nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

venerdì 31 ottobre 2025

Fiore da preservare

Signora Ebadi, negli Stati Uniti si aprono processi per reati di opinione. In Israele il governo è sotto accusa per crimini di guerra, che comprendono anche l'uccisione di giornalisti. Paesi considerati democratici mettono sotto scacco la magistratura e l'autonomia dei giudici. La democrazia sta perdendo la sfida con le autocrazie? 

«La democrazia si sta svuotando di significato non solo negli Stati Uniti o in Israele, ma in molti altri Paesi, anche europei. E questo è dovuto al fatto che i giovani non credono più nella politica, ne hanno preso le distanze. Essendo cresciuti in paesi democratici non riescono ad apprezzare quello che hanno e non si rendono conto che potrebbero perderlo. Quando una persona pub, in ogni momento della giornata, aprire il rubinetto dell'acqua e farsi una doccia senza preoccuparsi di quanto consuma, dimentica il valore dell'acqua. Lo stesso accade con la democrazia, dandola per scontata. E invece è un fiore che va innaffiato costantemente. Non basta votare, bisogna prendersene cura monitorando il lavoro degli eletti, partecipando alla vita pubblica. Al contrario, in Iran i nostri giovani lottano per avere la democrazia che non hanno mai conosciuto». 

Quanto sono distanti dal traguardo? 

«La distanza che li separa dal ritorno nelle piazze di un movimento grande e capillare come quello di Donna, vita, libertà. La situazione economica del Paese è pessima, le violazioni dei diritti umani sono aumentate moltissimo. Il popolo vive in uno stato di oppressione e il consenso al regime è crollato. C'è una distanza abissale tra chi governa e i cittadini. Se oggi ci fosse un referendum sull'esistenza della Repubblica islamica oltre l'80 per cento degli iraniani ne chiederebbe la fine. Ma perché ciò accada serve un movimento popolare. Sono sicura che qualora ci fossero nuove proteste di piazza come quelle che abbiamo visto dopo l'uccisione di Mahsa Amini il regime cadrebbe». 

Gli iraniani hanno già fatto una rivoluzione, ma non portò democrazia. Non teme che in un cambio di regime possa prendere forma un nuovo governo autoritario, magari di stampo militare? 

«La rivoluzione del 1979, è vero, fu rubata. Io stessa, che vi avevo preso parte scegliendo Khomeini, mi resi conto poco dopo dell'errore enorme che avevamo commesso, e cominciai a oppormi a quel nascente regime. Ora le cose sono diverse. Il rischio maggiore è che il regime decida di resistere fino all'ultimo e di uccidere gli oppositori. Ma la maggioranza degli iraniani vuole la democrazia e crede che un referendum sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite possa accompagnare una transizione pacifica».

Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003 (intervista di Gabriella Colarusso, Repubblica – 11/9/2025)

Canzone del giorno: Strenght To Survive (2016) - Toronzo Cannon
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martedì 28 ottobre 2025

L'esperienza

L'esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l'esame, poi ti spiega la lezione.

Oscar Wilde (1854 - 1900)


Canzone del giorno: Experience (1985) - Diana Ross
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sabato 25 ottobre 2025

Tregua o pace?

