nuovigiorni

"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

mercoledì 26 febbraio 2025

Tre anni di guerra

Raccontare tre anni di guerra: perché? Non sarebbe giusto attendere che sia finita, adesso che tutti sono certi che finirà, e lo sperano anche coloro che la definiscono una conclusione inaccettabile, una sconfitta della giustizia e del diritto? Trump… è tutta colpa di Trump… è tutto merito di Trump… ci voleva Trump…. Trump ha tradito…Trump e le terre rare…Trump il mercante… Sento la puzza che emana da chi già si prepara a tornare, come se niente fosse al mondo di ieri, a rabberciare oleodotti, a imbastire dopo quello degli arsenali, ormai garantito dai piani del “riarmo comunque’’, il grande affare della ricostruzione, della fine delle sanzioni, dei pingui mercati del lusso. E i morti? Riepilogare una guerra, onorare l’anniversario, mentre si combatte ancora in una disperata, estrema frenesia, vuol dire prendere un impegno, concludere un patto speciale con i fatti, implica una promessa, la volontà di rilevare tutto, registrare tutto, di non nascondere o omettere nulla. Perfino di classificare già i vincitori e i vinti con rigore quasi aristotelico. Ne son capace? Ne siamo capaci? Quando la storia più che un tentativo di registrare e di capire diventa la consuetudine a riordinare fatti scomodi è già un processo di oblio. Come tutti, salvo i bugiardi, i mestatori, i profittatori, i fanatici, in questi tre anni ho cercato il filo di Arianna di questo massacro, a volte trovando a volte non trovando niente, solo tragedia e inutilità. E questo smarrimento era l’unico atteggiamento onesto rispetto a chi in un campo e nell’altro predicava come sarebbe andata a finire. Come tanti altri ho lasciato che il mio pensiero si smarrisse per riportarmi un briciolo puro di dolore o di speranza. Bisognerebbe fermare il tempo. Già. Qualche volta bisogna tentare anche se è per niente. Appunto: a volte si deve tentare proprio perché è per niente. Poiché un evento è privo di senso, una guerra inutile in cui tutti escono sconfitti, bisogna dargliene uno. Poiché l’avvenire ci sfugge bisogna crearlo. Allora: gli ucraini, i profughi e quello che sono rimasti nelle città bombardate e fatte a pezzi, e soprattutto i soldati delle trincee. Da loro si deve partire, a loro appartiene totalmente questo ennesimo anniversario. A loro si devono spiegazioni, noi occidentali dobbiamo spiegazioni. Per esempio: perché l’Occidente che fino a un mese fa garantiva con una voce sola che li avrebbe accompagnati fino alla “pace giusta” ora si è diviso; e l’unica parte che conta, gli stati uniti versione Trump, scambia sorrisi promesse e detta condizioni seduto ad un tavolo con l’invasore?. […] Come si fa a spiegare, ai signori di Bruxelles, a loro che sanno e lo dicono in ogni discorso e tweet, per cosa si stava combattendo, spiegare che quando si scopre di essere abbandonati dagli alleati, da mesi si battono perché non hanno altra scelta. Si arriva al punto in una guerra così di andare in trincea non per l’impossibile riconquista delle terre rubate, per la democrazia, per l’Europa! O perché si odiano i russi. Si combatte per se stessi, per quello che resta delle loro famiglie e perché non c’è un altro posto dove andare, combattono per paura e perché così sono stati costretti a fare. Sanno quanto si può restare soli se si decide di non capitolare. Il vinto è un appestato. Anche domani saranno compìti con i signori di Bruxelles. Gentili li ascolteranno, quando diranno che sono pronti a continuare, che la guerra non è persa e faranno finta di accettare le loro promesse, per non dispiacergli. Tutto qui. Li compiangono. Poveretti, loro non sanno. Conserveranno l’eroismo di essere docili per quando arriveranno gli ordini da Riad dove si decide il loro destino. Solo perché hanno compreso che purtroppo alla fine gli ordini li danno quelli che hanno la Forza, quelli che possono pretendere tutto, fare e disfare tutto, e non i parolai del Bene. La guerra è maligna, prolungandosi cancella purtroppo le tracce. Bucha, il massacro chi lo ricorda? Il “ricercato” prepara il viaggio a Washington o le accoglienze al Cremlino per l’altro leader della pace. La Corte dell’Aja chiuderà il fascicolo Ucraina per manifesta impotenza, una motivazione che non è nei teorici patti di Roma ma nella realtà del mondo. A chieder spiegazioni a Putin, di una “vittoria” così inutile e sanguinosa saranno i morti russi e le loro famiglie, anche loro invano. Noi europei, sollevati, ci dedicheremo, in estasi, a guardare il crescere di nuovo degli indici di Borsa.

