da anni, è incredibile. Essere in grado di renderli felici oggi, perché sento che spingono anche me, che posso credere in me stesso e poi avere così tanto supporto, è fantastico”.

A che punto ora è la carriera?

“Non so dirlo. Il mio viaggio è stato abbastanza veloce. Ho vinto il Challenger quando avevo circa 17 anni, poi ho vinto il NextGen, poi è arrivato il primo torneo Atp. Quindi vivi questo tipo di movimento e poi cerchi di continuare a migliorare. Non ti rendi nemmeno conto di quanto velocemente stiano andando le cose. Seduto qui con questo trofeo ora, guardandolo, è per me che devo ancora rendermene conto, no, perché è uno dei più grandi trofei che abbiamo nel nostro sport. Quindi sono davvero felice di poterlo condividere con il mio team oggi”.

Infine la dedica ai tuoi genitori.

“Non li vedo così spesso, purtroppo, ma quando li vedo è sempre un bel momento (sorride). Sono andato via di casa quando avevo 14 anni. Quindi son dovuto crescere abbastanza in fretta, cercando di cucinare per me stesso, fare il bucato. Sai, le prime volte è diverso, ma poi dall'altro lato, quello è stato forse il modo più veloce per crescere. Penso che per me sia stata dura, ma anche per i genitori lasciare il loro figlio di 14 anni, non è facile. Mi hanno sempre dato, non mi hanno mai messo pressione, che per me è forse la chiave per cui sono qui oggi. Sono uno molto rilassato, a cui piace giocare a tennis. Sono i genitori perfetti. Ovviamente conosco solo loro…. ahahaha: ma sono fantastici. E anche mio fratello, naturalmente”.

Janik Sinner, intervista di Paolo Rossi (la Repubblica - 28/1/2024)

Canzone del giorno: All I wanted To Do (2014) - Joe Louis Walker
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sabato 27 gennaio 2024

Strada smarrita

«La ruota della storia sembra talvolta smarrire la sua strada». Nella giornata della Memoria, il presidente Mattarella ha detto ciò che sentiamo in molti, noi italiani cresciuti in 79 anni di pace, ormai ogni volta che guardiamo un tg. Dal 7 ottobre: come una scossa elettrica il massacro, a freddo, di 1.200 israeliani in una notte, e gli stupri efferati, e i sequestri. La sensazione di un limite sacro violato, mentre dal 1945 l’Occidente giurava: mai più. E quel giorno abbiamo compreso lo sgomento e la rabbia di Israele, e considerato inevitabile il suo difendersi, e addirittura il vendicarsi. Siamo uomini: immaginate per un momento che lo scempio fosse accaduto da noi, e su una minoranza da sempre perseguitata. Immaginatevi che fossero nostri figli, gli annientati e i bruciati: non avreste sentito il sangue salire agli occhi, a accecare? «Una raccapricciante replica degli orrori della Shoah». Ha dovuto, Mattarella, ricordarci che cosa è stato davvero il 7 ottobre, perché travolti dall’orrore della guerra a Gaza ce ne siamo un po’ dimenticati. Nel