Se si vuol capire almeno un poco come gli Stati e le istituzioni d’Europa siano arrivati dopo anni di guerra in Ucraina a questo punto – un’incapacità totale di far politica; una ripugnanza diffusa verso chiunque imbocchi la via diplomatica; un’incaponita postura bellica che sfalda già ora lo Stato sociale; un senso storico completamente smarrito – occorre esaminare due eventi rivelatori delle ultime settimane. Il primo ha per protagonista Trump, che dopo aver discusso al telefono con Putin il 16 ottobre, ha bocciato l’idea di mandare in Ucraina i micidiali missili Tomahawk, che possono colpire la Russia fino agli Urali, sono in grado di trasportare testate nucleari, e vanno manovrati solo con l’assistenza del Paese egemone nella Nato. Arrivato alla Casa Bianca per ottenere i missili, il 17 ottobre, Zelensky s’è sentito dire, anzi urlare: “Se Putin vuole, ti distrugge”. Trump ha escluso ogni escalation, in vista dell’imminente suo incontro con Putin. Ma Zelensky si è inalberato e ha chiesto aiuto agli Stati europei detti “volonterosi”. I quali sono accorsi e hanno subito silurato il vertice Trump-Putin, per ora rinviato. Obiettivo dei Volenterosi è un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, e solo in seguito una trattativa sul futuro ucraino e sulle garanzie di sicurezza per Kiev. Fin dal vertice con Trump in Alaska, tuttavia, Putin chiede che prima del cessate il fuoco si accettino le garanzie di sicurezza russe oltre che ucraine e cioè: neutralità e non adesione di Kiev alla Nato, riduzione degli armamenti sproporzionati in Ucraina, impegno scritto del Patto Atlantico a non espandersi mai più verso l’Est. Mosca lo chiede da decenni, non da oggi. Non è da escludere che Trump si stufi di tentare accordi con Putin e lasci che Zelensky e Volenterosi europei se la cavino da soli, e siano loro e non gli Stati Uniti ad apparire i perdenti in questa storia (anche se ora Zelensky, terrorizzato dal possibile tracollo delle ultime difese in Donetsk, pare virare verso un tardivo e disperato congelamento del conflitto). […] Il secondo evento rivelatore, ancora più significativo perché inatteso, sono le parole che Angela Merkel ha pronunciato il 3 ottobre sul mortifero garbuglio ucraino. Anche qui, come nel caso di Trump, colpisce l’interlocutore prescelto dall’ex Cancelliera: il canale youtube Partizàn, ungherese, e l’influente giornalista Márton Gulyás, anch’egli ungherese. Budapest denuncia da tempo l’assenza di una seria diplomazia europea, critica i pacchetti di sanzioni (è in discussione il diciannovesimo), e si oppone all’uso degli averi russi sequestrati nelle banche occidentali. Si oppongono anche Banca centrale europea e Fondo monetario. La cosa cruciale che l’ex Cancelliera ha detto, sull’Ucraina, è che la guerra avrebbe potuto essere scongiurata, se l’Europa avesse accettato quello che lei propose nel giugno 2021, otto mesi prima dell’ingresso dell’esercito russo in Ucraina. Si trattava di prender atto del fallimento degli accordi di Minsk (Kiev non ha mai concesso l’autonomia promessa ai russofoni del Donbass, neanche linguistica) e di costruire con Mosca un “nuovo format”: una struttura che permettesse ai governi europei di “parlare direttamente con Putin in nome dell’Unione”, per negoziare la fine della guerra iniziata nel 2014 da Kiev contro i separatisti russofoni e russofili del Donbass. Solo così poteva esser scongiurata l’escalation più temuta: l’entrata in guerra di Mosca, avvenuta nel febbraio 2022, e l’annessione del Donbass e di altre province. [...] A differenza di molti colleghi nell’Unione, Merkel voleva che il meccanismo diplomatico fosse indipendente dalla Nato. Inoltre era convinta che l’assenza di colloqui diretti durante la pandemia Covid aveva danneggiato molto gravemente i rapporti con Mosca. Merkel racconta infine come continuò a difendere i gasdotti NordStream, nonostante l’opposizione strenua di Zelensky e di Biden. Nel settembre 2022 i gasdotti che rifornivano Germania ed Europa di metano russo a buon prezzo furono distrutti da sabotatori ucraini col consenso di Washington, che può ora venderci gas liquefatto molto più costoso. Accade così l’impensabile. Gli unici a prender atto che questa guerra poteva essere evitata, che non fu unprovoked ma provocata, che rischia di sfociare in scontro atomico se non finisce presto, sono Orbán il Reprobo, una Cancelliera in pensione, e un presidente Usa tutt’altro che pacifico, visto che medita guerre di regime change in Venezuela proprio mentre scommette su accordi con Mosca. [...] Uno dei più intelligenti e colti parlamentari europei, Michael von der Schulenburg (gruppo Sahra Wagenknecht, non iscritto) ha spiegato di recente in un saggio che la responsabilità maggiore ricade sulla Germania di Scholz e soprattutto di Merz. Ambedue accampano una memoria acuta delle colpe tedesche, e hanno fatto pagare ai palestinesi la propria espiazione per il genocidio degli ebrei. Ma la memoria svanisce del tutto quando ci si arma fino ai denti contro la Russia (27 milioni di morti per abbattere Hitler). Infatti Berlino sta preparando il Paese a una guerra con Mosca considerata imminente, si doterà dell’“esercito più potente d’Europa” (parola di Merz), e fa dire a Martin Jäger, direttore dei Servizi, che Mosca attaccherà gli europei della Nato “ben prima del 2029”, come ci si illudeva fino a ieri. Né Merz né gli Stati europei né Zelensky temono di ridicolizzarsi: se di mattina dicono che la Russia ha fallito l’offensiva di primavera ed è prossima al collasso, ragion per cui conviene assestare il colpo finale coi Tomahawk, la sera diranno che Mosca è a tal punto minacciosa, efficace e agguerrita da poter invadere l’Europa intera, Italia compresa.

