Tre anni dopo, madri, padri, sorelle, fratelli, fidanzati, sposi e amici faticano ancora a parlare. Carezzano fotografie, puliscono lapidi, accendono lumi, siedono in silenzio, leggono lettere e messaggi, cantano. Ma soprattutto piangono. Alzano sguardi che – anche senza dire niente - chiedono solo "perché". È di nuovo il giorno del dolore in Israele, il 7 ottobre: sono passati tre anni da quello del 2023 e oggi, per la prima volta, non ci sono ostaggi a Gaza ma nulla di tutto questo attenua il dolore. Come non lo attenua la vittoria dichiarata dal governo su Hamas e su tutti gli altri fronti su cui Israele in questi tre anni ha combattuto. Ancora una volta il Paese ieri si è fermato: alle 6.29 sull'autostrada fra Tel Aviv e Gerusalemme si sono bloccate le auto, a Sderot migliaia di persone si sono riunite in silenzio per ricordare le 73 della capitale del Sud, nei rifugi lungo la statale 232, dove sono morti decine di ragazzi, si sono accese le candele. Ma ancora una volta è stato qui, fra i campi brulli di Re'im, nel luogo dove tremila ragazzi stavano ballando al ritmo della musica tranche quando sono arrivati i primi missili, che il dolore ha trovato lo sfogo maggiore. Migliaia di persone sono arrivate durante la giornata a camminare fra gli steli con le foto del 378 ragazzi uccisi qui a ricordarne la morte, e ancora di più la vita. Famiglie, ma anche – come succede da più di due anni ormai – anche gente comune, che qui a Re'im viene per non dimenticare loro e tutte le altre vittime: 1200 i morti di quel giorno, 251 gli ostaggi portati a Gaza. Non c'è il rumore delle esplosioni questa volta, a differenza di un anno fa e ancora di più del 2024, quando il fuoco dell'Idf su Gaza era continuo: da giorni il governo proclama che la Striscia è sotto controllo, i terroristi che hanno valicato la barriera in gran parte eliminati e gli altri lo saranno presto. Il calcolo dei morti dall'altra parte del confine è arrivato a quota 74mila. Ma nulla di tutto questo aiuta chi è venuto qui. «Era la mia figlia più piccola. Era arrivata qui da 45 minuti quando è iniziato tutto. L'hanno uccisa in uno dei rifugi lungo la strada», dice Amit Zander, il padre di Noa, 22 anni. Se non piange, mi spiega, «è perché le lacrime le ho finite tutte». Come tante persone il signor Zander aspetta ancora una spiegazione, o delle scuse: «Non è arrivato nulla. E noi abbiamo scelto di non gridare. Mia figlia maggiore, che è una giornalista, ha fatto un'inchiesta sulla sorella: neanche a lei hanno detto nulla. Ma ora possiamo parlare, e parleremo: votando Bennett, chiedendo che Netanyahu vada via. Perché non è solo responsabilità sua: ma è anche responsabilità sua». Qualche stelo più in là, nel mezzo della foresta artificiale di foto, c'è un altro padre: si chiama Dodo Jerafi e al Nova ha perso il figlio Liel, 18 anni, morto assieme a due amiche. «Ho incontrato il primo ministro di persona. Mi ha promesso che ci sarà una commissione di inchiesta non appena la guerra finirà: da padre a padre, me lo ha detto guardandomi negli occhi e io gli credo. Per questo lo sostengo ancora», ci dice prima di abbandonarsi a un pianto disperato. A dividere questi due genitori c'è un solco: lo stesso che spacca a metà Israele alla vigilia del voto del 27 ottobre. Lo stesso che ha spinto il governo a non venire qui a Re'im e neanche al sud, ma a ricordare le vittime a Gerusalemme lunedì, seguendo il calendario religioso e non quello civile. Nessuno vuole polemiche da queste parti: le proteste – ci sono state anche ieri – sono andate in scena a Tel Aviv e in altre parti del Paese. Non qui, non il 7 ottobre. Così i politici che sono arrivati – tutti del cosiddetto "fronte del cambiamento" – lo hanno fatto senza rilasciare dichiarazioni, accompagnati solo dai rappresentanti delle famiglie che hanno scelto di schierarsi con loro. Unico ammesso in forma ufficiale è stato il presidente Herzog, che ieri sera ha presenziato al concerto che a Re'im ha chiuso la giornata. «Il trauma non è passato: è ancora vivo. Tutto sta ancora avvenendo», ha scritto qualche giorno fa su Haaretz la sondaggista Dahlia Scheindlin. Il comunicato diffuso ieri dal primo ministro Netanyahu va nella stessa direzione: «Completeremo la missione. L'abbiamo fatta pagare a molti, la faremo pagare a tutti», recita. A Re'im le sue parole non hanno fatto molta impressione: «Ron non c'è più. E noi siamo stanchi di chi parla a nome suo», dice Vik, che è venuto per la terza volta in tre anni a sostenere i genitori del suo amico Ron Udai. «Lo hanno ucciso alle 11.47: ha resistito nascosto in mezzo alla spazzatura per più di cinque ore. Chi parla oggi dove era quel giorno?». Tre anni dopo, la sua domanda resta senza risposta.
Francesca Caferri, Repubblica (8/10/2026)