vedere morire a migliaia i bambini palestinesi ci siamo detti: atroce l’attacco, ma la reazione è intollerabile. E guardando al bilancio delle vittime, è vero. Allora qualcuno ha messo in secondo piano il 7 ottobre: quasi una pagina come altre, fra tante pagine funeste della storia. No. Senza niente giustificare della ferocia scaraventata su Gaza, occorre però capire cosa è stata, quella notte per Israele. Proprio perché da 79 anni si giurava “mai più”, e noi, nati dopo, chiedevamo increduli ai genitori come un tale sovvertimento fosse stato possibile. “Mai più”. I rigurgiti antisemiti nelle cronache, pure risorgenti, ci sembravano il segno di un male endemico, ma in fondo minoritario. oi, quella notte, una premeditata apocalisse: le famiglie massacrate, le donne violate e uccise. Perfino le donne gravide, annientate con la loro creatura. (Le donne sono la stirpe, la vita che dà vita. Se non è un genocidio, distruggere con voluttà le donne, le madri). Nei primi giorni un senso di pudore ha fermato le immagini di quella notte. Poi, siccome il mondo sembra non capire, alcuni siti ne hanno diffuse sul web. Occorre coraggio per guardare i nidi d’infanzia inondati di sangue, i lattanti bruciati, le madri fucilate con un figlio in braccio; e quella schiera di cadaveri anneriti chiusi nei sacchi, in fila. Il 7 ottobre, venuta su dall’abisso, la ferocia della Shoah, di nuovo. Questo è lo choc che fatichiamo a capire fino in fondo. In Israele oltre 192mila anziani cittadini sono scampati all’Olocausto. Considerando i loro figli, nipoti e pronipoti, almeno un milione di israeliani sa di vivere perché un bisnonno è un sopravvissuto. E quanti altri sono venuti da pogrom e ghetti dimenticati. Quel Paese, sulla carta geografica, è piccolo come la Toscana, nell’oceano dei Paesi arabi. Temono di essere annientati, di nuovo. All’inizio, la reazione di Israele ci è sembrata in fondo inevitabile. Che avremmo fatto, se quei bambini fossero stati nostri? Perdonare, davanti a tanto sangue, è parola da usare con pudore: chiedendoci almeno se noi ne saremmo capaci. Ma quella notte quasi dimenticata ora, nella devastazione di Gaza. Nido di Hamas, ma casa di centinaia di migliaia di innocenti. Atterriti abbiamo visto la distruzione sistematica della città, i padri fra le macerie in cerca dei figli, le donne con in braccio bambini inerti – in quell’abbandono stremato che sempre ci ricorda il Cristo morto, nella “Pietà” di Michelangelo. Abbiamo visto gli ospedali al buio, le incubatrici in cui i neonati morivano; e i Tir carichi di cibo bloccati, e gli assalti della gente alla fame. Spaventoso, ci siamo detti, scoprendo con scandalo che anche le vittime possono diventare carnefici. Certo che possono: ce lo aveva detto anche Primo Levi. Apparteniamo tutti alla famiglia umana, tutti possiamo il male.

