nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

venerdì 29 marzo 2024

Rimozioni

È la quinta primavera inquieta. Dopo due anni di impennate del Covid (2020 e 2021), la guerra in Ucraina (2022-2024). Dal 7 ottobre 2023 c’è anche la tragedia in Israele e a Gaza, ovviamente. E poi gli attacchi nel Mar Rosso. Ora la carneficina di Mosca, dalle conseguenze imprevedibili. La reazione di quasi tutti noi? Usciamo, lavoriamo, vediamo amici e parenti. Parliamo di soldi, andiamo a passeggio. Giochiamo col telefono. Seguiamo le nostre piccole celebrità. Programmiamo le vacanze di Pasqua e quelle estive. Non è una fuga: è un calmante.  L’impressione è che sia in corso una sottile, metodica, inconfessabile rimozione. Quando il peso è eccessivo, la mente trova il modo di scaricarlo. Una legittima autodifesa, non priva di conseguenze. Se non comprendiamo la gravità del momento, e i rischi che corriamo, non troveremo la forza di organizzarci e reagire.  Non siamo di fronte alla «chiusura della mente italiana», parafrasando il titolo di un bestseller americano di qualche tempo fa. Ma l’ansia collettiva porta una distrazione progressiva. Uno spostamento tattico dell’attenzione. Cerchiamo consolazione nelle consuetudini, nelle famiglie, nella stagione. La capacità terapeutica della primavera italiana è indiscutibile. Poi, in estate, verranno le ombre, le pergole, i prati, le spiagge, le acque e le terrazze. I precari delle metropoli del mondo, gli immigrati ammassati nelle periferie non possono permettersi il lusso della preoccupazione, ha spiegato su La Lettura l’argentino Miguel Benasayag, filosofo d’ispirazione rivoluzionaria. D’accordo: ma tutti gli altri? I cittadini degli Stati Uniti d’America sono lontani dalle conflagrazioni del pianeta e sono attesi da una scelta epocale (riprovare Donald Trump?). Ma noi, cittadini degli Stati Esauditi d’Europa, che attenuante abbiamo per la nostra distrazione Prendiamo la guerra in Ucraina. A parte pochi fanatici, tutti vorremmo la pace. Il problema è: come ottenerla e mantenerla? Ha detto Anne Applebaum a Lorenzo Cremonesi (Corriere, 24 marzo): «È ingenuo pensare che esista un lato gentile e cordiale di Putin, e sta a noi coltivarlo». Eppure molti italiani accarezzano questa illusione. Rimuovono i fatti: Vladimir Putin, venticinque mesi fa, ha scatenato la guerra perché voleva l’Ucraina. Se non fosse stato respinto — con le armi — due anni fa sarebbe arrivato a Kiev. Qualcuno può negarlo? Il pensiero della guerra disturba e vogliamo allontanarlo: comprensibile. Ma proviamo a ragionare, anche se costa fatica. Se abbandoniamo l’Ucraina, Putin la sottometterà. Siamo certi che si fermerà? Potrebbe avanzare pretese sui Paesi Baltici, sovietici fino al 1991, abitati da minoranze russe. Anche quello gli lasceremmo fare? E se, poi, un giorno toccasse a noi? Come reagiremmo? A questa domanda — teorica, per ora — pochi vogliono rispondere. Anzi, si irritano se qualcuno osa porla. Ma, se non affrontiamo la questione, l’idea (costosa) di rinforzare la difesa comune europea non troverà mai un sostegno popolare. Ascoltiamo continuamente l’invocazione «Basta armi!». Sarebbe meraviglioso, ma ripetiamolo: se ci attaccano, come ci difendiamo? Se in vita nostra non è mai accaduto, è perché siamo protetti da un’alleanza solida, la Nato. Parlare della sua utilità rende impopolari: meglio invocare una generica pace, senza spiegare come garantirla. Rimozioni, illusioni, piccole consolazioni: una combinazione che rischia di costarci cara. Siamo i sovrani del regno di noi stessi. In un piccolo libro di Diego Marani, L’uomo che voleva essere una minoranza, il protagonista sogna «un confine portatile da tracciare intorno a sé per tenere fuori tutti gli altri». La tentazione esiste: case, famiglie e città sono, insieme, luoghi e scudi; forniscono un senso di protezione. Così le abitudini, le tradizioni, l’identità (la politica lo sa, e ne enfatizza l’importanza). Ma tutto ciò non basta, di fronte a guerre, catastrofi e pestilenze. Fino a qualche anno fa, potevamo provare a liquidarle con un’alzata egoista di spalle. Oggi non è possibile: il rumore del futuro è forte e incredibilmente vicino. Turarsi le orecchie non basta. Occorre usare quello che sta nel mezzo: il cervello.

