nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

domenica 30 marzo 2025

La domenica

La domenica è il giorno in cui escono i “ domenicali” dei quotidiani, come il supplemento che state leggendo; quello in cui alcuni vanno a messa, altri a pranzo fuori o in gita, altri ancora semplicemente si annoiano e non vedono l’ora che sia lunedì. Ossia il giorno in cui ricominceranno ad aspettare (o a temere) la prossima domenica. Insomma, che lo si voglia o meno la domenica è un giorno cruciale della settimana, un giorno speciale. Ma chi l’ha inventata? Gli uomini medioevali ce l’avevano? Certo che sì. Ma i Greci e i Romani no di sicuro. E allora cosa c’era prima delle domeniche e come sono nate? Il bello è che Greci e Romani non solo non avevano la domenica, ma neppure la settimana. I primi, infatti, contavano i giorni del mese per decadi, insomma invece della “settim-ana” avevano una sorta di “decim-ana”; i secondi invece li raggruppavano per otto, diciamo che avevano la “ otti- mana”, ogni volta seguita da un “nono giorno” (lenùndinae) in cui cessavano i lavori agricoli e i contadini venivano in città a fare mercato. In quei giorni l’affluenza era così numerosa che in occasione delle nùndinae, la cui creazione veniva fatta risalire nientemeno che a Romolo, si promulgavano le leggi, in modo che potessero risultare note al maggior numero possibile di persone. Visto come andavano le cose in Grecia e a Roma, è facile rendersi conto che, se vogliamo scoprire come nasce la domenica, bisogna prima di tutto capire come nasce la settimana. […] Dopo varie vicissitudini, l’ordine dei sette pianeti era stato stabilito come segue: Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno, Sole – il quale, non dimentichiamolo, per gli antichi girava anche lui attorno alla Terra. Ora, basta elencare i nomi che continuiamo a dare ai giorni della settimana ( Lune- dì, Marte-dì, Giove-dì, Vener-dì) ecco che riemerge l’antico ordine planetario. Salvo per quel che riguarda il sabato, nient’altro che la trascrizione (già greca e latina), dell’ebraico shabbat: a testimonianza di quanto la cultura giudaica ha influito su quella cristiana. Ma se usciamo dalle lingue neolatine, ecco ad esempio che in inglese il sabato si chiama Saturday, è ancora il “ giorno di Saturno”, come nell’antichità. E la domenica? Il settimo giorno era comunemente chiamato Dies Solis, il giorno del sole, secondo l’ordine dei pianeti che abbiamo descritto sopra, e venne a lungo chiamato così anche dai cristiani. Salvo però questo importante particolare. Dal Nuovo Testamento emergeva che Gesù era risorto “ il giorno dopo il sabato”, e quindi ben presto tale giorno fu particolarmente dedicato a pregare e onorare il Signore. Stava insomma nascendo ladies dominica, il giorno del Dominus, del Signore, da cui la nostra domenica. La cosa interessante, però, è che l’imperatore Costantino, colui che favorì decisamente ( ma anche molto abilmente) la diffusione del cristianesimo nell’impero, questo giorno lo chiamava indifferentemente dies solis, come i “ pagani”, e dies dominica, come i cristiani. Ora, bisogna sapere che Costantino giocò un ruolo fondamentale nella creazione della domenica. In pratica, la domenica come la conosciamo oggi l’ha inventata lui. In una costituzione emessa dall’imperatore il 3 marzo 321, infatti, nel dies solis viene imposta il riposo a tutte le professioni e categorie di lavori eccetto quelli agricoli. Perché questo giorno non viene chiamato dies dominica? Per dirla in modo molto semplificato, Costantino teneva ancora i piedi in due staffe, voleva favorire il cristianesimo ma non desiderava affatto opprimere o offendere quelli che ancora non credevano.

