È così mediocre che fa sentire mediocre anche te.
Roberto Gervaso (1937 – 2020)
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
È così mediocre che fa sentire mediocre anche te.
Roberto Gervaso (1937 – 2020)
Rocco: "Però una cosa importante l'ho imparata"
Eva: "Cosa?"
R:"Saper disinnescare"
E: "Cioè?"
R: "Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non
credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche
coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a
fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti”.
dal Film "Perfetti Sconosciuti" (2016) di Paolo Genovese
Nessuna guerra è giusta, ma nemmeno la più ingiusta delle guerre deve spegnere la conoscenza dell'altro (del "nemico"). Della sua arte, letteratura, musica, ricerca scientifica; ma anche delle complessità della sua politica interna. Per secoli l'Europa fu straziata da guerre che oggi paiono intestine, ma a nessuno venne in mente di vietare la circolazione delle idee e delle conoscenze, dei pittori, degli astronomi o dei violinisti. Perché allora, nel tempo guasto che viviamo, la guerra russo-ucraina dovrebbe spegnere la voce di Dostojevskij (come si è tentato di fare a Milano-Bicocca), o impedire la collaborazione fra musei russi e italiani? Perché le stragi di Gaza, risposta certo eccessiva al perfido attacco di Hamas del 7 ottobre, dovrebbero impedire il dialogo e la ricerca congiunta fra archeologi europei e israeliani? E perché mai dovremmo sentirci obbligati, tutti e uno per uno, a schierarci al 100% o con Israele o con i palestinesi? Da sempre fu massima arte politica analizzare i Paesi in guerra e le loro opposizioni interne: premessa indispensabile per ogni proposito di pace anche remota. Dilaga oggi, al contrario, l'impulso ad allargare a dismisura il raggio dei "nemici" da demonizzare: non solo Netanyahu e il suo governo, ma l'intero popolo d'Israele, anche gli oppositori; non solo gli israeliani ma tutti gli ebrei. Occhio per occhio, dente per dente: e sul versante opposto si accusa di antisemitismo non solo chi lo professa inalberando svastiche e giustificando Auschwitz, ma chiunque critichi l'espansione dei coloni israeliani oltre quanto ratificato negli accordi di Oslo, chiunque disapprovi il cinismo politico di Netanyahu. Queste culture wars incidono profondamente nella sfera pubblica. […] La violenza dei tempi che attraversiamo spiega la durezza dei linguaggi, incoraggia gli eccessi. Ma non giustifica l'adozione di categorie di giudizio storicamente infondate, e men che mai la tendenza a tradurre l'indignazione, anche se motivata, in terminologie scagliate contro gli avversari a mo' d'insulto. Le parole sono cose, sono fatti, sono sentimenti ed esperienze. Usandole impropriamente si logorano, vanno soggette a inflazione, perdono il senso che avevano acquistato con la sofferenza e la morte senza dignità di milioni di esseri umani. Perciò è doloroso che due termini fino a ieri quasi sinonimi, "antisemitismo" e "genocidio", siano oggi usati l'un contro l'altro: la devastazione di Gaza diventa "genocidio", chi la condanna diventa "antisemita". In ambo i casi, per esprimere un'opinione comunque difendibile si ricorre a una parola-slogan che confonde le acque. L'atroce accusa di genocidio (dei palestinesi) è una terribile ritorsione non solo per Netanyahu, ma per tutti gli ebrei del mondo, anche quelli che detestano Netanyahu vivendo ogni giorno la memoria della Shoah. Considerare "antisemita" chi non condivide l'attuale politica di Israele, per converso, equivale a etichettare come nazifascista ogni suo oppositore. Queste definizioni urlate rimuovono la natura squisitamente politica del problema e l'analisi delle soluzioni possibili, come quella dei due Stati. Ma chi condanna il governo Netanyahu per i 32mila morti di Gaza non è perciò stesso "antisemita". Non lo è Eshkol Nevo quando dice che "diventare malvagi e crudeli quanto Hamas vuol dire far vincere Hamas", non lo sono le decine di migliaia di israeliani che scendono in piazza contro il loro governo. Quanto a "genocidio", tale fu il progetto di sterminare sistematicamente un popolo perché razzialmente "inferiore", come il nazifascismo fece con sei milioni di ebrei, e intendeva fare con tutti gli altri. Nemmeno Netanyahu ha mai proclamato l'intenzione di uccidere tutti i palestinesi in quanto razzialmente tali, e chiamare "genocidio" l'indebita espansione dei coloni israeliani nella West Bank scatena le passioni ma non ha sostanza storica. Il bombardamento anglo-americano di Dresda (1945), senza obiettivi militari, uccise da 30 a 40.000 persone distruggendo la città storica. Fu una strage e una colpa, ma non un genocidio: perché l'intento era vincere una guerra, non sterminare tutti i tedeschi. La violenza della guerra genera violenza sulle parole. Ma violenza sulle parole vuol dire violenza sulla storia. Vuol dire imporre l'oblio del vero (del passato) per sostituirlo con gli slogan di un presente onnivoro.
Salvatore Settis, La Stampa
(3/4/2024)
Il libro è una delle possibilità di felicità che abbiamo noi uomini.