Barbara Spinelli, Il Fatto Quotidiano (23/10/2025)

Canzone del giorno: Who Will Come for Me (2016) - Janiva Magness
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giovedì 23 ottobre 2025

Bisogna camminare

Bisogna camminare, camminare come camminavano gli uomini di un tempo, e lasciare che tutto il tuo essere sia inondato di luce. La luce penetra direttamente nell'anima, apre le porte e le finestre del cuore, sei nudo, esposto, isolato in una beatitudine metafisica che rende tutto chiaro senza che sia conosciuto.

Henry Miller (1891 -1980), Il colosso di Maroussi

Canzone del giorno: Camminando (2023) - Ornella Vanoni
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martedì 21 ottobre 2025

Grigio


“Se davanti a te vedi tutto grigio, sposta l'elefante”. 

Proverbio indiano


Canzone del giorno: Grey To Green (1984) - Stephen Stills
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sabato 18 ottobre 2025

La nuova paranza

Palermo si sta «paranzizzando»: un neologismo che descrive la trasformazione del crimine in paranze, gruppi di giovani, giovanissimi, che si uniscono per vincoli di amicizia, parentela e, soprattutto, di territorio, e iniziano a delinquere. Non si pongono obiettivi precisi: cercano l’affermazione di sé attraverso la spavalderia, la diffusione della paura, il farsi rispettare incutendo timore. Tutto questo per l’ambizione di poter ricevere incarichi, la gestione di piazze di spaccio, il controllo estorsivo. Il sogno è quello di poter fondare una famiglia, di poter essere affiliati, se i libri mastri di un clan si riaprono per tornare ad affiliare. Nell’attesa, provano a essere qualcuno: e qualcuno significa diventare un gangster. Ma come si diventa gangster nel nostro tempo, in Italia, in una terra dove Cosa Nostra affilia con il contagocce, dove le organizzazioni criminali non hanno più l’ossessione del controllo territoriale ma la missione del dominio economico, sempre più slegato da un ordine sociale? Si parte dall’aspetto: dal sembrare gangster. E non ci sono più gessati, borsalini, né eleganza di sartoria. In questo senso, Gaetano Maranzano, il 28enne che ha sparato in testa a Paolo Taormina l’11 ottobre, è un archetipo del criminale di paranza: barba lunga (quando possono farsela, perché la maggior parte ha meno di diciotto anni e non ha ancora peli in faccia — in quel caso sostituiscono con un baffetto di peluria adolescenziale); borsello a tracolla con ben visibile il logo della marca; scarpe mai al di sotto del valore di mille euro; collane d’oro con simboli di pistole o AK-47. Al primo sguardo non incutono paura ma ridicolo. Si muovono persino in modo maldestro, costantemente impegnati a proclamare di essere duri, di decidere quando farti attraversare la strada, quando chiudere un locale, solo quando loro vogliono andar via. Decidono loro come e dove puoi parcheggiare, se puoi guardarli negli occhi o no. I loro comportamenti e i loro abiti sembrano un’imitazione scadente di un cantante trap o di un mafia movie. Ma il ridicolo si muta facilmente in dramma quando sparano, ammazzano. Maranzano ha dichiarato che Paolo aveva importunato sua moglie (sembra che le avesse solo messo like a una foto) e che, quella notte, al locale, si era sentito minacciato di fare una cattiva figura. Ecco le sue parole: «Siccome lui era in difetto con me, mi guardava male, nel suo cervello mi voleva sfidare». Il «difetto», per Maranzano, è l’aver contattato la moglie. E aggiunge: «I ragazzi facevano casino e lui è venuto a prendere di petto me. In più io avevo astio con lui per la cosa di mia moglie. Parlava verso di me, diceva “qua non si deve fare vucciria”. Mi voleva mettere in cattiva luce davanti alle persone». Ecco il vero motivo per cui ha sparato: la cattiva luce davanti agli altri. Tutto diventa sfida. Ogni atto, fatto o subito, è un banco di prova. Taormina dava una mano ai genitori, proprietari del locale O’ Scruscio, e cercava di calmare gli animi quella notte, la sua ultima notte. Ma Maranzano si è sentito leso e il «capitale» che ha voluto difendere è la capacità di intimidazione, quindi ha estratto la pistola e ha sparato in testa a Paolo. Se qualcuno viene a chiedere di farla finita, nella sua lettura significa che non ha paura, che non ha rispetto. E così ammazza. […] Dopo la strage di Monreale dell’aprile scorso, compiuta da ragazzi di meno di 20 anni, e dopo quanto accaduto a settembre, quando paranze rivali — una del quartiere Zen e una della zona Marinella — si sono affrontate ferendo una donna incinta, abbiamo la prova che la Sicilia sta vivendo una trasformazione strutturale del proprio crimine. Negli anni Ottanta, la mafia condannava a morte con propri tribunali chi rubava auto, i topi d’appartamento, gli spacciatori. Ogni crimine doveva essere autorizzato. Oggi, invece, permette le paranze, e lo fa di buon grado, esattamente come la camorra, perché non conviene più controllare il territorio. E non è più conveniente mantenere a stipendio centinaia di famiglie. Quindi permettono tutto questo, anzi, ne traggono beneficio: possono affidare loro mansioni, e di volta in volta decidere se usarli, abbandonarli, eliminarli o promuoverli. La sintesi più drammatica l’ha data un ragazzino di 14 anni arrestato a Napoli con quaranta dosi di cocaina. Alla domanda dei carabinieri sul suo comportamento, ha risposto: «Vado da Pomigliano a Castello di Cisterna per lavorare». Quando gli hanno ricordato che quello non era un lavoro, ha precisato: «Non so fare altro che spacciare». Il fallimento della democrazia.