Domenico Quirico, La Stampa (24/2/2025)

Canzone del giorno: Down On Bended Knee (2024) - Shemekia Copeland
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lunedì 24 febbraio 2025

Le speranze di Kiev

Ancora un altro piccolo passo e il 24 febbraio 2022 sarà ricordato nei libri di storia come il giorno in cui l’Ucraina invase la Russia e i carri armati mandati da Kiev si spinsero fino alle porte di Mosca. A questo punto potrebbe succedere. Senza alcun pudore, anzi con un incredibile capovolgimento di quel che realmente è accaduto, come ha giustamente osservato, su queste pagine, Carlo Verdelli. In riferimento, Verdelli, a quella prima incredibile affermazione di Donald Trump: «Zelensky non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra». Nei prossimi giorni il Presidente degli Stati Uniti potrebbe aggiungere che il 1° settembre del 1939 i polacchi aggredirono la Germania e che il 7 dicembre del 1941 gli americani affondarono la flotta giapponese. Si è aggiunta poi, da parte di Trump (e di Elon Musk), una spudorata volontà di distruggere la figura di Zelensky. Con espressioni che lasciano allibiti. «Zelensky non ha in mano carte per poter negoziare». «Non serve che il presidente ucraino sieda al tavolo delle trattative». «Se fosse un leader amato indirebbe elezioni». «Non lo fa perché sa che perderebbe in maniera schiacciante nonostante abbia il controllo di tutti i media locali». «Il suo popolo lo disprezza». Lo si deve, perciò, «ignorare» ed è altresì doveroso «negoziare la pace indipendentemente dalla sua disgustosa e massiccia macchina per la corruzione che si nutre dei cadaveri dei suoi soldati». Parole ad ogni evidenza incredibili e gravemente oltraggiose. Accompagnate oltretutto da complimenti perfino imbarazzanti nei confronti di Vladimir Putin. […] Accecato da una visione rancorosa e mercantile della politica, il nuovo presidente degli Stati Uniti non ha compreso il valore simbolico che per gran parte del mondo occidentale — non solo l’Europa, perciò — ha avuto in questi tre anni la resistenza ucraina. Sarebbe del tutto improprio paragonarla al conflitto che insanguinò la penisola iberica tra il 1936 e il 1939. Sono cose diverse, con forze in campo diverse e diversissime per un’infinità di particolari. Ma la guerra civile spagnola (che tra l’altro si concluse con la sconfitta di chi si batteva dalla parte «giusta») ha in comune con quella ucraina, appunto, l’altissimo valore simbolico. Checché ne scrivano i simpatizzanti per la causa putiniana, la «vittoria» consisteva per Zelensky e per coloro che (come molti di noi) hanno creduto e ancora credono in lui nel respingere o contenere al massimo l’aggressione subita. Tutto qui. E la «sconfitta» — che ancora oggi non diamo affatto per scontata — è stata sempre tenuta nel conto di un esito possibile. Nella certezza, però, che, per il solo fatto di non essere fuggito al momento dell’invasione e di aver combattuto per una giusta causa, il suo nome è e resterà nelle coscienze del mondo a cui apparteniamo in una posizione più nobile di quella che spetterà a chi lo ha aggredito. O di chi lo ha cinicamente abbandonato al suo destino.

Paolo Mieli, Corriere della Sera (22/2/2024)

Canzone del giorno: Silhouette In a Sunset (2024) - Elles Bailley
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domenica 23 febbraio 2025

L'ignoranza

Il motivo per cui l'ignoranza è restrittiva della libertà è che induce le persone a fare delle scelte che non farebbero se potessero vederne le conseguenze.

