nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

sabato 29 giugno 2024

Il dolore dimenticato

Se dimentichiamo il dolore siamo perduti. La disumanità, l’astratta, l’orribile disumanità, ha le sue reti in ogni vacanza intellettuale del problema del dolore. Non capire che tutto soffre equivale a non capire.

Guido Ceronetti, La carta è stanca, 1976

Canzone del giorno: Sorrow About To Fall (1986) - Electric Light Orchestra
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giovedì 27 giugno 2024

Taxi

Archiviati gli anni neri del Covid, i tassisti italiani sono tornati a guadagnare, cento euro più, cento euro meno, quanto percepivano nel periodo 2017-2019: nel 2022 in media 15.500 euro l'anno, cioè L 292 euro al mese. Con buona pace del boom esploso dopo il lockdown, con il turismo alle stelle e una domanda di trasporto pubblico non di linea mai così alta, plasticamente raccontata dalle file interminabili sotto le pensiline di sosta delle auto bianche in tutte le grandi città della Penisola A raccontare l'altra faccia del trasporto in città ci pensano con tutto il rigore dei numeri i dati elaborati dal ministero dell'Economia E certificano un trend ormai consolidato nelle dichiarazioni dei redditi con codice Ateco 49.32.10 (trasporto con taxi): una platea che dichiara poco più di 15 rolla euro l'anno tra il 2017e il 2022, a eccezione dei due tonfi dettati però dalla chiusura per pandemia di un intero paese nel 2020 e 2021. Una cifra che il Sole 24 Ore aveva già denunciato nel 2023 e che però non accenna a cambiare. Vediamoli. Le ultime rilevazioni che il Sole 24 Ore è in grado di raccontare, ancorché  provvisorie, parlano di un 2022 che riassorbe del tutto le gravi perdite subite nel biennio precedente. I tassisti con le dichiarazioni più alte lavorano a Firenze (20.651 euro annuali, 1.720euro al mese) e a Milano (19.580 euro  annuali, 1.631euro mensili), le più basse a Palermo (9.111 euro all’anno. 760 euro al mese) e a Napoli (10.193 euro, 850 euro). Riavvolgendo il nastro al 2021 i numeri - anche questi provvisori - si dimezzano: la media nazionale è poco oltre gli 8míla euro l'anno, con il record negativo di Firenze a poco meno di 5mila euro l'anno e di Palermo con  6.204 euro. Si tratta di una platea di  contribuenti assai variopinta: i dati di Via XX Settembre sono stati estrapolati dalle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche, società di persone, di capitali, cooperative e forfettari.  A fronte di un reddito medio rimasto pressoché immobile, qualche sorpresa potrebbe arrivare nei prossimi anni, quando entrerà a regime la riforma del fisco voluta dal Governo Meloni. Sabato 15 giugno è stato pubblicato in Gazzetta il Dm con la metodologia relativa al Concordato preventivo biennale (Cpb)in base alla quale in futuro verrà elaborata la proposta del reddito e del valore della produzione concordati con riferimento alla base imponibile ai fini Irpef/Ires e Irap per i contribuenti tenuto all’applicazione dell’Isa, tra i quali i tassisti. In pratica, a fronte di redditi particolarmente bassi, si accenderà il faro del Fisco che grazie a questo nuovo strumento metterà sotto osservazione proprio i redditi non dichiarati. L’algoritmo su cui è costruito il software per calcolare i redditi proposti consentirà anche un controllo sulla struttura dei costi, evidenziando le anomali rispetto a quanto dichiarato. Come se non bastasse a stridere con i numeri delle dichiarazioni dei tassisti c’è tutto il capitolo dei costi sostenuti per l'attività. Si tratta di spese non indifferenti, a partire da quelli per le licenze che oggi si arricchiscono di nuove valutazioni presenti in tre bandi di altrettanti Comuni italiani: Roma, Milano e Bologna. Nella Capitale il bando da 1.000 nuove licenze le valuta 73.000 euro ciascuna, mentre a Milano dove l'amministrazione comunale ha bandito 450 autorizzazioni in più il costo si aggira sui 96mila euro. Licenze alle stelle a Bologna: le 72 messe in palio valgono ciascuna 150mila euro. Senza contare i costi sostenuti per l'acquisto dell'auto di servizio. Secondo una recente inchiesta del So1e24Ore (20 gennaio 2023) per un veicolo elettrico e ibrido i prezzi variano rispettivamente tra i 45 e i 60mila euro, e tra i 35 e i 45mila euro, al netto di specifiche formule di finanziamento e di eventuali incentivi statali o locali. E insomma, tra i costi delle licenze e le spese per le auto l'investimento per le attività di taxi non è di certo un peso-piuma. A guardare i dati sui redditi anche poco sostenibili.