Roberto Saviano, Corriere della Sera (16/10/2025)

Canzone del giorno: Screams (1972) - Blue Oyster Cult
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giovedì 16 ottobre 2025

Un giorno


Un giorno ti scriverò una poesia che non parli del cielo o della notte;
una poesia che ometta i nomi dei fiori,
che non abbia gelsomini o magnolie.
Un giorno ti scriverò una poesia senza uccelli, senza sorgenti,
una poesia che ignori il mare
e che non guardi le stelle.
Un giorno ti scriverò una poesia che si limiti a passare le dita sulla tua pelle
e che trasformi in parole il tuo sguardo.
Senza similitudini, senza metafore;
un giorno scriverò una poesia che profumi di te,
una poesia al ritmo dei tuoi battiti,
con l’intensità della stretta del tuo abbraccio.
Un giorno ti scriverò una poesia, il canto della mia felicità.

Darío Jaramillo Agudelo, da Poesie d’amore -1986

Canzone del giorno: Una settimana...un giorno... (1973) - Edoardo Bennato
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martedì 14 ottobre 2025

L'umanità dopo l'odio

Penso che la sinistra e tutti i sostenitori della causa palestinese, abbandonando ogni complesso di inferiorità, debbano dire immediatamente che la tregua in atto tra Israele e Palestina è cosa buona e giusta e che — per realizzarla — il ruolo di Donald Trump è stato determinante. È un dovere elementare verso la verità storica, ma non solo: è anche un'importante questione morale. La guerra, ovvero la più tragica invenzione dell'umanità, esige intelligenza e coscienza. E comporta un processo, faticoso e doloroso, di assunzione di responsabilità. Se, dunque, l'azione di Trump per imporre il cessate il fuoco è stata decisiva, enormi restano le sue responsabilità: nell'aver consentito che l'azione efferata di Israele proseguisse fino a oggi e persino oltre oggi; e nell'aver sostenuto incondizionatamente i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità commessi dall'Idf; e nell'aver promosso, sul piano internazionale, una militarizzazione delle relazioni tra i popoli, esaltandone la componente bellica, come mai in questo scorcio di secolo: fino al punto di mutare il nome del Dipartimento "della difesa", in quello "della guerra". Ma proprio perché questa è una giornata storica e un'occasione di gioia, oltre che di lutto, di salvezza e non solo di pianto, è forse utile guardare più a fondo dentro le cose. Nessuno può sapere come la situazione, in Palestina, evolverà osi degraderà: si può essere solo felici delle vite risparmiate e delle sofferenze alleviate in questo lasso di tempo presente, ma sulla lunga gittata è difficile essere ottimisti. È possibile che la prospettiva di due popoli e due Stati e quella, ancora più auspicabile, di uno Stato federale per israeliani e palestinesi riprenda, magari lentissimamente, ma riprenda. Eppure, il fuoco che brucia nel sottosuolo di quella terra è tutt'altro che spento. […] La guerra è il momento in cui la competizione e la rivalità tra gli esseri umani perdono ogni capacità di mediazione e di compromesso, rinunciano alla politica e alla diplomazia, per farsi violenza assoluta. È il momento in cui l'avversario diventa nemico e l'oggetto della contesa è l'annientamento dell'altro. La sua, alla lettera, cancellazione. L'odio trova la sua forma perfetta e il suo perfetto bersaglio. La crudeltà di quel conflitto si fa tanto più acuta quanto più si manifesta come guerra fratricida. E, allora, pochi sembrano ricordare che ebrei e arabi sono entrambi popoli semiti, appartenenti al medesimo ceppo linguistico. E che, come scrivono alcuni autorevoli storici israeliani, quell'eterno scontro tra gli uni e gli altri può essere interpretato come una guerra civile prolungata. Tanto più che, come in tutti i conflitti all'ultimo sangue, la posta in gioco è il controllo del territorio — un territorio assai scarso — e la demografia è destinata a giocare un ruolo cruciale. E già si parla di "guerra civile" feroce ma incruenta all'interno di Israele e di guerra civile feroce e cruenta in Palestina, dove i miliziani di Hamas continuano a fare strage di oppositori. […] L'uomo contemporaneo, dopo Dostoevslujj e dopo Nietzsche, non può non avere una concezione tragica dell'esistenza. Non può immaginare un mondo pacificato e in armonia, anche se è assai prezioso il fatto che tantissimi lo desiderino e operino per approssimarlo. Dubito che l'umanità possa mettere al bando l'odio, ma la mobilitazione collettiva, il dolore comune, l'ira dei miti, le flottiglie e quella cara vecchia manifestazione di massa, che tanto ha fatto contro l'ingiustizia, e che oggi si presenta nelle piazze europee e in quelle di Tel Aviv, continuano a rappresentare «la seconda superpotenza mondiale».

Luigi Manconi, Repubblica (14/10/2025)

Canzone del giorno: Last Leaf (2011) - Tom Waits
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sabato 11 ottobre 2025

