Francis Fukuyama già alla fine del ‘900 teorizzava la fine della Storia: le tensioni geopolitiche accumulatesi negli ultimi quattro anni e acuitesi con l’esplosione del conflitto in Iran hanno dimostrato l’esatto contrario. No, la Storia non è finita. Continua, con imperio, e con gli imperi, e con essa è prepotentemente tornata anche la Geografia. Tutta la difficoltà di un attacco all’Iran era già leggibile all’inizio, guardando una cartina e il collo di bottiglia dello stretto di Hormuz. Lo affermava anche Sun Tzu nell’opera “L’arte della guerra”: conoscendo se stessi e il proprio nemico, la vittoria è assicurata in cento battaglie su cento. Da una parte si è provato a disarmare la mano iraniana sporca di uranio arricchito, dall’altra la si è tuttavia munita di uno strumento altrettanto pericoloso. La Geografia appunto. Teheran sa bene che il controllo dello stretto di Hormuz rappresenta una formidabile spada di Damocle da tenere puntata alla giugulare dell’Occidente, per via degli effetti tellurici sull’economia mondiale. La sottovalutazione di Hormuz e l’assenza di coordinamento con la popolazione locale per rovesciare il regime sciita sembrano avallare la tesi di un errore strategico. Atteso inoltre come non sia ancora andato a buon fine il proposito di annichilire la tirannide degli ayatollah, la cui struttura e capacità di mobilitazione sopravvivono. L’analista Aaron Maclean ha descritto il momento come passibile di evolvere secondo quattro scenari. Il primo consta di un valzer più o meno lento di passi avanti e passi indietro, di dichiarazioni sull’imminente fine del conflitto seguite poi da smentite. Con la cornice mediatica di roadmap posticce, mediatori perfettibili e intese sottoscritte in situazioni inusuali come l’ora della soupe. Una dinamica di progressivo logoramento che gli USA non possono accettare nel medio-lungo periodo: a differenza dell’Iran. Il secondo scenario, improponibile, è quello di lasciare a Teheran il controllo dello stretto di Hormuz. Altrettanto impraticabile la terza opzione, ovvero l’annientamento totale dell’Iran. Rimane la strategia di un conflitto a bassa intensità, con Washington impegnata nell’attività di scorta al transito delle navi mercantili, una sorta di Project Freedom prolungato. Certo i Pasdaran sono consapevoli di negoziare da una posizione che li vede custodi di uno dei principali choke point (colli di bottiglia) del commercio mondiale, con impatti rilevanti sul prezzo del petrolio. Nondimeno, al desco imbandito dell’instabilità geopolitica globale è seduto un ulteriore convitato, la Cina. A cui da tempo si rivolgono le attenzioni di Washington, con l’aumento dell’impegno nell’Indo-Pacifico a presidio anche di Taiwan. Dal punto di vista dell’approvvigionamento, il blocco di Hormuz ha danneggiato Pechino, sebbene essa tenti di aggirare l’impasse creando nuove vie per perseguire i propri interessi. È pur vero tuttavia che tali alternative non si costruiscono con l’immediatezza dell’hic et nunc. Per contro gli Stati Uniti, dopo l’operazione in Venezuela che ha assicurato loro il controllo dei giacimenti sudamericani, possono contare su una resilienza energetica quasi perfetta. La quale mitiga i contraccolpi delle tensioni in Medio Oriente, anche visto l’aumento delle esportazioni verso l’Europa (soprattutto gas naturale liquefatto). “Aut viam inveniam aut faciam”: e la Geopolitica, come la Natura di Aristotele, ha orrore del vuoto. Gli assetti cambiano ma influenza e potere di condizionamento strategico non restano apolidi, mai. Ciò che perde una parte è inevitabilmente a vantaggio di un’altra, indispensabile perciò dimostrarsi pronti nel leggere i tempi. Le variabili sono molteplici ed è complicato stabilire a chi possa più giovare questa situazione. Scontato invece come vada a detrimento di noi Europei, deboli e dipendenti mentre ai nostri confini si decidono le sorti del mondo. Storia e Geografia hanno suonato la sveglia. Non conviene voltarsi dall’altra parte.
Sara Garino, Il Sole 24 Ore (13/08/2026)
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