Beppe Severgnini, Corriere della Sera (25/3/2024)

Canzone del giorno: Mi sento bene (2021) - Salmo
Clicca e ascoltaMi sento bene....

mercoledì 27 marzo 2024

Zucchero e violenza


Mi sono avventurata e non ho trovato altro che zucchero e violenza.

Bella Baxter (Emma Stone in Povere creature  - 2023)


Canzone del giorno: Open Your Eyes (2010) - Andrew Belle
Clicca e ascoltaOpen....

lunedì 25 marzo 2024

Gli spettri del male

Come se si muovesse fuori dal tempo, ignorando la realpolitik occidentale del calendario gregoriano e il consenso dispotico dell'era putiniana giunta al suo venticinquesimo anno, la Jihad islamista è uscita dall'ombra in cui ci illudevamo di averla confinata per portare il terrore e la morte nel cuore della Russia, in una notte giovane di musica e di festa. Mancava solo il terrorismo: adesso tutti gli spettri del caos sono allineati nello scenario dell'ultima guerra in Europa, ultima in ordine di tempo ma anche in ordine di distruzione, visto che è ormai saltato l'interdetto universale che per decenni ci aveva impedito di traslocare gli arsenali nucleari dalla deterrenza al possibile utilizzo tattico della loro potenza. Non ci sono più filtri, istituzioni di garanzia, strumenti condivisi e accettati di regolazione dei conflitti. Siamo esposti di fronte al male, senza averne più una nozione comune, morale, politica o culturale: ognuno giudica per sé, misurando le sue paure e le sue reazioni, senza più la possibilità di una difesa comune. Solo il male nella sua minaccia resta universale. Putin due anni fa aveva dato inizio a questo ridisegno del mondo, scegliendo il ruolo di invasore per restituire alla Russia la cornice imperiale di sudditanza perduta con il dissolvimento dell'Unione Sovietica. Oggi l'assalto con le mitragliatrici alla periferia di Mosca dimostra che l'aggressore pub anche essere aggredito e ha dei punti di vulnerabilità, soprattutto quando tutta l'energia politica, militare, sociale del Paese è concentrata sul fronte ucraino e la gerarchia della sicurezza nazionale diventa scalabile dall'interno con il terrorismo.  […] Putin non insegue il comunismo smarrito, ma l'impero perduto. Per recuperarlo nel mondo nuovo disegnato dai vincitori della guerra fredda deve riscrivere la storia, e manipolare la geografia. Prova a spostare i punti cardinali del nuovo secolo: si separa dall'Ovest abbandonandolo alla deriva nell'Atlantico, e denunciando l'Europa vassalla degli Usa. Ingigantisce il concetto di Est inventando la creatura geo-strategica dell'Eurasia, un continente da unificare, il cui centro è la Russia nuovamente egemone dello spazio ex sovietico, e soprattutto pronta a trasformarlo in soggetto politico. Con questa operazione, Putin cancella Pietro il Grande che fondando San Pietroburgo apri alla Russia una finestra sull'Europa e sposta l'Est più a Oriente nell'alleanza con la Cina: facendo di Mosca nuovamente la capitale di un impero bifronte, e principalmente il ponte indispensabile tra Este Ovest. Resta il Sud, cui Putin ha già dato una dignità politica complessiva unificandolo nella figura del "Sud globale", invitato dal Cremlino a entrare nelle fratture aperte nel vecchio ordine del mondo per scalarne le gerarchie, con Mosca come lord protettore. Soltanto che il mondo non si lascia disegnare a piacere, e un attentato jihadista rivela le linee di fuga del progetto imperiale di "rivoluzione conservatrice", come la chiama il filosofo Aleksandr Dughin. La trasversalità orizzontale della minaccia terroristica attacca insieme le democrazie e il neo-autoritarismo Grande russo, l'Este l'Ovest, mentre la sfida del Cremlino all'Occidente rende oggi impossibile una coalizione organizzata contro l'Isis, lasciando Putin solo a fare i conti domestici con l'incoerenza del dialogo ravvicinato con Hamas e con l'Iran, come se il terrorismo concedesse eccezioni. E i conti in casa sono complicati dalla presenza in Russia di venti milioni di musulmani cui Mosca propone un patto di inclusione patriottica rifacendosi a Caterina II, ma riconoscendo il pericolo della predicazione costante e dell'infiltrazione clandestina dei testimoni di un islamismo radicale combattivo, di ceppo indigeno ibridato dall'Isis. Cosa dobbiamo aspettarci? Nel caos ci si può orientare solo a patto di mantenere viva la scintilla di una civiltà comune: altrimenti ognuno è vittima di un suo nemico, non riconosciuto dagli altri come tale. Forse è tardi, e quella scintilla è perduta. Ma se è così, Putin proprio oggi sentirà l'eco delle parole di Khomeini a Gorbaciov, nel gennaio 1989: "E chiaro come il cristallo che l'Islam erediterà le Russie".