Ritorno a casa

Solo tre settimane fa, questa moltitudine di persone marciava in senso opposto: da nord verso sud. Avevano detto: «Evacuate tutti, qui radiamo al suolo». Così, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini di Gaza City e dintorni si erano messi in cammino per sfuggire alla devastazione delle bombe dell’esercito israeliano che aveva l’ordine di occupare la città più grande della Striscia. Poco dopo le 12 di venerdì, il portavoce dei militari che da due anni parla alla popolazione palestinese, Avichay Adraee, ha dato l’annuncio che tutti aspettavano: «Comunicazione urgente ai residenti riguardo al cessate il fuoco, entrato in vigore. È consentito muoversi da sud a nord della Striscia di Gaza attraverso la Rashid Road e la Salah al-Din Road. Avvertiamo che nel nord è estremamente pericoloso avvicinarsi alle zone di Beit Hanoun, Beit Lahia, Sheja’iyya e alle aree di schieramento delle truppe». Qualcuno si è preso il tempo di impacchettare i materassi, le coperte e qualche vestito. Ma tanti, tantissimi, sono partiti a piedi, con solo uno zaino in spalla, per andare a vedere che cosa è rimasto della casa, del quartiere, della vita passata. Ali Tayeh è uno di questi. Da Gaza City, è arrivato al campo profughi di Al Mawasi solo dieci giorni fa. Ha perso la casa in un bombardamento, ma nei mesi passati si era costruito un rifugio in lamiera nella zona est della città, per lui, sua moglie e i suoi figli. Venerdì, dice, «sono partito da solo perché voglio capire se la nostra casetta di latta è ancora su. Voglio sistemarla e poi andare a prendere la mia famiglia». A piedi, Al Mawasi-Gaza City via Rashid Road, la strada lungo la costa, fa circa sei ore. Ma non importa. […] Ma perché tornare se la distruzione è quasi totale, chiediamo. «La terra, la casa, per noi palestinesi sono tutto», risponde Sami Abu Omar, che non riesce ancora a lasciare Al Mawasi perché la sua villetta a Khan Younis si trova al di là della linea gialla, dove ancora controlla l’esercito israeliano. Aiamarin dice: «Loro buttano giù, noi ricostruiamo». E deve essere proprio questo il significato della parola Sumud che abbiamo imparato nelle ultime settimane con la flottiglia. Si dice che sia un termine difficile da tradurre, che in arabo vuole dire un po’ fermezza, un po’ perseveranza, ma anche resilienza e resistenza. Questo rimettersi in marcia per la quinta, sesta, settima volta nonostante la distruzione di palazzi e vite, è la forza del popolo palestinese. «Lasciano la tenda a sud per andare in una tenda a nord, ma almeno vicino alle macerie delle loro case», dice la giornalista Salma Kaddoumi. Perché è da lì che vogliono ricominciare. 

Greta Privitera, Corriere della Sera (11/10/2025)

Canzone del giorno: Sailing Homeward (1973) - Donovan
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giovedì 9 ottobre 2025

Memoria pluriennale

All’età di 62 anni, posso sostenere, senza temere smentite, che i problemi scottanti di oggi sono gli stessi di quando ero bambina. Questioni cruciali, vecchie e nuove, tutte lì sul tavolo, irrisolte e irrisolvibili. Una politica invischiata e succube di poteri, i cui interessi sono contrapposti a quelli della gente comune, non poteva e non può fare altrimenti. Ricordo che da piccola, quando non volevo finire di mangiare, mi dicevano di pensare ai bambini che nel mondo morivano di fame. Ricordo anche che difronte alle immagini televisive di carestie e bambini evidentemente malnutriti, sentivo parlare di un terzo mondo sfruttato senza scrupoli, a nostro esclusivo vantaggio. Ricordo lo sconcerto della mia famiglia per la guerra in Vietnam. Terribili le immagini della televisione di allora. Più da grandicella, ricordo mio babbo, persona umile, scolarizzato fino alla quinta elementare, ma lettore accanito, che diceva: “Israele tira le bombe sui palestinesi e loro le pietre, come può essere giusto?”