Alfred Jules Ayer (Londra 1910-1989)


Canzone del giorno: Fly On The Wall (1985) - AC/DC
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giovedì 20 febbraio 2025

Sanremellum

C’è un argomento che appassiona l’Italia in queste settimane di febbraio, ed è il sistema elettorale utilizzato nella più importante delle competizioni di questo disgraziato Paese, ovvero il Festival di Sanremo. Non ci è mai capitato, in prossimità delle elezioni politiche o durante le discussioni sul varo dell’ennesima nuova legge elettorale (cioè regolarmente prima di ogni voto, con tanti saluti alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa), di sentirci porre domande su meccanismi e correttivi, effetti flipper e pluricandidature, mentre in questi giorni abbiamo risposto a decine di informati quesiti sul Sanremellum, il sistema che sabato notte ha incoronato il giovane Olly. Quando e come votano i giornalisti? Perché si dice che la sala stampa non conta più molto? La Rai ha apportato modifiche al sistema di voto, soprattutto nella cruciale fase finale che è un bizzarro doppio turno in cui confluiscono anche tutti i voti precedenti. L’anno scorso ci fu una rivolta di popolo perché Geolier aveva stravinto al televoto, ma le preferenze della sala stampa avevano incoronato Angelina Mango, un po’ come accadde nel 2019, quando il peso della sala stampa e della giuria d’onore fu decisivo per il sorpasso di Mahmood su Ultimo (che la prese malissimo). A questo giro si è deciso che la stampa contasse meno, grazie a un trucchetto degno di Calderoli: nella finalissima a cinque (e non a tre) i giornalisti non esprimevano più una preferenza secca, ma voti da uno a cinque a tutti i selezionati, con un evidente effetto dispersione. L’analisi dei dati ha svelato che con il sistema dello scorso anno il Sanremo numero 75 sarebbe stato vinto da Lucio Corsi, e che con il sistema di quest’anno il Festival 2024 l’avrebbe vinto Geolier. Abbiamo usato la parola “trucchetto” perché la Rai ha provato a dire che la Sala stampa votava esattamente come l’anno scorso: però, parafrasando Cuccia, i voti non si contano, si pesano. Sia come sia, è perfettamente legittimo che l’evento più nazional popolare della televisione italiana, specie in questa sua seconda sfolgorante giovinezza, coinvolga il pubblico che partecipa con tanto entusiasmo da casa. Detto questo, resta un interrogativo: perché il sistema di voto del festival della canzone appassiona così tanto gli italiani e quello che serve per mandare in Parlamento i nostri rappresentanti no? D’accordo: il parlamentarismo è agonizzante e la democrazia non si sente troppo bene, però è pur sempre l’unico modo che abbiamo per decidere da quale parte vogliamo che vada il Paese. Le ultime leggi elettorali, dal Porcellum al Rosatellum passando per il mai utilizzato Italicum, sembrano scritte apposta per non far capire al popolo come il voto si traduce in seggio: leggi così astruse allontanano i cittadini. Negli altri Paesi – Francia, Spagna, Germania, Inghilterra ma anche Stati Uniti – il sistema di voto è sempre lo stesso, non bisogna fare corsi d’aggiornamento e nemmeno laurearsi in Scienza politica prima di recarsi alle urne. Qui c’è una specie di nevrosi delle classi politiche che studiano modelli complicatissimi, sulla base dei sondaggi, pur di vincere, o almeno provarci. Sarebbe bello che si decidesse, una volta per tutte, un sistema semplice che premi più di ogni cosa la rappresentanza (e non la governabilità) come era nelle intenzioni dei Costituenti. Noi siamo da sempre per il proporzionale puro e pure con una soglia di sbarramento bassa, specie ora con il Parlamento dimagrito, visto che il sistema partitico italiano non è bipolare (e non lo è diventato nemmeno con la forzatura maggioritaria degli anni Novanta). Se non riescono a partorire una legge decente, stabile e possibilmente costituzionale possono sempre chiedere una consulenza a Carlo Conti, che almeno porta la gente al voto, siamo pur sempre La terra dei cachi… (disclaimer: è una provocazione).

Silvia Truzzi, Il Fatto quotidiano (20/02/2025)

Canzone del giorno: Balorda Nostalgia (2025) - Olly
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martedì 18 febbraio 2025

San Luca

Capita anche a te
Di camminare giorni interi interminabili
E sprofondare nei pensieri
Abbandonata a desideri inconfessabili?