Flavia Landolfi – Vittorio Nuti, Il Sole24 Ore (19/06/2024)

Canzone del giorno: Taxi (1993) - Bryan Ferry
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martedì 25 giugno 2024

In cima

Canzone del giorno: Un giorno credi (1973) - Edoardo Bennato
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Tutti vogliono vivere in cima alla montagna, ma la felicità e la crescita si trovano nel cammino per scalarla.

Confucio (551 a.C. - 479 a.C.)

sabato 22 giugno 2024

Un abisso di disumanità

Satnam Singh non ce l’ha fatta. È morto al San Camillo di Roma per la gravità delle ferite riportate nel campo vicino a Latina in cui lavorava, ma soprattutto per la negligenza degli aguzzini che l’avevano reclutato e sfruttato. Il suo non è “solo” un incidente sul lavoro, uno dei troppi che la cronaca ripropone ogni giorno e ogni giorno archivia. Morti di per sé terribili, ognuna con i suoi particolari raccapriccianti, il suo seguito di dolore e di lutto dei famigliari, il senso di ingiustizia che ripropone. Ma questa è una storia ancora diversa, per l’abisso di disumanità e di barbarie che rivela. È una storia che sembra scritta da una mente malata, da un’immaginazione perversa. Dilaniato lunedì mattina dal macchinario avvolgi-plastica a rullo con cui lavorava, è stato gettato su un pulmino a nove posti (di quelli usati dai caporali per trasportare i loro schiavi) insieme alla moglie che era con lui e scaricato di fronte a casa, col braccio mozzato appoggiato su una cassetta della frutta, mentre l’emorragia lo dissanguava e gli scagnozzi del datore di lavoro si dileguavano. Dovrà pensarci la moglie e la sindacalista da lei coinvolta a chiamare i soccorsi, che alla fine interverranno con un elicottero ma, ora lo sappiamo dai medici, troppo tardi. Sappiamo che Satnam Sing, 31 anni, originario dell’India da cui era partito per cercare in Italia un futuro, è stato abbandonato per troppo tempo senza cure, con la pressione del sangue a livelli troppo bassi per permettergli di sopravvivere al trauma multiplo subìto. Sappiamo che se fosse stato soccorso come la legge e la coscienza comandano, si sarebbe salvato. Latina non è un’area sperduta del profondo sud. Dista una cinquantina di chilometri in linea d’aria dal centro della Capitale, là dove si governa e decide. Dove ci sono i centri del potere e del controllo. Possibile che si ignorassero realtà come quella che ha segnato il destino di Satnam Singh? Che gli andirivieni dei caporali e dei loro capobastone non fossero visibili a chi dovrebbe vigilare sulle regole che egli stesso si dà? Che la presenza nei campi, a cielo aperto, ben visibili a chiunque, di uomini e donne come lui e sua moglie impiegati senza lo straccio di un contratto come bestie da soma, fosse sfuggita fino al momento della tragedia? Dove erano gli ispettori del lavoro? Dove erano le forze dell’ordine? Dov’erano le strutture regionali (di quella Regione che ora si offre di pagare i funerali, ma che non ha saputo impedire che la piaga del caporalato dilagasse nel suo territorio). Infine: Dove è stata, finora, la Coldiretti, che nelle campagne ha una presenza capillare e più di ogni altro dovrebbe vedere tutto ciò che vi accade? «Quella che si è consumata a Latina è una intollerabile tragedia che inorridisce il mondo agricolo nazionale e conferma la necessità di tenere altissima la guardia contro il fenomeno del caporalato», ha commentato l’organizzazione stessa. Ma quanti casi di aziende che ricorrono al caporalato sono stati denunciati dalle sue strutture? Sono circa 230 mila i lavoratori irregolari nei campi, vittime di caporali e imprenditori senza scrupoli. 55 mila sono donne Costituiscono all’incirca un quarto dell’intera forza lavoro impiegata in agricoltura. Possibile che nessuno veda niente? Che questi schiavi dell’età post-moderna diventino visibili solo quando muoiono? Quando muoiono! Nemmeno quando restano “solo” feriti. La qualità di un Paese si giudica anche da questi episodi. E non può definirsi Grande una nazione che li permette o li tollera, o anche solo li ignora.

