L’accordo su liberazione degli ostaggi israeliani e cessate il fuoco nella Striscia di Gaza è frutto delle forti pressioni esercitate da Donald Trump ma è appeso a un filo. Si tratta infatti di un compromesso fragile perché tanto Israele che Hamas lo interpretano solo come una tappa verso un obiettivo strategico che permane: eliminare l'avversario. Per questo motivo l'ostacolo spuntato e rientrato nell'ultimora sul controllo del corridoio Philadelphi — che separa la Striscia dall'Egitto — è lo specchio di una vulnerabilità intrinseca ad ogni dettaglio del compromesso raggiunto dai mediatori a Doha. A rendere possibile la tregua dopo 15 mesi di guerra feroce, con un bilancio pesante di vittime e sofferenze civili su entrambi i fronti, sono state le forti pressioni del presidente americano eletto, Donald Trump, che ha minacciato di scatenare l' "inferno" per far comprendere a tutte le parti in causa — inclusi Qatar, Iran e Turchia, protettori di Hamas — che il prezzo del fallimento sarebbe stato troppo alto da sopportare. Poiché la richiesta di Trump è sempre stata di raggiungere l'intesa sulla liberazione degli ostaggi entro il giorno del suo insediamento a Washington, il 20 gennaio, il fattore-tempo ha imposto di ricorrere all'unico schema d'accordo già esistente — tre fasi successive per superare gli ostacoli — frutto della mediazione del presidente uscente, Joe Biden, avvenuta in estate. Ma se questa è la cornice della forte pressione esterna, risultato della collaborazione de facto fra Trump e Biden, che ha portato Hamas e Israele a convergere sulla tregua, i contenuti concordati sono resi vulnerabili dal fatto che i contendenti restano convinti di avere entrambi almeno un'altra mano a disposizione per poter prevalere sull'avversario. Dietro la maratona di trattative mozzafiato a Doha, in Qatar, fra gli inviati del premier israeliano Benjamin Netanyahu e i rappresentanti del leader di Hamas Mohammed Sinwar — successore del defunto fratello Yahia, mente dell'attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele che ha dato inizio al conflitto — resta infatti la netta divergenza sull'interpretazione di quanto sta avvenendo a Gaza che rispecchia la profondità del feroce conflitto in corso. Israele ritiene che Hamas sia in ginocchio: con la leadership decapitata, gran parte della struttura militare distrutta, decine di migliaia di combattenti eliminati, senza più il secondo fronte di Hezbollah nel Sud Libano e con l'alleato di Teheran molto indebolito, il movimento jihadista viene considerato destinato alla sconfitta totale, obbligato a giocare la carta dei 98 ostaggi — vivi o morti — che ancora detiene per guadagnare tempo prezioso nel tentativo di riorganizzarsi e continuare a combattere il più a lungo possibile. Ovvero, il governo di Gerusalemme vede l'accordo sulla tregua come l'inizio del tramonto di Hamas, destinata a non avere alcun futuro nella Striscia di Gaza a guerra finita, quando inizierà la ricostruzione. Ma Hamas interpreta lo stesso accordo in maniera opposta perché la liberazione di un numero limitato di ostaggi nella prima fase gli consente di sfruttare la pausa di 42 giorni per tornare in possesso delle aree della Striscia da cui l'Idf si ritirerà, accogliendo come eroi i detenuti palestinesi che saranno liberati dalle carceri israeliane e celebrando come una "vittoria" il risultato di essere ancora in piedi nonostante i duri colpi subiti. Rivendicando tale sopravvivenza, agli occhi dell'intero mondo arabo, come il successo militare capace di rilanciare la sfida mortale all' "Entità sionista" e anche all'Autorità nazionale palestinese del "corrotto" Abu Mazen in nome di una Jihad che vuole realizzare il "Califfato" nell'intero Pianeta. Puntando a mietere consensi e reclutare seguaci grazie alla campagna globale di delegittimazione di Israele, dai campus nordamericani alle organizzazioni internazionali, ottenuta con un altro successo: usare i civili palestinesi come scudi umani per gettare la responsabilità del bilancio di vittime sul 'Idf. Insomma, Mohammed Sinwar vede nella tregua la vittoria della strategia di Hamas studiata dal fratello Yahia, testimoniata dalla sopravvivenza del movimento e destinata ad avvicinare la cancellazione di Israele dalla carta geografica. La differenza di approccio alla tregua fra Israele e Hamas è dunque di dimensioni tali da suggerire che è un momento di passaggio: il conflitto più lungo che il Medio Oriente ha visto dal 1948 entra in una nuova fase nella quale l'unica certezza è che tutti i protagonisti, per un motivo o per l'altro, rispettano Trump come non temevano Biden.
Maurizio Molinari, Repubblica (16/1/2025)
Canzone del giorno: A Fragile Thing (2024) - The Cure
Clicca e ascolta: A Fragile....