[…]

Proprio oggi che era uscito il sole
Mentre gli altri se ne vanno al mare
Voglio stare da solo
Così magari mi trovo, sì

San Luca, Cesare Cremonini & Luca Carboni

Canzone del giorno: San Luca (2024) - Cesare Cremonini & Luca Carboni
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domenica 16 febbraio 2025

Dottor Farfaruglia

Ministro c’è al telefono il dottor Fanfaruglia, glielo passo? Chi? Fanfaruglia, un imprenditore suo concittadino, dice che eravate a scuola insieme. Chiede se il bonifico è arrivato. Quale bonifico? Quello per il riscatto. Che riscatto? Non lo so ministro, dice che le ha bonificato un milione di euro, chiede se lo ha ricevuto. Glielo passo? No perché bisogna anche immaginarsele, le conversazioni fra “lo staff del ministro”, poniamo l’affidabile assistente personale, quello che sa tutto di te e può chiamarti a qualsiasi ora, e il ministro medesimo. In questo caso l’imponente e niente affatto ingenuo Guido Crosetto, titolare della Difesa nazionale. Le persone — anche nei ministeri — si parlano come tutti. Non può essere stato tanto diverso da questo, il dialogo. Glielo passo? Passamelo. In questo mondo di ladri, truffati e spiati, manca chiaramente una cabina di regia. Un coordinamento, un ufficio apposito che si incarichi di incrociare i dati e spiare i truffatori, truffare gli spioni, rubare ai ladri, spedire un alert ai derubati. Un software a fin di bene. Perché ci sarà, ci deve essere un software seppur non israeliano, mettiamo un software svizzero, neutrale, capace di razionalizzare il caos in fogli excel e riordinarlo. C’è di tutto, ci sarà anche questo. […] La mia banca online quando faccio un bonifico mi ferma con una finestra che devo cliccare per continuare, una schermata che dice: attenzione, se i soldi ti sono stati chiesti via telefono potrebbe essere una truffa. Non ce l’hanno, gli imprenditori amici di Crosetto, questo elementare servizio? Ma no, certo. Un milione di euro — forse anche cinquecentomila, centomila, non so, non sono pratica di questi volumi — non si bonifica online. Eccede la disponibilità giornaliera, suppongo. Bisogna chiamare il proprio gestore personale, una persona fisica, che faccia l’operazione. Immagino, immagino. Ma anche a non avere un personal banker, direbbero loro, affidabile: non la vedono la tv del pomeriggio? Non vedono che i palinsesti sono costruiti solo sulle truffe? Sentimentali, economiche. Bitcoin, San Marino. Anziani depredati di continuo da gente che chiama per dire svelti, è questione di vita o di morte. Eppure non sono anziani fragili, gli imprenditori amici (o aspiranti amici) di Crosetto. La trama, però. Se non la sapete ancora, ecco la trama. Tu sei un fabbricante di componenti per carri armati, poniamo. Ti arriva una telefonata in cui la voce del ministro, ricostruita con l’intelligenza artificiale, ti chiede una gentilezza: abbiamo un ostaggio da riscattare, un giornalista italiano prigioniero (il caso di Cecilia Sala è ancora in memoria breve) ma non possiamo pagare dai conti del governo, è operazione riservata. Anticipami per favore una somma, quello che puoi, su questo conto di Hong Kong poi te li restituisco attraverso la Banca d’Italia. Ben pensato, no? Se non che uno di questi, o più d’uno, è davvero amico di Crosetto, lo chiama, gli dice scusa perché il tuo staff contatta il mio, non mi puoi chiamare direttamente tu per una questione così delicata?, ed ecco che viene il sospetto. Come diciamo noi figli a mia madre: nel dubbio, telefonami. Anche voi. Prima di bonificare, fate uno squillo.

Concita De Gregorio, Repubblica, 9/2/2025

Canzone del giorno: Hot Numbers On The Thelephone (2023) - Electric Six
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giovedì 13 febbraio 2025

Post Scriptum Film

L'abbaglio


REGIA: Roberto Andò
INTERPRETI: Tony Servillo, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Tommaso Ragno, Lorenzo Maltese, Giulia Andò, 
SCENEGGIATURA: PaolRoberto Andò, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso
FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi
COSTUMI: Maria Rita Barbera
DURATA: 135'