Marco Revelli, La Stampa (20/06/2024)

Canzone del giorno: Another Life Goes By (2021) - Christone "Kingfish" Ingram
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venerdì 21 giugno 2024

Accettazione

Abbiamo fatto dell'accettazione dell'Altro un'insopportabile retorica etico-filosofica. Ma accettare l'altro, la sua mentalità, la sua cultura, le sue abitudini, è difficile, molto difficile anche quando questo altro lo si conosce, è un amico, lo si ama, e in più si è in tempo di pace. Non dimentichiamo che il nostro tempo di pace si sta sempre più mescolando, fuori da ogni legalità, con il tempo di guerra e che vivono con noi i parenti stretti di coloro con cui, fuori dai nostri confini nazionali, siamo in rapporto di guerra. Questa situazione richiede un po' di prudenza. Lo scontro di civiltà non è una teoria, è un fatto che chiunque può constatare. I conflitti aumenteranno. È molto probabile che nel prossimo futuro aumenteranno le guerre. 

Alfonso Berardinelli, Il Foglio (11/3/2015)

Canzone del giorno: Cento messaggi (2024) - Lazza
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mercoledì 19 giugno 2024

Borgo Egnazia

Borgo Egnazia. Se, tra fascismi risorti e guerra atomica imminente, non ci fosse da disperare, ci sarebbe da ridere. Dopo tutta la retorica sulla patria, la nazione, l’identità, la ‘cultura nostra’, l’autarchia e le radici, Giorgia Meloni convoca i sedicenti Grandi della Terra in un non-luogo, simbolo della mercificazione e della disneyficazione dell’Italia. Non in una città, in un paese, in qualcosa di vivo e di vero, ma in un santuario del turismo extralusso sorto dal nulla: disegnato, una manciata di anni fa, da uno scenografo. Una quinta di cartone, una finzione, un set: come la Venezia di Las Vegas. Non l’Italia, ma un prodotto commerciale per ricchi, ‘liberamente ispirato’ all’Italia: la quintessenza dell’Italia ‘open to meraviglia’. Desolato, il sindaco di Fasano ha scritto a Mattarella denunciando che sul francobollo commemorativo dell’evento non ci sia nessun cenno al comune in cui si svolge, ma solo “un nome che non trova corrispondenza in alcun Ente di cui si compone la Repubblica italiana”. Già, perché dire Borgo Egnazia è come dire Gardaland, o meglio come dire Four Seasons: è un marchio commerciale quello che entra nella toponomastica della Repubblica. Una colossale pubblicità di Stato all’impresa privata a cui Meloni è tanto affezionata: e dov’è “l’interesse esclusivo” della famosa Nazione, in questa catena di affetti privati che evidentemente nemmeno la disciplina e l’onore possono spezzare?

Tomaso Montanari, Il Fatto Quotidiano (17/6/2024)

Canzone del giorno: Mess Around (1990) - Robert Palmer
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domenica 16 giugno 2024

