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"L’orrore di quel momento”, continuò il Re, “non lo dimenticherò mai, mai!”. “Si, invece”, disse la Regina, “se non ne avrete una traccia scritta".

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

giovedì 13 novembre 2025

Tornare a leggere

Oltre la finanziaria, oltre Landini e il «campo largo» abbiamo anche altri problemi, e forse persino più importanti, anche se ce ne occupiamo poco o nulla. Ad esempio che l’Italia è un Paese ignorante. Siamo infatti tra gli ultimi in Europa come numero di diplomati di scuola superiore, al penultimo posto per numero di laureati (il 42 per cento degli iscritti all’Università abbandona dopo il primo anno) e con forti squilibri tra Nord e Sud (nel Mezzogiorno solo un giovane su cinque è laureato). Ma non si tratta solo del puro possesso di un pezzo di carta: dall’inizio del nuovo secolo è la qualità complessiva dell’istruzione, anche primaria, che è letteralmente collassata. Altrimenti non ci troveremmo davanti i dati drammatici che ci offre il Censis, secondo il quale sono sempre di più gli italiani che non capiscono un testo scritto e non sanno esporre ciò che vorrebbero dire: praticamente un popolo di semianalfabeti, incapaci di comprendere il contenuto di un qualunque avviso pubblico o di raccontare la trama di un film. Che razza di futuro può avere un Paese del genere? quale luminoso sviluppo economico prepara una simile ignoranza? 
Premessa e conseguenza ovvia di quanto sopra, una sua misura oggettiva è il progressivo abbandono della lettura. Sempre di più l’Italia è un Paese che non legge. Secondo un recente rapporto dell’Associazione degli editori negli ultimi 12 mesi il 38 per cento degli italiani tra i 15 e i 74 anni non ha comprato neppure un libro (e si può a ragione dubitare che ne abbia letto qualcuno), e sempre in questa fascia di età solo il 73 per cento dichiara di aver letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi. In compenso il 77 per cento della popolazione fa uso di uno smartphone: praticamente quasi tutti coloro che hanno più di 15 anni (siamo il quinto Paese al mondo per diffusione di telefoni cellulari). Ma anche per fare un buon saldatore o un bravo spedizioniere forse serve un libro. L’idea che qualunque tipo di conoscenza possa prescindere dalla carta stampata grazie alle slides, al power point, ai tutorial o alle lavagne interattive multimediali è solo una sciocca illusione. L’Italia che non legge non è un avamposto della modernità, insomma, è semplicemente la scena di una catastrofe annunciata. […] Serve un vero e proprio Piano Nazionale per la Lettura, uno sforzo coordinato e continuo, su più livelli, utilizzando più strumenti, e cercando di far lavorare la fantasia. Il principale obiettivo dovrebbe essere, io credo, quello di togliere i libri dall’arca santa delle librerie (tra l’altro in numero sempre minore) e immaginare viceversa luoghi e modi i più diversi d’incontro tra la gente e l’oggetto libro. Ad esempio sistemandone qualche decina qua e là nei luoghi più diversi — in migliaia di tali luoghi — e offrendoli gratuitamente alla lettura di chi ne vuole prender uno a suo piacere con l’invito (ma non l’obbligo) a riportarlo poi dove l’ha preso o magari portarne un altro, secondo il modello del «book crossing». […] Comunque non basta: i bambini ancora leggono (i dati editoriali lo dimostrano), è invece nel passaggio all’adolescenza che l’abitudine a leggere subisce un tracollo: è dunque proprio lì che un ministero della Cultura degno di questo nome dovrebbe intervenire facendosi venire qualche idea. Tradizionalmente il potere italiano non brilla per fantasia, è restio a cercare vie nuove, è sempre pronto a trovare mille motivi per dire «non si può».
Ma qui ne va davvero dell’avvenire del Paese, della qualità civile e umana degli italiani. Solo la lettura risveglia la mente, alimenta l’intelligenza, rende liberi. Tutte cose di cui c’è un gran bisogno.

Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera 13/11/25

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