USCITA: 16/1

I nostri registi hanno portato più volte sullo schermo delle pagine fondamentali della nostra storia patria per raccontare, attraverso il nostro passato, un po’ del nostro presente e di certi caratteri rappresentativi del modo di essere, nel bene e nel male, italiani.
L’abbaglio, il nuovo film di Roberto Andò, parte da una vicenda storica reale (la missione suicida che nel 1860 Giuseppe Garibaldi affidò al colonnello Orsini) e la rielabora mescolando fatti e personaggi storici legati alla Spedizione dei Mille a eventi e figure di pura fantasia.
Per fare ciò, forte del successo del suo precedente “La stranezza”, affida al medesimo trio di attori i ruoli che reggono la trama del film.
Toni Servillo interpreta, con la solita autorevolezza scenica che lo contraddistingue, il comandante Orsini. Ficarra e Picone, invece, sono sostanzialmente due cialtroni frutto della fantasia degli sceneggiatori che, fingendo sentimenti nazionale, riescono a ritornare nella loro terra imbarcandosi al seguito di Giuseppe Garibaldi e dei suoi Mille.
La coppia siciliana riesce a dare l film il necessario brio comico ad una storia contornata da drammi, battaglie e disagi del particolare periodo storico.
Roberto Andò, d’altronde, ha riassunto la sua opera come “un film sui paradossi della Storia, dove si mescolano comicità e dramma”. I protagonisti, nel progetto del regista, hanno proprio il compito di portare sullo schermo il tradizionale trasformismo italiano con tutta la sequela di occasioni mancate, differenze regionali, squallidezze politiche e vari traumi sociali.
Praticamente una rielaborazione, in chiave contemporanea, della famosa fase associata a Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
Forse un po’ troppa roba da racchiudere in 2 ore di lungometraggio, ma sicuramente il tratto tipico della regia di Andò ha il merito di riassumere e far rivivere momenti importanti degli albori dell’unità italiana accomunandoli con gli atavici vizi del nostro bel Paese.

Canzone del giorno: E l'Italia che va (1986) - Ron
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martedì 11 febbraio 2025

Le tessere mancanti

Esaurito il prevedibile fuoco del dibattito parlamentare scaturito dalle informative dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi sulla vicenda dell’arresto, del rilascio e del rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica Nijeem Osama Almasri, non si può dire purtroppo che sia stato disperso il tanto fumo che l’avvolge. Anzi, le parole dei titolari della Giustizia e dell’Interno, delegati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che non ha voluto riferire in prima persona alle Camere (preferendo dare la sua versione in un video diffuso sui social), sembrano sollevare perfino qualche interrogativo in più rispetto a quelli di partenza. Come in un puzzle a cui manchi qualche tessera o, peggio, le cui tessere non combacino. Davvero, come ha sostenuto Nordio, l’ordine di cattura della Corte penale internazionale manca di «coerenza argomentativa» ed è perciò «radicalmente nullo»? A fronte di affermazioni così nette, la spiegazione del ministro è apparsa in tutta onestà piuttosto debole: l’atto era «in lingua inglese senza essere tradotto» e c’era «incertezza sulla data dei delitti commessi», inoltre una giudice della Cpi aveva manifestato «perplessità» sul mandato d’arresto. Certo, nessuno si deve permettere di considerare il guardasigilli «un passacarte» – come ha giustamente rivendicato egli stesso a Montecitorio – tuttavia il suo ruolo nella procedura doveva e poteva essere diverso, perché se è vero che l’arresto a Torino di Almasri è stato eseguito su iniziativa della polizia giudiziaria, quindi fuori dai binari prescritti dalla legge 237 del 2012 che regola i rapporti con la Cpi, è anche vero che il ministro è stato poi informato in tempo e avrebbe dovuto trasmettere le carte alla Procura generale di Roma (la legge dice «il ministro della Giustizia dà corso alle richieste formulate dalla Corte penale internazionale», non accenna a valutazioni), sanando così il vulnus originario. Invece, stando a quanto da lui stesso riferito, si è soffermato appunto su una serie di valutazioni che finiscono per dare alla scarcerazione (e al rimpatrio) del libico accusato di crimini gravissimi il peso di una decisione politica. Anche perché, mentre a via Arenula «si valutava», il jet dei servizi segreti italiani era già pronto al decollo dall’aeroporto di Torino per ricondurre a casa il generale di Tripoli. Come a dimostrare che la decisione era già stata presa. E che sia stata una scelta politica dell’esecutivo – non attribuibile a magistrati «sciatti» che «non leggono le carte» come ha tuonato in Parlamento l’ex procuratore aggiunto di Venezia Nordio – l’ha confermato Piantedosi. Con una versione per altro non coincidente con quella “in punto di cavillo” del suo collega. Il ministro dell’Interno, infatti, determinato a ribadire la tesi prioritaria per la premier (il governo «non è sotto minaccia o ricatto»), ha assicurato che «ogni decisione è stata assunta nell’esclusiva prospettiva della tutela di interessi del nostro Paese». Insomma, era una questione di sicurezza nazionale. Ma chi l’avrebbe messa a rischio? Almasri in quanto «soggetto pericoloso», come ha ribadito ieri il titolare del Viminale? Quindi avrebbe potuto commettere crimini in Italia? Se così fosse, a maggior ragione sarebbe stato il caso di arrestarlo e consegnarlo alla Corte penale internazionale. Se invece, più verosimilmente, la pericolosità è legata alla sua attività di torturatore nelle prigioni libiche, non si spiega perché rimandarlo (peggio, riaccompagnarlo con un volo di Stato) proprio là dove potrebbe continuare a fare il male. Ma non è possibile nemmeno escludere, malgrado l’energia di Piantedosi nel negare qualsiasi «forma di pressione indebita», che i rischi per la sicurezza nazionale potessero arrivare da soggetti “terzi” collegati ad Almasri. Nei giorni scorsi il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli è stato esplicito, riconoscendo che l’arresto di uno come Almasri «è una cosa che ha degli effetti». In Italia, sicuramente, li ha avuti.