Jorge Luis Borges (1899 – 1986)
In Inghilterra è stato vietato l’uso dei cellulari nelle scuole allo scopo di migliorare la disciplina, l’attenzione e il rendimento degli studenti (lo hanno più dell’80% dei ragazzi tra 12 e 15 anni). Qual è la relazione tra un telefono e questi aspetti della vita scolare di un ragazzo? Chiunque abbia dimestichezza di gialli sa che cosa è un alibi, parola latina che significa «altrove». L’indagato, quando è avvenuto, non era sul luogo del delitto, ma «altrove»: ha un alibi. Leggo alibi da 24 anni, da quando ho cominciato a insegnare, perché le giustificazioni per le assenze lo sono: motivi familiari, personali, indisposizione, lutto, visita medica... Tutti li abbiamo usati con più o meno creatività (e verità), ma si limitavano a qualche giorno di scuola. Oggi invece abbiamo un alibi per la vita stessa: quest’alibi è il cellulare. Ci porta «altrove» rispetto alla scena principale del vivere: il presente. Il nostro corpo perde consistenza e la presenza, che è luogo dell’esperienza, evapora, tanto che ci dimentichiamo persino di dormire: andare a letto con il cellulare ha diminuito le ore di sonno necessarie a un adolescente con conseguenze sulla salute mentale e fisica che vedremo emergere sempre di più. Se un giorno metteremo sui telefoni minacce simili a quellecomparse sui pacchetti di sigarette, una potrebbe sintetizzarle tutte: «ti dà un alibi». Perché? La psicologa e sociologa Sherry Turkle scriveva nel 2017 una nuova prefazione al famoso libro del 2010, Insieme ma soli, dedicato al cambiamento delle interazioni sociali dovuto alle recenti tecnologie (il primo smartphone è del 2007 e oggi lo abbiamo in quasi 5 miliardi): «Gli studi mostrano che se due persone stanno pranzando, un cellulare sul tavolo fa virare la conversazione su temi più leggeri, e i due commensali si sentono meno coinvolti reciprocamente. Chi partecipa alla conversazione sa che, con un telefono in vista, si può essere interrotti in qualunque momento. La nostra distrazione ha un prezzo». Perché lo facciamo? Le relazioni sono faticose: argomenti di conversazione, momenti impegnativi, il peso della verità, sentimenti complessi... Preferiamo fuggire o almeno avere una via di fuga. Quando scrivo un libro non sono connesso a internet, perché avrei un alibi nei momenti di fatica: devo restare lì, proprio dove la pagina resiste e mi costringe ad essere ancora più presente a me stesso. La verità si trova solo nella e con la carne. Nell’ambito delle relazioni non è diverso: le relazioni sono impegnative come le pagine bianche. E trovare un alibi nelle relazioni comporta la perdita di una capacità: amare. […] Nella scuola in cui insegno abbiamo deciso di vietare i cellulari (a meno che non servano per scopi didattici), decisione sulla quale ero combattuto, ma evidenze scientifiche ormai copiose e dati osservabili direttamente (i ragazzi, al suono della campana dell’intervallo, prima rimanevano seduti a controllare il telefono, ora si fiondano fuori) hanno fugato i dubbi. L’oblio del corpo è un prezzo troppo alto da pagare (chi di noi ha «ricordi» di un pomeriggio passato sui social? E non avere ricordi significa essere alienati dalla vita: alibi e alieno hanno la stessa radice), tanto che è semplice buon senso limitare l’uso di questa tecnologia. Guardate il progetto «Removed» del fotografo Eric Pickersgill che nel 2014 ha cominciato a immortalare chi interagisce con un cellulare, rimuovendo poi dalla foto lo strumento: vedrete persone immerse in una realtà di cui non sentono e non sanno più nulla, sono «rimossi» (il contrario di «promossi») dal presente tanto quanto i device lo sono dalla foto. Qualcuno dirà che ormai anche quella nel telefono è realtà salvo poi scoprire che nell’album dei nostri ricordi ci sono solo momenti di profonda «incarnazione» e non chat, video e informazioni. Essere altrove ha un prezzo, soprattutto nelle tappe evolutive, e il paradosso è che siamo noi adulti a fornire l’alibi perfetto a un bambino, che un giorno purtroppo scoprirà che sulla scena del presente è stato la vittima: si è dimenticato di esserci.
Alessandro D’Avenia, Corriere della Sera (4/3/2024)
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| Emilio Giannelli, da google.it |
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2.
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neri
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Etica Etnica Pathos – 2009) – Sovversivo
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5.
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Me – 2017) – Senza cellulare
6.
Giorgia, Oggi vendo tutto – (Senza
paura – 2013) – Commercio
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Ellie
Goulding, Power – (Brightest
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8.
Francesco
Guccini, E un giorno… – (Stagioni
– 2000) – E un
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9.
Aerosmith, King and Queens – (Draw
The Line – 1977) – Miss
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10.
Radiohead, In Limbo – (Kid
A – 2000) – Un
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11.
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Stone Roses, Tears – (Second
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spettri del male
12.
Andrew
Belle, Open Your Eyes – (The
Ladder – 2010) –
Zucchero e violenza
13.
Salmo, Mi sento bene – (Flop
– 2021) – Rimozioni