Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare.
Nadar (Gaspard-Fèlix Tournachon - 1820 - 1910)
"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
Nadar (Gaspard-Fèlix Tournachon - 1820 - 1910)
Il popolo ha parlato e ha scelto il centrodestra e Giorgia Meloni, che ha divorato Salvini e ha trasformato la maggioranza relativa dei voti in maggioranza assoluta dei seggi, grazie al Rosatellum semi maggioritario. Le sue prime dichiarazioni notturne sono state molto prudenti, pur senza nascondere l’orgoglio per essere passata in 10 anni dall’1,9 al 26%. Ma questo risultato clamoroso si è realizzato a spese dell’alleato leghista sconfitto e umiliato anche nelle sue storiche roccaforti del Nord e questo potrebbe complicare la formazione del governo, mentre il vecchio Berlusconi, pur dimezzando i voti rispetto al 2018, ha resistito e potrebbe diventare l’ago della bilancia della coalizione. Poi, come ha ricordato Conte, l’altro vincitore delle elezioni con la rimonta al Sud a difesa del reddito di cittadinanza, il centrodestra è maggioranza in Parlamento ma non nel Paese, dove ribollono tensioni e timori per il futuro che hanno fatto aumentare le astensioni. Bruciante la sconfitta di Letta, del suo progetto di campo largo e del suo richiamo al voto utile, che ha sortito l’effetto opposto. Inferiore alle aspettative il risultato di Calenda-Renzi, che falliscono il progetto di impedire la vittoria della destra per tenere Draghi a Palazzo Chigi. Cancellati Di Maio, che non rientra in Parlamento, e gli estremisti Paragone, De Magistris e Rizzo. Adesso la sovranista postfascista Meloni deve affrontare gli esami dell’affidabilità europea e della fedeltà alla Costituzione nata dalla Resistenza. Per ora, le congratulazioni le sono arrivate dalla Le Pen, dal premier polacco Morawieski, dal neo franchista spagnolo Abascal e dai sovranisti tedeschi di Adf. Speriamo che arrivino anche quelli di Macron, Scholz e Von der Leyen
Paolo Mazzanti (26/9/2022), da inpiu.net
La storia della Seconda Repubblica è iniziata ventinove anni fa con un evento assai particolare: la convocazione al Quirinale dell’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, «spostato» a Palazzo Chigi per dar vita ad un governo d’emergenza. Curiosamente questa fase di storia dell’Italia repubblicana si chiude (non sappiamo se in via definitiva) con l’uscita dallo stesso edificio, Palazzo Chigi, di Mario Draghi, un personaggio dalle caratteristiche assai rassomiglianti a quelle dell’illustre predecessore. Reduce, Draghi, da un’impresa anch’essa simile a quella che toccò al presidente del Consiglio del 1993. Ciampi e Draghi — com’è noto — non sono stati gli unici premier emergenziali dell’ultimo trentennio. Nel 1995, pochi mesi dopo la temporanea uscita di scena di Ciampi, fu chiamato alla guida di un esecutivo altrettanto straordinario l’ex direttore generale della Banca d’Italia, Lamberto Dini (già ministro di Berlusconi, successivamente leader di un effimero partito di centrosinistra). Sedici anni dopo, fu la volta dell’ex rettore della Bocconi ed ex Commissario europeo, Mario Monti, anche lui scelto per la guida di un governo di salute pubblica e fondatore, in tempi successivi, di un partito dalla vita relativamente breve. Quattro «supertecnici» accomunati dall’aver guidato governi di «larghe intese» a cui i presidenti della Repubblica avevano affidato la missione di far fronte a situazioni che vennero presentate come uniche. [...] Non risulta che qualche altro Paese del mondo contemporaneo si sia sentito incoraggiato all’adozione di questo genere di soluzione per le proprie crisi. Già, come mai nessun altro è ricorso, in emergenza, ai supertecnici? Strano, no? Come mai gli altri Paesi, tutti, si ostinano a procedere per la via tradizionale del ricorso ad elezioni e della scelta di primo ministro e governo sulla base del responso elettorale? Nessun politologo — che ci risulti — ha mai provato a dare una risposta a queste domande. Così come nessun politologo si è fermato a riflettere sull’effetto che queste esperienze (ripetiamo: ben quattro nell’arco di un trentennio) possono avere avuto sul sistema politico. Le prime due (Ciampi e Dini) non paiono aver intaccato lo spirito dei primi Anni Novanta. Centrodestra e centrosinistra insistettero allora nel dar vita a schieramenti pur disomogenei che esprimevano coalizioni con annessa leadership da portare al governo legittimate da un voto. E furono, tra infiniti tormenti, gli anni dell’alternanza Berlusconi-Prodi. All’inizio del decennio passato, però, le cose sono cambiate radicalmente. Dopo l’esperienza Monti, il centrodestra — ancorché travolto dai marosi provocati dai guai giudiziari di Berlusconi — non ha rinunciato all’idea di presentarsi al proprio elettorato nella sua versione ormai trentennale. E al cospetto delle urne ha regolarmente indicato il capo del governo nel leader (stavolta presumibilmente la leader) del partito che avrebbe preso più voti. Il centrosinistra, no. Intimidito forse dalla qualità dei tecnici che evidentemente considerava superiore alla propria, da più di dieci anni ha scelto di non offrire al Paese né una coalizione né un leader per il governo. Neanche questa volta.[…] Nell’epoca intercorsa tra l’esperienza di Monti e quella di Draghi (2011-2022) il Pd non ha neanche più provato a conquistare la maggioranza dei voti e dei seggi parlamentari con una propria coalizione di governo. Mai più ha presentato agli elettori un candidato premier. Pierluigi Bersani che avrebbe potuto esserlo se si fosse andati al voto nel 2011, due anni dopo fu costretto a constatare che l’occasione giusta era andata persa. Da allora il Partito democratico si è specializzato nell’arte di giostrarsi nel caos parlamentare, contribuire alla nascita di coalizioni emergenziali e far poi durare la legislatura fino alla fine naturale facendo leva sull’attaccamento degli eletti al posto precedentemente conquistato. Questo metodo porta con sé indubbi vantaggi: presenza assicurata nel governo e nel sottogoverno, totale deresponsabilizzazione a fronte delle scelte più impegnative, irrilevanza di eventuali insuccessi elettorali. Ma, ora che è finita la campagna elettorale, sorge il dubbio che questo modo di prospettare il proprio futuro — facciamoci eleggere, poi sistemeremo le cose in Parlamento, contando sull’immediato tracollo degli avversari e, nel caso, chiamando a Palazzo Chigi un nuovo supertecnico — possa garantire una qualche affidabilità. Né ci sembra che una prospettiva del genere possa costituire per Mario Draghi un richiamo irresistibile.