Danilo Paolini, Avvenire (6/2/2025)

Canzone del giorno: The Rollercoaster Ride (1998) - Belle and Sebastian
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domenica 9 febbraio 2025

Divulgazione

Non esiste crimine, inganno, trucco, truffa e vizio che non prosperi nella segretezza, ma portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, attaccateli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e, prima o poi, l’opinione pubblica li getterà via. La divulgazione può non essere l’unico rimedio necessario, ma è quello senza il quale tutte le altre azioni falliranno. 

Joseph Pulitzer (1847 – 1911)


Canzone del giorno: Musica e parole (2023) - Ligabue
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venerdì 7 febbraio 2025

Follow You

I will follow you way down wherever you may go
I'll follow you way down to your deepest low
I'll always be around wherever life takes you
You know I'll follow you

Ti seguirò ovunque tu vada
Ti seguirò fino in fondo
Ti sarò sempre vicino ovunque la vita ti porti
Sai che ti seguirò

Imagine Dragons, Follow You (2021)

Canzone del giorno: Follow You (2021) - Imagine Dragons
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martedì 4 febbraio 2025

Un fiorino

«Chi siete? Cosa portate? Ma quanti siete? Un fiorino!». Col suo carico di dazi del 25% appena applicati a Canada e Messico, del 10% (per ora) alla Cina e quelli con cui colpirà l'Europa, Trump il Gabelliere ci riporta a Non ci resta che piangere. Con quel suo Nuovo Rinascimento che poggia sull'idea di riportare le lancette della storia al 1912, l'ultimo anno in cui tutte le entrate del governo Usa erano garantite dalle tariffe doganali. L'assunto è tanto anacronistico quanto sbagliato, almeno per due motivi. Il primo è che la Grande Guerra venne finanziata per buona parte con le risorse messe a disposizione dalla Federal Reserve, creata nel '13, e dalle imposte sul reddito introdotte nello stesso anno. Un salto epocale rispetto al precedente regime protezionistico. Il secondo motivo è che i dazi funzionavano oltre 100 anni fa, quando la spesa pubblica ero lo 0,05% di quella attuale. Elon Musk intende usare il napalm per disboscare la giungla delle uscite federali (tagli nell'ordine dei duemila miliardi di dollari, pari all'intero disavanzo del 2024): resta da vedere se e come se ci riuscirà. Ma in un mondo così interconnesso, la fortezza impenetrabile non esiste. Il Wall Street Journal, non a caso, ha dedicato ieri un acuminato editoriale sulla «più stupida guerra commerciale della storia», in cui si sottolinea come il Tycoon sia convinto «che gli Stati Uniti non debbano importare nulla, che l'America possa essere un'economia perfettamente chiusa che produce tutto in casa. Questo si chiama autarchia e non è il mondo in cui viviamo». Solo con Canada, Messico e Cina gli Stati Uniti fanno infatti affari per un controvalore di 1.600 miliardi di dollari. E, come ricorda il WSJ, «nel 2024 il Canada ha fornito quasi il 13% delle importazioni statunitensi di ricambi auto e il Messico quasi il 42%». Con benefici per l'economia Usa: oltre 800 miliardi garantiti dall'automotive; 9,7 milioni di posti di lavoro garantiti sul suolo statunitense. Queste poche cifre dimostrano che i rapporti commerciali oltre confine fortificano l'economia interna. Ma il rischio è che a dominare