. Una constatazione semplice e genuina datata mezzo secolo, evidentemente ancora fin troppo attuale. Ricordo la crisi petrolifera. La circolazione a targhe alterne e i piazzali dei rivenditori di carburante stipati di gente con in braccio taniche da riempire. Ricordo le stragi neofasciste e gli attentati delle Brigate rosse. Ricordo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e le numerose e partecipate manifestazioni di piazza. Anni dopo, nel 1992, ricordo l’attentato ai giudici Falcone e Borsellino e le contestazioni di massa contro la mafia. Ho memoria pluriennale di una politica millantatrice seriale che spaccia per vera la volontà di riformare la giustizia e il sistema carcerario, di investire sulla sanità pubblica, scuola e ricerca, sul lavoro e sui giovani, di combattere la corruzione e l’evasione fiscale. Ho memoria pluriennale di una politica che con le sue scelte deride i morti sul lavoro, i poveri, i disoccupati, gli immigrati morti in mare o nei lager libici, chi deve lasciare la casa dove abita perché non può pagare un canone di affitto diventato insostenibile e i morti per mano della mafia. Ho memoria pluriennale di una politica che dice di voler contrastare l’immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani, e poi fa di tutto per rendere impossibile la vita in certe parti del mondo. Ho memoria pluriennale di una politica che dice di voler risolvere l’emergenza abitativa e poi azzera l’edilizia popolare a fronte, invece, di un aumento esponenziale del disagio sociale ed economico, innescando così anche l’emergenza dell’occupazione abusiva. Ho memoria pluriennale di una politica che vanta di voler porre rimedio alle condizioni carcerarie italiane e che invece continua a tenere i detenuti stipati in celle anguste e sovraffollate, come se fosse vietato costruire nuove carceri o ristrutturare edifici esistenti. Un dramma che ad ogni estate diventa un bocconcino appetibile per una politica senza scrupoli disposta a lucrare su tanta disperazione. Così ogni anno parte immancabile il toto indulti e scarcerazioni anticipate, badando bene di inserire nella casistica individuata “detenuti di pregio”, o potenziali tali. Ho memoria pluriennale di governanti che predicano la pace, mentre trafficano armi e fanno guerre, e di governanti che, mentre dicono di voler sconfiggere la fame nel mondo, scongiurare carestie e siccità e di lavorare a favore di un’immigrazione frutto della cooperazione internazionale, sfruttano senza riserve quei popoli e le loro terre. Ho memoria pluriennale di una politica che finge di adoperarsi per un’energia pulita e sostenibile e per risollevare il pianeta da un inquinamento ormai fuori controllo. Insomma, decenni e decenni passati invano, pur di soddisfare biechi interessi. Ma pure una classe politica tanto inetta che fa della corruttela un sistema di riferimento in qualcosa è riuscita. Ha cambiato noi, inducendoci alla resa.