Maurizio Bettini, Robinson – la Repubblica (16/3/2025)

Canzone del giorno: Buona domenica (1979) - Antonello Venditti
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venerdì 28 marzo 2025

Parassiti

Noi europei, come ha detto Trump, saremo forse anche dei parassiti, ma tra gli americani certamente non mancano gli ebeti, sinonimo di un'altra parola che inizia con la lettera C e finisce in «...oni». Succede infatti che i nuovi vertici del Pentagono (il ministero della Guerra più potente del mondo) nominati da Trump - un ex giornalista e un ex deputato di seconda fila - hanno condiviso per sbaglio via chat con un giornalista i piani di attacco ai guerriglieri Houthi filoiraniani che imperversano nel Mar Rosso a caccia di convogli commerciali. Un documento ovviamente segretissimo, la cui divulgazione ha messo a rischio non solo le operazioni, ma pure la vita di centinaia di soldati. Il giornalista, ovviamente, ha fatto il suo mestiere e addio al segretissimo di Stato. Torna alla mente la celebre frase che John Kennedy pronunciò nella campagna elettorale contro Nixon: «Comprereste un'auto usata da quest'uomo?». Oppure quella di Winston Churchill: «Puoi sempre contare che gli americani facciano la cosa giusta dopo che hanno provato ogni altra cosa». Certo, poi uno vede il video stile adolescente influencer tiktoker con cui la ministra europea per la Gestione delle crisi, la belga Hadja Lahbib, pubblicizza il kit per la sopravvivenza in caso di guerra «perché tutti i cittadini siano pronti a resistere, a essere strategicamente autonomi per almeno 72 ore» e si cade dalla padella americana nella brace europea. Insomma, dove ti giri ti giri è inevitabile imbattersi in qualcosa che lascia così stupiti per inadeguatezza che ti vien da dubitare di stare dalla parte giusta della storia. Poi, però, ci rifletti e arrivi alla conclusione che l'Occidente sarà anche un luogo bizzarro ma al mondo non ce n'è uno migliore. Può essere che fuori dai suoi confini personaggi e iniziative del genere non sarebbero accettati, ma alzi la mano chi sarebbe disposto a fare cambio. «La democrazia - ebbe a dire il presidente turco Erdogan - è un prodotto della cultura occidentale e non può essere applicata al di fuori in contesti culturali, religiosi, sociologici e storici diversi». La democrazia permette un ampio uso di scelleratezza, sopporta parassiti e idioti, ma dittatori, tagliagole e illiberali di vario ordine e grado sono ben peggio.

Alessandro Sallusti, Il Giornale (27/3/2025)

Canzone del giorno: Parasite (1972) - Nick Drake
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mercoledì 26 marzo 2025

Abuso di potere


Abuso di potere, mitigato dal consenso popolare: ecco l’ideale della nostra democrazia.

Leo Longanesi (1905 - 1957) - Una vita (1950)


Canzone del giorno: Democracy (1992) - Leonard Cohen
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domenica 23 marzo 2025

Quanto è lontana Gaza?

Canzone del giorno: Sparrows Will Sing (2005) - Marianne Faithfull
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Quanto dista Gaza dall’Europa? Distanza reale: da Strasburgo circa 3000 km, da Roma circa 2500 km, da Atene poco più di 1000. Distanza percepita: un milione di chilometri. È l’incolmabile lontananza di una mattanza che sembra non riguardare nessuno se non chi la subisce. Quattrocento morti in un giorno, alla ripresa dei bombardamenti israeliani, sono un’ecatombe, e lo sarebbero anche se tutti e quattrocento fossero per davvero “terroristi”, come recita la propaganda di Netanyahu che suona mezzo oscena, mezzo ridicola come tutte le propagande di guerra. Se si deve credere a quello che si vede, non a quello che si spera, risulta evidente che la caccia non è ai terroristi, è alla popolazione palestinese di Gaza, poco importa, a questo punto, se in ostaggio di Hamas o sua aperta sostenitrice, comunque falcidiata per una ragione evidente: perché è lì, perché abita lì, perché non saprebbe dove andare e perché, anche se lo sapesse, reclama il diritto di rimanerci. Come altro leggere i quasi cinquantamila morti? Chi può ancora credere che si tratti di un repulisti mirato contro chi attenta all’esistenza di Israele e architettò l’obbrobrio del 7 ottobre, e non un’operazione di annientamento progressivo di un popolo che a Gaza, così come in Cisgiordania, è percepito dal governo di Israele come un intruso da estromettere? E se proprio questa, esattamente questa — sentirsi accerchiati e odiati come un intruso da scacciare — è, fino dalla sua nascita, l’angoscia di Israele, a che serve infliggere ai palestinesi la stessa pena? Dove sta la differenza tra la democrazia israeliana e i suoi nemici?