Tricolore

Scene da un tricolore. Il tricolore volante di Larissa Iapichino, spiegato come le ali di una farfalla sulla pista degli Europei di atletica all'Olimpico. Il tricolore stracciato che la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Casellati agita sui banchi del governo in Senato come una preda di guerra. Il tricolore istituzionale consegnato da Sergio Mattarella agli azzurri in partenza per le Olimpiadi di Tokyo, in fila nei giardini del Quirinale per ricevere gli auguri presidenziali. Il tricolore calpestato nella rissa di Montecitorio che abbatte il deputato del Movimento Cinque Stelle Leonardo Donno. Il tricolore dell'orgoglio italiano tra i vessilli dei potenti del mondo a Borgo Egnazia. Il tricolore della nostra miseria nei palazzi delle istituzioni dove la destra patriottica e la sinistra europeista e internazionalista si scambiano i ruoli. La bandiera la impugnano per protesta quelli che l'hanno sempre guardata con distacco, mentre quegli altri, quelli che se ne sono ammantati, che l'hanno trasformata in tratto identitario e tabù collettivo, la buttano per terra, urlano per sovrastare chi la esibisce, alzano le mani. I due giorni di caotiche zuffe alla Camera e al Senato, dove procedono le votazioni sull'Autonomia differenziata (Camera) e la riforma costituzionale del premierato (Senato) restituiscono un'immagine incattivita del
confronto in atto. E furibonda la Lega, reduce da una sconfitta elettorale che sembra aver allentato ogni freno inibitorio. Ma è inacidita e iper-reattiva anche la destra, che con i numeri e i risultati che ha avuto potrebbe tollerare con più aplomb qualche prevedibile protesta dell'opposizione. E invece no, saltano i nervi. Saltano perché la questione del tricolore tocca un off-limit semantico: il mondo conservatore può accettare tutto ma non il rubabandiera sul tema dell'identità nazionale. Il tricolore è il loro brand e lo pensavano coperto da un copyright senza limiti. Vederlo nelle mani degli «altri», usato per contrastare le due riforme-guida della legislatura, fa perdere la testa. La destra è tricolore per definizione, dalla fiamma tricolore delle origini fino al bollino tricolore del recente patto anti-inflazione o al disegno di legge per multare chi espone il tricolore «in modo sciatto o a brandelli». È una struttura archetipa, un dato seminale, finora mai messo a rischio dagli eventi perché la sinistra verso il tricolore ha sempre provato una istintiva diffidenza. Negli '80 guardò con sospetto persino le piazze imbandierate per la vittoria ai Mondiali di calcio («nazionalismo di ritorno, xenofobia insorgente»). Vide nel massiccio spiegamento tricolore ai comizi di Bettino Craxi la conferma del suo slittamento a destra. E quando Silvio Berlusconi piazzò un tricolore nel simbolo del suo movimento appena nato, ci trovò la riprova che la bandiera nazionale e tutto il relativo corollario (esibizioni tricolori, frecce tricolori, successi sportivi tricolori) fosse farina del diavolo da cui tenersi alla larga. «Quando ero ragazzo - raccontò una volta Piero Sansonetti, allora direttore di Liberazione - c'erano solo due tipi di cortei: quelli con le bandiere rosse e quelli con le bandiere tricolori. I primi erano comunisti, i secondi fascisti». Capirete l'impatto dell'inversione di senso vista in questi giorni alla Camera e al Senato: i «comunisti» che sventolano tricolore in faccia ai «fascisti» per segnalare il portato anti-patriottico di due riforme in dirittura di arrivo. Ma il colmo del paradosso è l'effetto del rubabandiera sui leghisti che in tempi non troppo lontani il tricolore lo schifavano del tutto - «Chi espone il tricolore è un somaro» (Umberto Bossi), «Il tricolore non è la mia bandiera» (Matteo Salvini) - e adesso, dopo la svolta sovranista, impazziscono alla vista del medesimo impugnato sui banchi dell'opposizione. Lesa maestà, leso tricolore, non vi permettete o vi meniamo. In questo impazzimento generale trovare un senso alle zuffe tricolori è pressoché impossibile. Forse è meglio rifugiarsi nell'altro tricolore, quello che sventola lontano dai palazzi della politica. Nei giardini dove gli atleti azzurri sorridono sperando di portare la bandiera sul podio olimpico più alto. Nell'esultanza delle 24 medaglie degli Europei di atletica, Marcell Jacobs, Gianmarco Tamberi, Antonella Palmisano, Larissa Iapichino e tutti gli altri, italiani doc anche se variamente colorati e con alberi genealogici che conducono altrove. Nella compostezza del presidente Sergio Mattarella che tiene insieme le identità incasinate di questa Italia dove il tricolore non si capisce più cos'è. Recita l'articolo 12 della Costituzione: «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni». Tutto il resto - il significato unificante, il rispetto, la capacità di riconoscere valori super partes - dovremmo mettercelo noi, ma ancora non ci siamo riusciti.

Flavia Perina, La Stampa (14/06/2024)

Canzone del giorno: Dov'è l'Italia (2019) - Motta
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