“Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce”.
Louis-Ferdinand Céline (1894 – 1961)
Canzone del giorno: La parte del torto (2023) - Vinicio Capossela
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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
“Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce”.
Louis-Ferdinand Céline (1894 – 1961)
Un congedo, quello di Nicolás Maduro, che scioglie l’angoscia dei suoi oppositori e apre le incognite di stabilità di un Paese, il Venezuela, vittima della maledizione dell’oro nero. I 300 miliardi di barili di petrolio (sono queste le sue “riserve provate”) lo rendono terribilmente attrattivo; ciò soverchia e annulla qualsiasi distinguo tra democrazia, “democradura”, “dictadura” e “dictablanda”. L’alfa e l’omega della politica internazionale caraibica è descrivibile da due forme espressive, identiche e antitetiche : «nuestro petroleo» e «our oil». Venezuela e Stati Uniti non hanno mai rinunciato negli ultimi decenni a rivendicarne la proprietà. Tutto il resto si riduce a pretestuose esternalità: la lotta al (presunto) narcotraffico, l’esportazione (ennesima) della democrazia americana e l’illegittimità (vera) dell’ultimo mandato presidenziale di Maduro. Nessuno di questi fattori è mai stato il driver del rovesciamento del governo venezuelano. I deputati americani, sia dem, sia conservatori, lo hanno implicitamente ammesso. Il rapporto Onu 2025 è molto chiaro. Il documento afferma che il Venezuela è un attore di scarsissima rilevanza nel teatro del commercio di droghe: una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il Venezuela nel suo cammino verso Usa ed Europa. L’Onu ha dichiarato che il Venezuela ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca e marijuana, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Proprio così: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello venezuelano. Il traffico di droga avviene attraverso la rotta del Pacifico, per l’87% del suo volume. E non attraverso i Caraibi. I Paesi più coinvolti sono Colombia, Messico, Perù, Ecuador. Il Cartel de los soles, più volte definito da Trump come un pericoloso cartello di droga, non esiste. Non viene mai menzionato dal Rapporto Onu, né dalla Dea, l’Agenzia federale antidroga statunitense che combatte il traffico di sostanze stupefacenti. Jeremy McDermott, americano, cofondatore del think tank InSight Crime, ha dichiarato che «il Cartel de los soles non è una organizzazione propriamente detta, ma semplicemente designa la corruzione di alcuni apparati dello Stato». […] In sintesi, la strategia di Trump per l’America Latina, dall’Argentina all’Honduras passando dal Venezuela, punta a indebolire i legami costruiti negli ultimi anni con la Cina e il narcotraffico è un flebile pretesto. La dottrina Monroe, enunciata dal presidente James Monroe nel 1823, è stata ironicamente ribattezzata Donroe, in omaggio all’attuale presidente Donald. È la politica del “patio trasero”, our backyard, il nostro “cortile di casa” e rimarca la volontà di dominio su tutto il continente americano, dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Nelle prossime settimane le petroliere sequestrate al largo di Caracas, dirette in Oriente, avranno ancora meno possibilità di arrivare a destinazione. Karina Sainz Borgo, nel suo libro “Notte a Caracas”, scrive: « Quel mare è una sala operatoria con un bisturi affilato che squarta chi osa attraversarlo».
Roberto Da Rin, Il Sole 24 Ore (4/1/2026)
Non ci sono parole, si dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe dovuta succedere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente, l’avidità degli adulti rei di non mettere al primo posto la sicurezza. I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli. Ma non toccherebbe mai a loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso. È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a renderlo psichicamente indigeribile. […] Non c’è niente di più straziante che vedere un figlio morire. In questo modo poi. Non c’è la lenta disperazione di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente. Un’amica ha raccontato di un suo conoscente che ha trascorso delle ore a cercare di mettersi in contatto con il proprio figlio che sapeva essere andato proprio in quel locale. Nessuna risposta al telefono. Poi ha sentito la voce del figlio comparire improvvisamente ed esclamare: “papà!”. Si era salvato perché, nel momento dello scoppio dell’incendio, era uscito a fumare. Un caso la morte, un caso la vita: testa o croce. Quest’uomo ha descritto l’incontro al telefono con la voce del figlio come una vera e propria resurrezione. Pensava potesse essere tra i morti e invece lo ha ritrovato. Un istante che vale una intera vita. […] La morte di un figlio mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore – nemmeno i più premurosi e i più sensibili – può garantire la vita dei propri figli, perché l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso o imprevisto… Ma la vita stroncata nel pieno della vita chiede giustizia. La chiede come un grido ostinato. Non solo e non tanto quella che verrà garantita, come tutti ci auguriamo, dai tribunali degli uomini. Domanda una giustizia che oltrepassa ogni giustizia. Perché di fatto non c’è consolazione possibile per chi resta di fronte a questa perdita. Solo una disperazione che tramortisce anche i più forti. Certo, quello che abbiamo condiviso con chi non è più qui può sempre restare con noi. Ogni volta che qualcuno che abbiamo profondamento amato ci abbandona, qualcosa di lui non può non restare con noi e tra di noi, non può mai morire del tutto. Resta la luce viva dei ricordi incancellabili che sono destinati ad appartenere alla nostra vita per sempre. Ma resta anche una domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere con accanimento: perché? perché proprio a noi? perché proprio in questa maldetta notte? La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la vita di chi amiamo o la nostra stessa vita… Ma la sola solidarietà che conta inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza senza parole della morte, che può sempre arrivare. Se capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani…
Massimo Recalcati, la Repubblica (3/1/2026)
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| Emilio Giannelli, da google.it |
Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive.
Banana Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita (2006)