…Il Festival resta in mezzo al guado, con un piede nella memoria e l’altro nell’esame contabile. Carlo Conti è il professionista di sempre: governa il palco con garbo, getta acqua sul fuoco di ogni polemica, vera o presunta. Tuttavia, il suo «ecco a voi» richiederebbe una spalla capace di sorreggerlo con leggerezza. Meno modernista di Pippo Baudo, meno funambolico dell’«effetto Amadeus» (che contava sull’imprevedibilità di Fiorello), Conti sembra dirigere un’elegante rimpatriata: più «Tale e Quale Show» che Festival della canzone. Il cast oscilla tra nobili ritorni e nomi nati in Rete: equilibrio difficile, come apparecchiare una tavola per non scontentare nessuno. All’Ariston si cerca allora lo spettacolo che supplisca alla canzone, con ospiti di rango (si fa per dire) come l’incontro salgariano fra Can Yaman e Kabir Bedi. Un insolito Conti in veste «antifa»: intervista la signora Gianna Pratesi di 105 anni che nel referendum istituzionale del 1946 ha votato repubblica («Repupplica» per la gigantografia Rai, gaffe senza pari), anche contro il fascismo. 80 di repubblica e 76 di Sanremo, giusto per dare il senso delle proporzioni. La regia piatta e a tratti confusionaria sembra generare momenti di autentico spaesamento, anticipando l’ingresso degli artisti in gara, togliendo «sacralità» e perdendo per strada alcuni momenti delle performance. In fondo, il Festival resta ciò che è sempre stato: uno specchio, ora un flusso sezionato in mille rivoli sui social, un meme. Oggi si riflette anche nell’algoritmo. Carlo Conti ha dichiarato che sarà il suo ultimo Sanremo. L’ultimo festival/è un problema diverso/ un’altra cosa sarà/un altro festival sarà.
Aldo Grasso, Corriere della Sera (25/02/2026)
Canzone del giorno: Mirror To Mirror (1994) - America
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