Michele Serra, L'Amaca - la Repubblica (21/3/2025)

Canzone del giorno: Sparrows Will Sing (2014) - Marianne Faithfull
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venerdì 21 marzo 2025

Burro e cannoni

Il burro fa male, ragazzi, è grasso animale, colesterolo, sicuro intasamento delle arterie. Dovreste preferire i cannoni, che le arterie le liberano, invece, anche per sempre. Per trasformare le fabbriche dove si fanno le Volkswagen in fabbriche dove si fanno carri armati, e per trasformare le fabbriche dove si fanno le Panda in fabbriche dove si fanno blindati, servono alcuni ingredienti: parecchi soldi, un po’ di paura, e senso di superiorità, tutte cose che vanno trovate al più presto e che, amalgamate tra loro, formano quel delizioso impasto che diventerà presto una torta esplosiva chiamata “Per il vostro bene”. Insomma, lo fanno per noi. I soldi, si sa come funziona. Si butta lì una cifra, piuttosto teorica, e si comincia a ricamare su quella: 800 miliardi. Tra i pro, i contro, i dubbi, i vedremo, i forse, al centro della scena finisce il dettaglio (la cifra) e non il fatto se sia giusto o no stanziarla. Quindi invece di guardare la luna (il riarmo a spese dei popoli), si guarda il dito (ma 800 miliardi non saranno troppi? E se fossero 795?). […] Manca la terza gamba del tavolino, un sano suprematismo europeo, che sarebbe una variante di “italiani brava gente”. “Noi non torturiamo nessuno”, per esempio, che è tecnicamente vero, perché li facciamo torturare dai libici. Oppure “Noi non invadiamo nessuno”, anche se armiamo e sosteniamo Israele che uccide impunemente civili a Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, con la nostra benedizione, e abbiamo bombardato Somalia, Afghanistan, Iraq, eccetera Dettagli. Ultima variante: noi abbiamo Platone, Manzoni, Shakespeare eccetera, e “gli altri” non ce li hanno (ma gli altri chi? Quelli che hanno solo Steinbeck e Gogol’?). Questo fa di noi i migliori, perché non bastano i soldi e la paura, bisogna anche sentirsi superiori, una variante tardo-liceale di “Dio è con noi”. Roba che serve, per comprare cannoni.

Alessandro Robecchi, Piovono pietre - Il Fatto Quotidiano (19/3/2025)

Canzone del giorno: No remorse (1983) - Metallica
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mercoledì 19 marzo 2025

Menù

L’uomo non è fatto per prendere delle decisioni. Basta vederlo al ristorante, davanti a un menù. 

Roberto Gervaso (1937 – 2020)


Canzone del giorno: Undecided (1993) - Natalie Cole
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lunedì 17 marzo 2025

37 e mezzo

Canzone del giorno: Febbre (2001) - Timoria
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Per milioni di anni la temperatura media della Terra è stata di 15 gradi centigradi, e si stava una bellezza. Così come un essere umano era in ottima salute quando la temperatura del suo corpo era di circa 36 gradi. Ma già a 37 e mezzo le cose cominciavano a cambiare.» […] «Il maschio della razza umana andava proprio in coma, telefonava agli amici, salutava tutti: “Addio, ho la febbre altissima, probabilmente non ci rivedremo più, forse muoio”. Si metteva a letto e sembrava il signore delle camelie mentre esala l’ultimo respiro. Per la femmina della razza umana le cose erano diverse. Un grado di aumento della temperatura per lei non cambiava nulla, e continuava a cucinare, a lavare i piatti e a imboccare il signore delle camelie che si lamentava ininterrottamente. Quando la temperatura saliva di un altro grado le cose peggioravano in maniera sostanziale. Il maschio Sapiens faceva richiesta all’INPS per la badante e la pensione d’invalidità, tirava fuori la tenda da campeggio per applicarci la bombola d’ossigeno, stilava il testamento e rantolava in preda al delirio. La moglie, con la stessa temperatura, accompagnava i figli a scuola, andava a lavorare, tornando faceva la spesa e poi tentava di recuperare il marito dal cassonetto. Quando la temperatura arrivava a 39 gradi, nel maschio avveniva la morte cerebrale e la richiesta di trapianto di tutti gli organi. A volte, eroicamente, tentava una sortita verso il cesso, che distava anche sei o sette metri, ululando come un licantropo. Mentre il marito stava al bagno, in preda agli spasmi e sull’orlo di una crisi di convulsioni, la moglie, con la stessa temperatura, cambiava l’aria, rifaceva il letto e passava anche la lucidatrice. 