Susanna Stacchini, Il Fatto quotidiano (5/9/2025)

Canzone del giorno: Memory Like That (2002) - Adam Gregory
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martedì 7 ottobre 2025

Nulla salus bello


"Nulla salus bello: pacem te poscimus omnes"

Non c'è salvezza alcuna nella guerra: pace, noi tutti ti invochiamo

Publio Virgilio Marone, Eneide (Libro XI, 362)


Canzone del giorno: War (1976) - Bob Marley & The Wailers
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sabato 4 ottobre 2025

Oltre le bandiere

C’è qualcosa che fa male al cuore in queste ore mentre si seguono le gesta della Flottiglia, la conclusione prevedibile e attesa del suo navigare in acque agitate e le reazioni all’abbordaggio israeliano, le piazze che in Italia si riscaldano, la lotta politica che ritrova il passo abituale della contrapposizione e delle strumentalizzazioni. Fa male perché c’è un dolore di fondo che nasce dalla sofferenza oggettiva e reale di persone e popoli, di bambini e famiglie, ma anziché di lacrime gli occhi si gonfiano di rabbia e di sangue, e le istanze di giustizia faticano a trovare percorsi di sostegno autentici, canali di aiuto capaci di restituire la speranza di un approdo. La natura di questo conflitto tra Israele e Hamas, con il male che sta diffondendo, sembra aver consumato fino a lasciare scoperti i fili di trasmissione di quel poco di umanità che resta, e il rischio di cortocircuito compromette ogni tentativo di accendere un sano confronto, anche tra amici, tra colleghi, in famiglia. Non dovrebbe essere così quando c’è una guerra. Le persone dovrebbero poter provare compassione, parlarne, organizzarsi, inviare aiuti, spendersi in prima persona, ritrovarsi nelle piazze, conoscere un’occasione di confronto politico ampio, che è diverso dal replicare in casa la dinamica stessa del conflitto. Le istanze di pace si nutrono di una grammatica ancora ben leggibile, ma fatichiamo a ritrovarle quale costante, cioè cifra prevalente. Certo, l’occasione è grande. C’è in Italia un governo di destra-centro, e si attraversa una fase in cui le destre e le sinistre globali sono tornate a sfidarsi in campo aperto, un terreno di riarmo planetario tale per cui pronunciare la parola pace è come emettere un sospiro terminale. La strumentalizzazione è possibile, c’è, si tocca con mani, ma è persino scontata. Come potrebbe non esserci se la politica tutta tentenna nel leggere la novità di un conflitto in cui le istanze di giustizia e di vicinanza alla sofferenza non riescono a indirizzarsi nei canali di sempre? Perché c’è nel Dna italiano qualcosa che è un di più, una capacità di aiutare e di spendersi per le sofferenze, una forza che può anche avere appartenenza politica. E nasce innanzitutto da una rete di base fatta di comitati, associazioni, organizzazioni, gruppi, realtà di impegno civile, il nostro mai abbastanza celebrato Terzo settore o Non profit, un universo di persone nelle quali batte forte un cuore, e questo pulsare serve a muovere gambe e braccia, in un impegno che genera solidarietà, cultura ed economia. Ci sarà, insomma, anche una contrapposizione strumentale in atto, in tanti ambiti, ma saper mantenere separati i piani oggi è