Ezio Mauro, la Repubblica (25/3/2024)

Canzone del giorno: Tears (1994) - The Stone Roses
Clicca e ascoltaTears....

venerdì 22 marzo 2024

Post Scriptum Film

Un altro ferragosto

REGIA: Paolo Virzì
INTERPRETI: Sabrina Ferilli, Laura Morante, Silvio Orlando, Christian De Sica, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Liliana Fiorelli, Lorenzo Balducci, Andrea Carpenzano, Gigio Alberti, Silvio Vannucci, Emanuela Fanelli, Paola Tiziana Cruciani, Anna Ferraioli
SCENEGGIATURA: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Carlo Virzì
FOTOGRAFIA: Guido Michelotti
DURATA: 155'

USCITA: 07/03

Meglio non utilizzare mezzi termini. 
Un altro ferragosto” è un film impietoso e, in più tratti, volutamente spietato.

Probabilmente era proprio l’intento di Paolo Virzì.

Una volta deciso di riproporre, al giorno d’oggi e sotto forma di sequel, vita e vicende dei personaggi del suo “Ferie d’agosto”, film cult del 1996 premiato con il David di Donatello, doveva fare una scelta di campo per rappresentare le contraddizioni dei tempi attuali.

Oggi come quasi trent’anni fa, i due gruppi di persone dalle chiare differenze culturali e politiche, si ritrovano come vicini di casa a trascorre le loro vacanze estive all’isola di Ventotene.

Attraverso le difficoltà di una quasi obbligata convivenza, le situazioni che emergono e i comportamenti dei vari personaggi diventano, nel corso dei vari momenti della narrazione, la lente d’ingrandimento con la quale il regista indaga vizi (tanti) e virtù (pochissime) di tanti italiani.

Pellicola amara (forse fin troppo) che, grazie al nutrito cast di bravi attori e attrici (divenuti in questi decenni meritatamente famosi), riesce a delineare evidenze scomode, insoddisfazioni specifiche che, in una maniera o nell’altra, coinvolgono noi tutti.

Attraverso i contrasti fra i vari modi di pensare e di relazionarsi si possono raccontare i cambiamenti del nostro paese? Si può tentare di capire cosa veramente ci divide? Cosa ci unisce?

Paolo Virzì naturalmente non riesce a dare una risposta ai tanti interrogativi connessi con i rapporti relazionali della società contemporanea. Di sicuro sfoggia la realistica e penosa tendenza a dividerci in assurde fazioni, l’opprimente condizione che fa sì che i legami fra individui diventino sempre più privi di consistenza, caratterizzati da conflitti e deliri di ogni genere.