Marina Corradi, Avvenire (27/1/2024)

Canzone del giorno: Loss (2004) - John Frusciante
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giovedì 25 gennaio 2024

Raccontarla

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Gabriel Garcia Marquez (1927 – 2014), Vivere per raccontarla (2002)

Canzone del giorno: Nebraska (1982) - Bruce Springsteen
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martedì 23 gennaio 2024

Rombo di tuono

Per la generazione che non ha vissuto le sue imprese in un campo da calcio e la sua speciale storia personale, raccontare di Gigi Riva - scomparso oggi all’età di 79 anni, richiede una premessa. Bisogna partire da un concetto. Quello della virtù, qualità così rara e così preziosa. La virtù non suscita invidia, solo ammirazione. Gigi Riva nato Luigi - anzi Gigirrriva come lo chiamavano i tifosi del Cagliari - è stato prima di ogni altra cosa un uomo di virtù. È stato un fuoriclasse assoluto. Il grande giornalista Gianni Brera aveva coniato per lui un bellissimo soprannome, Rombo di Tuono, proprio per la potenza del tiro. Riva è stato uno dei pochi - con Gianni Rivera, Roberto Baggio, Francesco Totti - ad entrare nell’élite dei campioni eterni che hanno dato lustro al gioco del calcio italiano. È stato - soprattutto - un uomo che senza volerlo è diventato modello, un esempio di etica e virtù lungo tuttoil corso della sua carriera, che si è snodata lungo il decennio che dagli anni 60 ha scavallato nei 70. È diventato il simbolo della Sardegna, creando un legame indissolubile con il suo popolo che l’ha amato di un amore totalizzante. Certamente per le sue gesta sportive, ma non solo. Per rimanere a Cagliari, per non venire meno alla parola data, Riva rifiutò la cessione ai grandi club del Nord, primi fra tutti la Juventus e l’Inter, che in più periodi e solleticarono l’ambizione con ingaggi favolosi e la promessa di vincere scudetti in catena di montaggio. Ma il suo scudetto - Gigi Riva - l’ha vinto ugualmente, a Cagliari, nel campionato 1969-70. Uno scudetto che nella memoria collettiva ha assunto i contorni di una favola. L’impresa di una squadra di provincia, all’insegna di una piccola grande rivoluzione che all’epoca cambiò il calcio italiano. Lo ha raccontato bene Riccardo Milani nel suo documentario - Nel nostro cielo un rombo di tuono, che ha segnato l’ultima uscita pubblica di Gigi Riva. Già nella sua condizione di emigrante al contrario - dal Nord al Sud, da Leggiuno a Cagliari - c’è la cifra di un uomo che - per dirla alla De Andrè - ha sempre viaggiato in direzione ostinata e contraria. Non ha avuto una vita facile. Perse il padre a nove anni, la madre quando ne aveva sedici. Poco più che ragazzo, accettò malvolentieri il trasferimento a Cagliari: pensò che nell’isola sarebbe rimasto una sola stagione. In verità non è più andato via. Oggi si può dire che Riva ha abbattuto i muri del tifo, è stato di tutti. È stato soprattutto un idolo in maglia azzurra, basti pensare che ancora oggi detiene il record (35) delle reti segnate in Nazionale, di cui, anni dopo, è stato team manager. Riva è tra i cavalieri che sfiorarono l’impresa al Mondiale messicano del 1970 quando, dopo l’epica semifinale Italia-Germania 4-3, gli azzurri si arresero al Brasile più forte di tutti i tempi, quello di Pelé. Due anni prima - proprio grazie ad un suo gol nella finale contro la Jugoslavia a Roma - l’Italia aveva vinto il suo primo titolo Europeo. Riva alla patria - se così si può dire - ha consegnato ginocchia e menischi, perché sono stati due infortuni in Nazionale (il primo nel 1967 e l’altro nel 1970) a minarne il fisico, fino a costringerlo al ritiro precoce, a soli 31 anni e tre mesi. La contabilità della sua carriera è un inno al gol: dei 35 gol in nazionale si è detto (su 42 partite: recordman azzurro) a questi ne vanno aggiunti 156 in serie A, 10 nelle varie coppe europee disputate dal Cagliari, 33 in Coppa Italia, 8 in B. Riva ha vinto per tre volte capocannoniere della serie A (1967, 1969 e 1970), in anni in cui la concorrenza era agguerritissima. Ma nel contorno del fuoriclasse, batteva il cuore di un uomo vero, silenzioso e ombroso, serio come un capo indiano, un Hombre vertical che ha saputo diventare un simbolo. Per questo Gigi Riva è stato uno dei campioni italiani più amati di tutti i tempi.

Furio Zara, vanityfair.it (23/1/2024)

Canzone del giorno: Playin' With My Friends (2005) - B.B. King ft. Robert Cray
Clicca e ascolta: Playin....

domenica 21 gennaio 2024

Hard Times


Hard times
Blue and sad
Don’t you cross the line
Run, run make it fun
Freeing up the time



Tempi difficili
Malinconici e tristi
Non superare la linea
Corri, corri, rendilo divertente
Libera il tempo

AC/DC, Hard Times (2014)


Canzone del giorno: Hard Times (2014) - AC/DC
Clicca e ascolta: Hard Times....