fondamentale, come capire la differenza tra Israele ed ebrei, tra palestinesi e Hamas. Si ricordava, in questi giorni, discutendo di Flottiglia, la “nave dei folli”, quella che il 7 dicembre 1992 partì dal porto di Ancona con 496 persone dirette a Sarajevo, tra le quali don Tonino Bello, che cinque giorni dopo terrà un discorso memorabile nella capitale bosniaca assediata dall’esercito serbo. L’ex Jugoslavia era qui, vicinissima: il 29 maggio 1993 un convoglio di aiuti umanitari partito da Brescia venne assalito da un’unità paramilitare bosniaca e tre giovani pacifisti italiani, Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni, persero la vita. Tempi lontani, certo, paragoni improponibili: ma ce ne ricordiamo? Riusciamo a fare memoria di chi siamo nel profondo, o anche di cosa siamo stati, quando cerchiamo di dare forma o senso a uno sforzo umanitario, incasellandolo in appartenenze, tifoserie, convenienze, o lotte politiche? È questo che fa male, oggi, l’aiuto “a perdere”. L’impegno ha bisogno di spazi per esprimersi, più che di bandiere, fumogeni, plexiglass e sampietrini, ma anche di occasioni di ascolto. Forse è mancato il contesto, o la lucidità, per renderlo possibile. Siamo in tempo per non lasciare che il desiderio di rivalsa reciproca degeneri in uno scontro del quale non c’è bisogno, ma che pure talune frange contrapposte alimentano e desiderano, quasi non aspettassero altro da tempo. Non ne hanno bisogno le famiglie che soffrono veramente - in questo momento in particolare a Gaza, certo anche nelle tante, troppe altre guerre - e non lo vuole chi sa che cosa significhi veramente compromettersi per la pace. L’Italia, in fondo, è molto di più della rappresentazione in corso.

Massimo Calvi, Avvenire (3/10/2025)

Canzone del giorno: Beyond The Horizon (2006) - Bob Dylan
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giovedì 2 ottobre 2025

Bussola

Altan, da google.it

















Canzone del giorno: One More River to Cross (1973) - Canned Heat
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mercoledì 1 ottobre 2025

Playlist Settembre 2025

     1.      Tom Grennan, Full Attention – (Everywhere I Went… – 2025) – Frammentazione

2.      ZZ Top, Delirious – (Afterburner – 1985) – Medioevo

3.      Tony Bennett, I Remember You – (The Art Of Romance – 2004) – L’eleganza

4.      Negramaro, Mentre tutto scorre – (Mentre tutto scorre – 2005) – Aggrapparsi

5.      Elton John, The Wide-Eyed And Laughing – (Blue Moves – 1976) – Deridere

6.      Dave Mason, Show Me Some Affection – (Dave Mason – 1974) – Criptovalute

7.      Vasco Rossi, Un senso – (Buoni o cattivi – 2004) – Senso unico

8.      Mimmo Locasciulli, L’amore dov’è – (Dove lo sguardo si perde – 2025) – Due Stati al capolinea

9.      King Crimson, 21st Century Schizoid Man – (In the Court of the Crimson King – 1969) – 21st Century Schizoid Man

10.   Colplay, All My Love – (Moon Music – 2024) – Che sia l’amore

11.   Genesis, The Lamia – (The Lamb Lies Down on Broadway – 1974) – The Lamb…

12.   Charlie Musselwhite, Sad Eyes – (Look Out Highway – 2025) – I corpi invisibili degli ostaggi

13.   Albert Collins, The Shoe On The Other Foot – (Iceman – 1991) – Apprendere