Il caporalato in varie forme, non solo il lavoro nero, non è un residuo del passato, di un capitalismo e di un’economia di mercato ancora primitivi e da società arretrata. È uno strumento strutturale di una grossa fetta dell’economia italiana, trasversale a molti settori – dall’agricoltura alle costruzioni, dalla logistica alla moda. Può contare sulla disponibilità di un “esercito di riserva” non più limitato alla popolazione locale e la cui sfruttabilità e ricattabilità è rinforzata dall’incertezza dello status giuridico causata dalle procedure che regolano gli ingressi e la permanenza degli stranieri in Italia: migranti in attesa di permesso di soggiorno, o cui è scaduto il permesso, stranieri arrivati per vie legali, con un contratto di lavoro, ma che all’arrivo non trovano le condizioni statuite e/o che per avere quel contratto hanno dovuto pagare qualcuno. Non c’è solo il fenomeno della delocalizzazione verso Paesi dove i salari sono più bassi e i diritti sindacali, civili, sociali, inesistenti. C’è anche l’importazione di manodopera a basso prezzo e senza diritti. Tutto nell’indifferenza, quando non nella connivenza, delle aziende che utilizzano il loro lavoro. Succede a Milano, come si è da ultimo scoperto nel caso della costruzione del nuovo consolato statunitense dove operai indiani, arrivati con un contratto regolare, lavoravano praticamente in schiavitù. Succede nel Foggiano, dove da anni un Centro di prima accoglienza è un bacino di forza lavoro a costi infimi. Succede nella piana di Sibari e in molte aree agricole al Sud come al Nord. C’è un intreccio con la criminalità organizzata autoctona, ma anche con l’irresponsabilità sociale di troppe imprese che basano la concorrenza sul ricorso a rapporti di lavoro al di fuori della legalità. […] L’orrendo assassinio dei quattro operai ad Amendolara nasce in questo contesto di indifferenza e complicità, che rende invisibile ciò che è ampiamente noto e sotto gli occhi di tutti: non solo della popolazione locale, ma anche degli amministratori locali, della polizia e carabinieri locali, così come del governo nazionale e del Parlamento. Ne è sconsolante testimonianza lo scarto tra l’immediata partecipazione e vicinanza manifestata dalle più alte cariche dello Stato dopo la tragedia di Modena e i silenzi e le assenze di fronte al delitto di Amendolara e al contesto che lo ha generato. Non il presidente della Repubblica, non la presidente del Consiglio, non il ministro degli Interni, non la ministra del Lavoro, neppure un sottosegretario qualsiasi hanno ritenuto doveroso andare a portare la propria solidarietà a dei disgraziati così sfruttati nella Repubblica fondata sul lavoro da temere, a ragione, per la propria vita se si ribellano. E a impegnarsi perché questo non possa succedere più. Liquidare gli omicidi di Amendolara come una resa dei conti tra stranieri, certo da “punire in modo esemplare” come ha dichiarato la presidente del Consiglio, serve ad evitare, per l’ennesima volta, l’assunzione di responsabilità per un inadeguato contrasto del fenomeno dello sfruttamento para-schiavistico su cui si regge una parte dell’economia italiana. Anche questa è omertà, non solo quella degli abitanti della zona che tacciono e non danno informazioni agli inquirenti. Anzi, la prima legittima e rafforza la seconda: se lo Stato non c’è, perché mai i cittadini dovrebbero metterci la faccia e rischiare in proprio?
Chiara Saraceno, La Stampa (10/10/2026)
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