giovedì 18 gennaio 2024

L'illusione della pace

Le guerre dimenticate hanno il vizio di tornare a condizionare la nostra vita. Anche in questa fase storica in cui in Occidente il nazionalismo trionfa sul globalismo e la fortezza Europa alza muri di cinta verso il cielo sempre più solidi, i conflitti ignorati per lungo tempo minacciano il nostro privilegiatissimo stile di vita, e spesso lo fanno con prepotenza inaspettata. E così la guerra a Gaza, la più vecchia del moderno Medio Oriente, e quella nello Yemen, tra le più recenti, hanno portato in casa nostra tragedie umane che molti reputavano inimmaginabili e tra poco svuoteranno anche i nostri portafogli. E vediamo come questo secondo fenomeno prende forma. Da novembre gli Houthi, un gruppo terrorista sciita affiliato e finanziario dall’Iran con base nello Yemen, ha iniziato a lanciare attacchi nel mar Rosso da dove transita il 30 per cento del traffico commerciale mondiale. Per debellarli gli Stati Uniti hanno creato una coalizione di forze, di cui fa parte il Regno Unito e anche l’Italia; gli Houthi, però, almeno per ora, continuano a terrorizzare il transito da e verso il canale di Suez. Soluzione del problema: molte compagnie marittime hanno optato per la circumnavigazione dell’Africa, decisione che implica costi logistici aggiuntivi e spesso significati per i prodotti che transitano da e verso l’Europa ed il Nord America. Gli Houthi non attaccano le petroliere provenienti dal golfo Persico – per non attirare le ire dei produttori arabi – e più volte hanno dichiarato di avere come obbiettivo solo navi e prodotti che hanno a che fare con Israele, ciononostante la tensione nel mar Rosso sta facendo gravitare i costi delle assicurazioni marittime, aumenti che impattano sui costi finali di trasporto. I conflitti dimenticati fanno parte della terza guerra mondiale. Nulla in questa guerra è come le precedenti, soprattutto l’illusione di pace occidentale. Costruita come un puzzle dove ogni pezzo rappresenta un conflitto, questa assume aspetti diversi a seconda di quale regione del mappamondo si prende in considerazione. E così, la guerra vera di Gaza finisce per distorcere il consumo in Europa alimentando il nemico inflazione attraverso la riattivazione del terrorismo marittimo lungo il mar Rosso. Ed ancora, la guerra civile nello Yemen che due acerrimi nemici, la sciita Iran e la sunnita Arabia Saudita, sponsorizzano, a sud del canale di Suez diventa un conflitto allargato che vede la marina militare americana, la più grande ed efficiente al mondo, ed i suoi alleati combattere contro le navi pirata degli Houthi e lo sponsor Iran.Tra i grandi burattinai di questo nuova tipologia di guerra mondiale ci sono paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita, nazioni che ai tempi della Seconda guerra mondiale o erano colonie dell’occidente o facevano parte della periferia più povera e meno sviluppata dell’Impero occidentale. È questa un dettagli che ci porta ad una riflessione importante. A causare il coinvolgimento delle colonie durante l’ultimo conflitto mondiale fu la contaminazione di quello centrale, la battaglia per il controllo dell’Europa da parte dei nazisti e fascisti, e dell’Asia per i giapponesi. Anche se mondializzata, la Seconda guerra mondiale era geograficamente circoscritta dalle mire espansioniste dell’Asse. Oggi i conflitti sono localizzati e globalizzati allo stesso tempo, tensioni locali, mire espansioniste o ostilità regionali si sovrappongono a interessi geopolitici globali. Oggi i blocchi in collisione sono più di due. E questo spiega come la guerra a Gaza non è un conflitto tra Israele e Hamas ma tra Israele e l’Iran, sponsor di Hamas, Iran e Libano attraverso gli Hezbollah, anche loro sponsorizzati dall’Iran; è anche un conflitto per procura tra l’Iran e gli Stati Uniti ed i suoi alleati in Europa e nel Golfo. La terza guerra mondiale a pezzi si sta combattendo sotto le mura di cinta della fortezza Europa, se smettiamo per un attimo di ascoltare la caciara delle notizie banali locali, dalla preparazione del festival di Sanremo alle presunte truffe degli influencer made in Italy, è possibile sentire i boati delle bombe che cadono, il pianto dei bambini senza infanzia, le grida strazianti dei sopravvissuti. L’idea che l’Occidente viva in pace è un’illusione, la guerra volutamente ignorata nel quotidiano, ci è entrata nel sangue, fa talmente parte della nostra quotidianità che quando andiamo al supermercato e tutto costa il doppio non pensiamo che la causa originaria sia la guerra a Gaza o quando leggiamo sui giornali che l’assedio dei migranti non accenna a scemare non pensiamo che questo sia dovuta all’allargarsi dei confini della terza guerra mondiale. Districarsi da questo groviglio geopolitico non sarà facile e chissà, forse non è neppure più possibile. Forse è troppo tardi, avremmo dovuto fermarci vent’anni fa. Ma lasciarsi trasportare dall’inerzia e finire per essere fagocitati dalla forza centripeta del nuovo conflitto non può e non deve essere la nostra opzione. Finché anche solo l’illusione di pace sopravvive la speranza di una pace vera esiste.

Loretta Napoleoni, www.ilfattoquotidiano.it (14/1/2024)

Canzone del giorno: Illusion (1977) - Uriah Heep
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martedì 16 gennaio 2024

Una briciola


Una briciola di volontà pesa più di un quintale di giudizio e persuasione.

Arthur Schopenhauer (1788 - 1860)



Canzone del giorno: Briciole (2018) - Calcutta
Clicca e ascolta: Briciole....