Uno studio uscito di recente sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science rivela infatti che, tra il 2005 e il 2019, nei Paesi occidentali abbiamo detto ogni anno in media 338 parole al giorno in meno rispetto all’anno precedente: siamo passati da 16mila parole al giorno nel 2005 a 12.700 nel 2019, per un totale di 120mila parole sottratte in un anno. 338 parole stanno in una pagina e si possono dire tutte insieme in una conferenza, ma i ricercatori spiegano che quel che è venuto meno sono piccoli frammenti di quotidianità: «Non è un’unica lunga conversazione che abbiamo smesso di fare, ma sono parole sparse in piccoli momenti quotidiani. Il breve scambio alla cassa, il vicino che incontravi per strada, lo sconosciuto a cui una volta avresti chiesto informazioni. Quei momenti si accumulano, e si accumula anche la loro assenza». Quel che abbiamo ridotto all’osso sono quindi gli “sfridi”: le conversazioni cosiddette incidentali, che non hanno uno scopo preciso ed emergono spontaneamente nelle interazioni. […] Quelle 338 parole rappresentano, insomma, una porzione di momenti relazionali che, pur richiedendo un investimento emotivo e di tempo limitato, ci permettono di mantenere una rete di conoscenze molto più ampia e possono diventare vettori di mobilità sociale. Ora che sappiamo che quella rete si sta assottigliando al ritmo di 338 parole all’anno, mentre ci domandiamo se “abbiamo perso le parole, oppure sono loro che perdono noi” (cit. Ligabue), potremmo anche chiederci quali e quanti vuoti stiamo creando nella nostra società – pieni di cose che non ci diremo più.
Riccarda Zezza, Vita.it (4/6/2026)
Canzone del giorno: Ho perso le parole (1998) - Ligabue
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