È stato un bel Mondiale; ma non certo grazie a Trump, tanto meno a Infantino. È stato un bel Mondiale grazie al centrocampo magico della Spagna, all’ultima splendida stagione di Messi, ai gol di Mbappé, alla classe di Bellingham, alla forza di Haaland. Grazie agli atleti, non agli uomini di potere. Grazie allo sport, non al business. Com’era facile prevedere, alla fine il contesto cede lo spazio al pallone. È sempre così. Il 99 per cento del pubblico non è qui; è davanti alla tv. Non gli importa molto se i biglietti sono cari o meno, se il presidente Fifa viaggia per l’emisfero boreale sul jet privato, se Trump si imbuca nella foto dei vincitori, con il capitano Rodri che gli fa segno: prego presidente, ci lasci soli. Quel che conta sono i gol, proprio come alle Olimpiadi contano i record. Gli uomini. Le storie. E di storie questo Mondiale americano è stato generoso. La favola di Capo Verde, che costringe i campioni del mondo ai supplementari grazie al portiere dentista Vozinha. La vogata vichinga, che ha reso empatico il Paese più freddo del mondo. Il sorriso del fratellino di Lamine Yamal. Le rimonte dell’Argentina, con il capolavoro contro l’Inghilterra. Il passo d’addio di Cristiano Ronaldo, Neymar, Manuel Neuer, Luka Modric. E ovviamente le lacrime del più grande di tutti, Leo Messi. Però non siamo qui per raccontare che va tutto bene. Il calcio è fatto anche di soldi; non può essere soltanto soldi. I bilanci devono essere sani; ma non è possibile ridurre tutto al denaro. La logica commerciale ha permeato ogni cosa. [...] Ora il calcio è a un bivio. Continuare con il gigantismo, comprimendo nella prossima edizione sei Paesi e tre continenti: si giocherà tra Marocco, Portogallo e Spagna, ma il Paraguay, l’Uruguay e l’Argentina faranno il girone in casa, ospitando qualche vittima sacrificale; una scusa buona per tornare nel 2034 in Asia, tra gli sceicchi cari a Infantino. L’alternativa è ritrovare una dimensione umana, che non punti soltanto al fatturato — si parla di dieci miliardi di dollari, il doppio della chiacchierata edizione qatarina — ma parli davvero a tutti i popoli, per cui il calcio rappresenta l’infanzia del mondo. Retorica? Sempre meno di quella arida dei dollari, della mercificazione, della «più grande manifestazione nella storia dell’umanità», com’è stata definita con sprezzo del ridicolo. Sotto il profilo sportivo, il bilancio è ineccepibile. La grande storia resta quella dell’Argentina di Messi; ma la Coppa è andata alla squadra più forte. La Spagna di oggi non vale quella campione nel 2010 in Sudafrica, con Puyol e Sergio Ramos in difesa, Busquets, Xavi e Iniesta a centrocampo, David Villa davanti. Ma ha vinto nonostante non abbiano brillato le stelle dell’ultimo Europeo, Lamine Yamal e Nico Williams, perché il ct ha sempre anteposto il bene del collettivo a quello dei singoli. Il contrario della Francia di Mbappé, che è il nuovo capocannoniere mondiale di ogni tempo, ma ancora una volta non è stato decisivo. La lezione spagnola vale innanzitutto per noi italiani. Raggiungere la qualificazione alla prossima Coppa del Mondo deve diventare la priorità del nostro sport, costruendo una squadra vera. Ha ragione Fabio Cannavaro, quando sostiene che nel 2006 si perse una grande occasione. Vent’anni fa eravamo campioni del mondo, e nonostante Calciopoli la serie A era ancora la lega più importante d’Europa. Da allora nessun calciatore ha più vinto il Pallone d’Oro giocando in Italia. Siamo usciti da due Mondiali ai gironi e ne abbiamo mancati tre. È l’ora della ricostruzione. Le cose da fare le conosciamo: in prospettiva, puntare sui vivai, sulla tecnica, sui nuovi italiani. Fin da ora, restituire alla maglia azzurra l’importanza e il prestigio che ha sempre avuto. Malagò ha fatto bene al Coni. Maldini ha dimostrato al Milan di avere anche da dirigente il talento che aveva sul campo (lui e Buffon sono gli unici italiani che Messi ha inserito nella formazione all time). Ora serve un ct sperimentato, credibile, vincente. Altrimenti la prospettiva è rassegnarci a un declino del calcio parallelo a quello del Paese.
Aldo Cazzullo, Corriere della Sera (21/7/2026)
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