Paolo Mieli, Il Corriere della Sera (21/09/2022)
L’AMORE DI OGNI GIORNO (Del amor de cada dia)
Può darsi che tutto sia stato detto
e che noi siamo nati
troppo tardi.
Ma questa gloria che
arde nelle vene,
nessuno – no! - la
vive in questo modo.
Tutto è possibile e ha avuto il suo nome:
tutto. Ma questo
bacio tuo e mio, questa
luce, questo fiore,
questa rugiada,
sono soltanto nostri,
donna e uomo.
Una donna e un uomo, gli unici, i primi,
-tu ed io, io e te -
con nomi e cognomi
che non si daranno
più alla creazione.
Abbiamo iniziato la Storia, veri
primo uomo e donna
riconosciuti,
proclamando l’amore e
il suo cammino.
Ramon de Garcìasol (1913 – 1994)
In nessuna "democrazia matura" c'è stato, o c'è, un turbinio di leggi elettorali come in Italia. Ma, l'Italia è una democrazia matura? Se la maturità è il tempo della stabilità, della consapevolezza di sé, della fiducia che abbiamo in noi stessi e ispiriamo negli altri, dell'affidabilità e della serietà, c'è da dubitare. Le riforme elettorali, talora in prossimità delle elezioni, perfino imposte con il voto di fiducia di chi è momentaneamente al governo per restarci, sono segno di smarrimento della bussola o tentativi di truccare i risultati a proprio favore. Furbizie, non istituzioni. In meno di venticinque anni, a partire dai referendum del 1991 e del 1993 contro "la proporzionale", abbiamo avuto vari sistemi elettorali strampalati di cui ci facciamo beffe perfino nel gergo: mattarellum, porcellum, italicum (dichiarato incostituzionale prima ancora d'avere la possibilità d'essere applicato), rosatellum, salvo poi, in fine, da parte di molti che si erano dati da fare, auspicare il ritorno al punto di partenza: la proporzionale! […] Un voto che vale due: se scegli una lista per la parte proporzionale ciò vale automaticamente per il candidato per la parte maggioritaria, e viceversa. In breve: i partiti manipolano il 50 per cento della libertà del tuo voto e lo fanno per assicurarsi i posti per i candidati che interessa a loro che siano eletti. La sacrosanta libertà elettorale è così platealmente violata. L'elettore consapevole avverte d'essere strumentalizzato. Tanto più, poi, in quanto nella quota proporzionale si presentano "liste bloccate" e l'elettore non può fare scelte di preferenza tra i candidati. In sostanza, crede di essere libero ma, in buona parte, è un prigioniero di scelte altrui: se gli piace un certo candidato nella quota maggioritaria, il suo voto trascina la lista nella quota proporzionale, anche se non gli piace affatto; se gli piace la lista proporzionale, il suo voto trascina il candidato nella quota maggioritaria, anche se ne farebbe volentieri a meno. In più, non può far valere alcuna scelta sulla quota proporzionale perché i candidati sono predisposti in un ordine ch'egli non può modificare. I partiti già non godono di molto credito, ma possiamo pensare che un sistema elettorale come questo li avvicini ai cittadini, come dovrebbe accadere in ogni occasione in cui li si convoca al voto, e non invece li allontani? Le leggi elettorali non dovrebbero essere fatte per i partiti e per i candidati, ma per i cittadini. In Italia, da troppi anni non è così. Dovrebbero, più di tutte le altre, essere stabili e semplici. Invece, quando ci si riesce, le si cambia in prossimità delle elezioni e si guarda ai vantaggi che si spera di trarne nell'immediato.
Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica (15/9/2022)
Un libro può avere in sé il germe di un’idea cinematografica. Questi germe può trovarsi nella trama, nei personaggi, nell’ambientazione o in alcune situazioni. Ma ciò non significa che il libro in sé stesso possa dare origine a un buon film. Ho sempre considerato una suprema stupidaggine prendere un libro e filmarlo nella sua interezza soltanto perché una parte di questo era buona per lo schermo.
Alfred Hitchcock (1899 - 1980), Io, Hitchcock: Il maestro della brivido si racconta (2015 - Donzelli editore)