Giobbe Covatta e Paolo Catella, A nessuno piace caldo (Ed.Mondadori – 2015)

Canzone del giorno: Febbre (2001) - Timoria
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venerdì 14 marzo 2025

Post Scriptum Film

Follemente

REGIA: Paolo Genovese
INTERPRETI: Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Maurizio Lastrico, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria
SCENEGGIATURA: Flaminia Gressi, Paolo Costella, Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Genovese
FOTOGRAFIA: Fabrizio Lucci
MONTAGGIO: Consuelo  Catucci
DURATA: 97'

USCITA: 20/02

Paolo Genovese con Follemente costruisce uno scintillante duello psicologico vissuto da una Lei e un Lui (Pilar Fogliati ed Edoardo Leo, performance convincente per entrambi) che si ritrovano a vivere il loro primo appuntamento.
Uno spunto particolare per raccontare non soltanto la complessità del primo incontro tra Lara e Piero, fino a quel momento quasi due sconosciuti, ma per dare vita alle molteplici personalità che occupano i loro pensieri.
E’ chiaro che, nel seguire questa idea di fondo, automaticamente la nostra mente ci porta alla trama del film Inside Out, ma serve a poco concentrarsi su tale rimando perché il regista romano riesce a creare un’atmosfera così gradevole ed emozionante che, fin dalle prime scene, ci si immedesima nella storia e si apprezza, in modo radioso e accattivante, la singolarità della sceneggiatura.
Per manifestare l’interiorità della coppia il regista propone un viaggio che ci catapulta nelle loro menti dove si trovano i loro ego interiori costituiti da un collettivo, quattro per parte, che guida azioni e discorsi che caratterizzano la conoscenza fra i due. 
Fra ansie, fragilità, stati d’animo, tic, irrequietezze, tenerezze, si danno battaglia le “influencer” femminili (Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Emanuela Fanelli e Maria Chara Giannetta), che sostengono e condizionano i comportamenti di Lara, e gli “influencer” maschili (Marco Giallini, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria e Maurizio Lastrico) che sorreggono pensieri e iniziative di Piero.
Un cast amalgamato alla perfezione e una scrittura brillante permettono al film di prendere sempre più quota e se, da un lato, prevale il peso che hanno spesso i nostri retropensieri sulle scelte che quotidianamente effettuiamo, dall’altro la storia si traduce in un affresco emotivo sul rapporto contemporaneo fra uomo e donna.
E poi che mossa azzeccata scegliere la canzone Somebody to Love come cornice musicale nella scena madre del film. D’altronde il brano dei Queen è un armonico inno alla ricerca d’amore e Follemente, oltre a esplorare le nostre insicurezze interiori in modo divertente, parla soprattutto della complessità e della bellezza di amarsi.

Canzone del giorno:  Somebody to Love (1976) - Quenn
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mercoledì 12 marzo 2025

Giorni di marzo

Erano giorni di marzo, giorni che regalano sprazzi di sole e promesse della primavera che verrà. Raggi ancora tiepidi, magari fugaci, che però colorano il mondo e aprono alla speranza.

Ma non ad Aosta.

Aveva piovuto tutta la notte e le gocce d’acqua mista a neve avevano martellato la città fino alle due del mattino. Poi la temperatura, scesa di parecchi gradi, aveva dato alla neve partita vinta, e quella era caduta a fiocchi fino alle sei riempiendo strade e marciapiedi. All’alba la luce era spuntata diafana e febbricitante, scoprendo la città imbiancata, mentre gli ultimi fiocchi ritardatari svolazzavano cadendo a spirale sui marciapiedi. I monti erano incappucciati dalle nuvole e la temperatura era di qualche grado sotto lo zero. Poi improvvisamente si era alzato un vento maligno che aveva invaso le strade della città come una torma di cosacchi ubriachi, schiaffeggiando uomini e cose.