Film malinconico che sprigiona gioie illusorie e disperazioni di varia natura nel quale rimane imprigionato ogni personaggio e, forse, ognuno di noi.

Canzone del giorno: In Limbo (2000) - Radiohead
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giovedì 21 marzo 2024

Miss Russia 2024

Elle Kappa, da google.it


















Canzone del giorno: King And Queens (1977) - Aerosmith
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martedì 19 marzo 2024

E un giorno...

Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po' folle, un po' saggio

nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio,

la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato,

la paura e il coraggio di dire: " io ho sempre tentato,

io ho sempre tentato... "

Francesco Guccini, E un giorno… (2000)


Canzone del giorno: E un giorno... (2000) - Francesco Guccini
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sabato 16 marzo 2024

In perpetuo

Governare, si sa, non è uno scherzo. Serve molta abnegazione, energia mentale e capacità seduttiva. Oltre ad un pizzico di sano cinismo, come raccomandato da Machiavelli. Un fisico bestiale aiuta. Il potere produce potere, si autoalimenta in un vortice di eccitamento smisurato, in una tensione emotiva che alterna ferocia a mestizia. Una volta giunti all’incombenza, nello stordimento irresistibile del comando, difficile togliersi di mezzo. Piuttosto rimanerci in perpetuo, se possibile. Ecco perché non stupisce la richiesta del terzo mandato; più probabile e intuitivo che si debba insistere per il quarto e, forse, per il quinto, qualora si rendesse consono, magari invocando la continuità amministrativa, il completamento della missione, l’apprezzamento degli elettori, la saggezza delle urne. Abdicare non è previsto. Lo fece Carlo V, stufo di dominare sul mondo intero, mica su una regione, e ancora prima di lui si dimise il pragmatico Diocleziano che in carrozza ripiegò sazio e felice verso la sua dimora di campagna. E tanti saluti. Certo ci vorrebbero altre motivazioni, ambizioni di vita desiderabili, affascinanti e meno scontate, o persino l’indubitabile privilegio di godersi gli affetti, di seguire i propri figli o fare bisbocce con gli amici. Ma se non sei Cincinnato, non se ne parla. L’unicità del proprio ego traboccante, orgoglioso, essenziale, lo proibisce. Ciò che imbroglia è la presunzione di disporre di una serie di abilità speciali, incommensurabili, precluse ad altri esseri umani, la certezza di ritenerli non all’altezza di ricoprire lo stesso mandato, di non possedere quella prestanza fisica e morale senza cui l’esercizio della funzione decade, l’autorità costituita si affloscia, l’incarico perde significato. Ovvio, nessuno meglio di loro sa comprendere e risolvere i problemi delle persone. Più che una questione di principio prevale il bisogno di esserci, l’adrenalina che sgorga irrefrenabile nel voluttuoso trambusto del presenziare. [...] I cittadini sanno perfettamente che bloccare a due mandati il governo delle regioni e dei comuni, proprio per la loro grande appetibilità, significa evitare il formarsi di consolidati e abnormi centri di potere. Che poi il limite dei due mandati dovrebbe valere per tutte le cariche elettive, comprese quelle dei parlamentari, sarebbe un vulnus da rimuovere e non da comparare. Un ricambio attivo della classe dirigente è dunque auspicabile per porre un freno all’insorgere di espressioni narcisiste e autoreferenziali ed evitare i rischi derivanti dalla protratta concentrazione di poteri trattenuti per un tempo prolungato nelle stesse mani. E lasciamo stare, per carità di patria, le intonazioni di giubilo dei propri accoliti che valgono esattamente zero, e alimentano forse pretestuosi e astuti fraintendimenti da parte di chi non vuole sentire ragioni per farsi da parte.

Carmelo Zaccaria,  Il Fatto Quotidiano (13/3/2024)

Canzone del giorno: Power (2020) - Ellie Goulding
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