la scena saranno le rappresaglie commerciali: il Canada ha già minacciato dazi del 100% su Tesla e su tutto il vino, la birra e gli alcolici made in Usa. E così farà l'Europa, come già successo quando il Tycoon iniziò a colpire in prima battuta alluminio e acciaio, perché sotto lo schiaffo dei dazi finiranno interi comparti in cui l'export è tra le voci principali di bilancio. Alcuni calcoli misurano in oltre 500 miliardi le perdite che potrebbero essere provocate in caso di tariffe aggiuntive del 10%. E anche l'Italia, che nel primo semestre 2024 ha esportato negli Usa merci per un controvalore di 38,82 miliardi, ne patirebbe le conseguenze: tra i più colpiti ci sarebbero il settore della meccanica, la chimica e la farmaceutica. Per non parlare della moda e dell'agroalimentare che già devono fare i conti con l'aggressività protezionistica Usa. Di recente, il Fondo monetario internazionale ha stimato che tariffe del 10% ridurrebbero quest'anno dell'1% la crescita sia in America sia nel Vecchio continente. Confartigianato paventa un calo dell'export tricolore di 11 miliardi, ma non tutti concordano con il pericolo di un impatto devastante. Uno studio dell'Ocse prevede per esempio che con dazi del 10% il made in Italy in America subirebbe un contraccolpo di circa 3,5 miliardi su 67; se invece fossero del 20% il calo atteso sarebbe tra il 10 e i 12 miliardi. Auspicabile quindi che con Trump si riesca a raggiungere un compromesso, sulla falsariga di quello sottoscritto nel 2018 da Bruxelles che era incardinato su maggiori acquisti di gas naturale liquefatto e soia dagli States. Davanti all'Ue si presenta comunque un'occasione forse unica per modificare il proprio modello di sviluppo, facendo anche leva sul mercato interno. È ciò che ha promesso la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Speriamo sia la volta buona. Per non dover poi piangere le solite lacrime da coccodrillo al casello daziario del Gabelliere Trump.

Rodolfo Parietti, Il Giornale (2/2/2025)

Canzone del giorno: Just Ain't Easy (1979) - The Allman Brothers Band
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domenica 2 febbraio 2025

Il duello

 

Natangelo, da google.it














Canzone del giorno: Love Ballad (1977) - George Benson
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sabato 1 febbraio 2025

Playlist Gennaio 2025

     1.      Robbie Williams, Angels – (Life thru a Lens – 1997) – Infinite immensità

2.      Bad Religion, Fuck You – (True Noth – 2013) – Ma và!

3.      Creedence Clearwater Revival, Born To Move – (Pendulum – 1970) – La determinazione

4.      Baustelle, Cuore – (Elvis – 2023) – Linfa

5.      Green Day, Dilemma – (Saviors – 2024) – Giurato numero 2

6.      Genesis, Carpet Crawlers – (The Lamb Lies Down on Broadway – 1974) – Carpet Crawlers

7.      Justin Timberlake, Mirrors – (The 20/20 Experience – 2013) – Mode passeggere

8.      Pearl Jam, Comes Then Goes – (Gigaton – 2020) – Intellettuario

9.      The Cure, A Fragile Thing – (Songs of a Lost World – 2024) – Il fragile compromesso

10.   Electric Light Orchestra, Showdown – (On The Third Day – 1973) – Prova di forza

11.   Giorgia, Diamanti – (2024) – Diamanti

12.   Wilco, Infinite Surprise – (Cousin – 2023) – Esibizioni

13.   Eels, Not Ready Yet – (Beautiful Freak – 1996) – Avere un debole