Antonio Manzini, La costola di Adamo (Sellerio editore – 2014)

Canzone del giorno: Águas de março  (1974) - Elis Regina e Antonio Carlos Jobim
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lunedì 10 marzo 2025

Dazi

Volatilità, incertezza. Due parole che probabilmente ci accompagneranno nei prossimi mesi. Come ha avuto modo di scrivere Martin Wolf sul Financial Times, il costo economico dell'attacco al sistema di regole globali di Donald Trump non è stato sufficientemente tenuto in conto. La rinuncia dell'America, al ruolo di nazioneguida delle democrazie e del capitalismo costruito sulle regole, come appare al momento, può costare molto alla crescita globale. E per quanto alcune decisioni ci possano apparire giuste o sbagliate, con molto realismo dobbiamo trarne le conseguenze. La nuova stagione dei dazi inaugurata dall'amministrazione Trump si traduce in una sola parola che a volte si fa fatica persino a pronunciare: tasse. Possiamo anche continuare a chiamarli dazi, ma si tratta di tasse in più che qualcuno dovrà pagare. E chiunque sia questo qualcuno significherà drenare risorse che potevano utilmente finire in consumi o in investimenti. I concetti usati per difendere questa nuova stagione hanno poco a che vedere con l'economia. «L'Europa ci vuole fregare»; «non fermate i migranti» e via dicendo. Ma le      motivazioni lasciano il tempo che trovano. A essere intaccato è il sistema di regole globali che aveva garantito negli ultimi anni la crescita. Purtroppo i tempi della politica e della geopolitica non sono quelli dell'economia. Reagire a dazi con contro-dazi sarebbe come alimentare un circuito vizioso del «tassa chiama tassa». L'unica reazione possibile dovrà essere la spinta a una sempre maggiore competitività. Delle imprese e dei sistemi nazionali. Molto potranno fare le aziende, e lo faranno certamente. Sarà necessario però che una nuova consapevolezza si diffonda tra i decisori politici ed economici italiani. Stiamo per entrare in una nuova emergenza. Le scelte che saranno fatte nei prossimi mesi andranno misurate con il metro della competitività. Non un euro dovrà essere sprecato. E tutte le decisioni che ostacoleranno l'intraprendere, il fare impresa, il mercato saranno solo un'ulteriore zeppa nel convoglio della crescita già sufficientemente rallentato dalla volatilità e dall'incertezza.

Daniele Manca, Corriere della Sera (10/3/2025)

Canzone del giorno: Bitter Pill (2003) - Annie Lennox
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sabato 8 marzo 2025

La fata

C'è chi ti urla che sei bella
Che sei una fata, sei una stella
Poi ti fa schiava, però no
Chiamarlo amore non si può

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre

Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

C'è chi ti esalta, chi ti adula
C'è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

Edoardo Bennato, La fata (1977)

Canzone del giorno: La fata (1977) - Edoardo Bennato
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giovedì 6 marzo 2025

Il superbo


Il superbo ama la presenza dei parassiti, o degli adulatori, e odia, invece, quella dei generosi.

Baruch Spinoza (1632 – 1677), Ethica Ordine Geometrico Demonstrata, 1677 (postumo)


Canzone del giorno: Blu And Evil (2010) - Joe Bonamassa
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lunedì 3 marzo 2025

Trump Gaza

Vi piace la verità? E allora avete sbagliato secolo. Perché se aprite Truth, il social chiamato «Verità» che appartiene al presidente degli Stati Uniti, sul profilo del presidente degli Stati Uniti ci trovate Trump Gaza, un video musicale generato dall’intelligenza artificiale che parte da quello che oggi è la Striscia - dopo quindici mesi di bombardamenti israeliani e 48mila morti palestinesi accertati - e arriva a quella che dovrebbe essere la «Riviera di Gaza» promessa da Donald Trump in una delle innumerevoli iperboli di questi primi, concitati 57 giorni del suo secondo mandato. Nella clip il presente è un 2025 di macerie, soldati col Kalashnikov e bambini che piangono ma, dopo una breve parentesi di cantieri, ecco finalmente apparire il «What’s next» presidenziale: un lungomare degno di Miami che finisce nella riproposizione del Burj al-Arab, il grattacielo a vela di Dubai, una mainstreet di mercati e palmizi dove i bambini finalmente corrono a giocare con palloncini a forma del faccione di «The Donald». In mezzo, quadretti esotici che annoverano danzatrici del ventre barbute (!), un’enorme statua dorata dello stesso Trump che avrebbe fatto arrossire persino Saddam, tizi che ballano mentre piovono dollari ed Elon Musk in persona che fa la scarpetta in un piatto di hummus. In sottofondo, un cafonissimo pezzo dance vagamente orientaleggiante commenta: «Donald Trump has set you free/ Bringing the light for all to see/ No more troubles, no more fear/ Trump Gaza is finally here». Ed eccolo Trump che prima balla con un’odalisca da Mille e una notte e, alla fine, si rilassa con un drink a bordo piscina in compagnia del premier israeliano Benjamin Netanyahu. L’uomo che, in risposta al 7 ottobre, per punire Hamas ha raso al suolo la Striscia. Se fossimo in un altro secolo, di fronte a queste immagini ci sarebbe da indignarsi, scomodare diplomazie e attivare proteste formali. Perché il video in questione, su un tema così divisivo come il conflitto tra Israele e Palestina, ha la rara capacità di offendere tutti allo stesso modo, vittime e carnefici. Perché, rapportata a una tragedia umana senza fine, è profondamente insultante quest’estetica dello sfarzo, questo culto kitsch della personalità che accomuna The Donald al Divino Elon. Perché la questione mediorientale è un problema maledettamente serio e nessuno può nemmeno azzardare che si risolva nel sogno senile di un palazzinaro Wasp. Ma, parafrasando Ennio Flaiano, quando si parla della comunicazione trumpiana la faccenda è grave ma non seria. Perché Trump non ha niente di serio e sembra quasi compiacersene. Ma non per questo quello che fa e che dice è meno grave. Da quando è tornato alla Casa Bianca, ci sta «trollando» tutti: le spara a raffica su ogni fronte, alternando misure economiche antistoriche a disegni geopolitici improponibili (le mire su Panama e la Groenlandia, il flirt con Putin, la delegittimazione di Zelensky) e condendo il tutto con abbondante dose di fake news. Noi ragazzi del secolo scorso osserviamo increduli e affastelliamo ipotesi: le spara grosse per trattare da una posizione di vantaggio? Mette in crisi le alleanze per costringere gli alleati a spendere di più? Annuncia dazi per convincerci a comprare debito pubblico americano? Tutto può essere. La verità la sa soltanto lui. Il problema è che la sua verità coincide col social network di cui è proprietario. Un problema tutto nostro. E forse male non faremmo, ancora una volta, a ripartire dalla lezione di Mario Draghi: «Do something». Facciamo qualcosa.

Francesco Prisco, Il Sole 24 Ore (26/2/2025)

Canzone del giorno: Magalomania (1975) - Black Sabbath
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domenica 2 marzo 2025

Intromissione

Emilio Giannelli, da google.it













Canzone del giorno: All Ice No Whiskey (2021) - Samantha Fish
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sabato 1 marzo 2025

Playlist Febbraio 2025

    
      1.      George Benson, Love Ballad – (Livin’ Inside Your Love – 1977) – Il duello

2.      The Allman Brothers Band, Just Ain’t Easy – (Enlightened Rogues – 1979) – Un fiorino

3.      Imagine Dragons, Follow You – (Mercury – Act 1 – 2021) – Follow You

4.      Ligabue, Musica e parole – (Dedicato a noi – 2023) – Divulgazione

5.      Belle and Sebastian, The Rollercoaster Ride – (The Boy With The Arab Strap – 1998) – Le tessere mancanti

6.      Ron, E l’Italia che va – (E l’Italia che va – 1983) – L’abbaglio

7.      Electric Six, Hot Numbers On The Telephone – (Turquoise – 2023) – Dottor Farfaruglia

8.      Cesare Cremonini ft. Luca Carboni, San Luca – (Alaska Baby – 2024) – San Luca

9.      Olly, Bastarda nostalgia – (2025) – Sanremellum

10.   AC/DC, Fly On The Wall – (Fly On The Wall – 1985) – L’ignoranza

11.   Elles Bailey, Silhouette In a Sunset – (Beneath the Neon Glow – 2024) – Le speranze di Kiev

12.   Shemekia Copeland, Down On Bended Knee – (Blame It On Eve – 2024) – Tre anni di guerra